giovedì 30 maggio 2013

Come posso fare?

Come posso fare ad ignorare il silenzio che troppo spesso mi circonda?
Come posso fare a rispettare il non detto, a farmelo bastare, forte del fatto che so cosa nasconde?
Come posso fare a dimenticare le distanze che si attorcigliano una sull'altra, che rendono impossibile superare i momenti difficili e anche solo quelli vagamente fuori fuoco?

Come posso fare ad aspettare paziente che le cose succedano pian piano, quando vorrei avere tutto e subito?
Come posso fare a riconoscere una rete di salvataggio intorno a me, e a me sola?
Come posso fare a soddisfare la sacrosanta voglia di avere i miei amici vicino?
Come posso fare a mettere da parte un dolore piccolo e costante, che mi accompagna sempre, nonostante tutto?

Come posso fare a mandare via la noia dal lavoro che mi piace, e il senso di colpa che le sta attaccato come una sanguisuga?
Come posso fare a ingoiare la paura che, da un momento all'altro, tutto si sfaldi e mi precipiti in una nullafacenza velenosa?
Come posso fare a abituarmi al fatto che sarà sempre così, sempre dannatamente così?

Come posso fare a prendere il coraggio a due mani e scardinare quel nodo in gola che mi impedisce di parlare, quando vorrei gridarle, certe parole?
Come posso fare a rompere il cerchio che mi imprigiona in ore di solitudine, troppe, troppe?
Come posso fare a provare almeno un'emozione forte ogni giorno?

Come posso fare a creare certe atmosfere e certe illusioni che un tempo costruivo così facilmente?
Come posso fare a crederci e a far credere ad esse, senza risultare artificiale o, peggio, troppo ingenua?
Come posso fare a sognare qualcosa di banale, senza diventarlo e senza vergognarmi?

Come posso fare a spezzare le apparenze?
Come posso fare a rinunciare alle frasi di routine, che permettono di raggiungere l'appagamento senza tanto sforzo di testa?
Come posso fare a rendere speciale il tempo anche quando è poco?
Come posso fare ad annullare la stanchezza, anche quando è troppa?

Come posso fare a sottintendere tutto e farmi capire solo con un gesto?
E come posso fare a rendere tutte queste parole trasparenti?

lunedì 27 maggio 2013

Una frase, una sola

Quando muore qualcuno non so mai cosa dire, mi sembra tutto assolutamente posticcio e indelicato.
Oggi è morta una persona che ho conosciuto e a cui volevo bene.
Posso salutarla solo da lontano.

Di lui mi restano un rompicapo sul ripiano della libreria, costruito con le sue mani, e le sue mani, che sono identiche a quelle del mio consorte.

Una delle persone più curiose e vive che abbia mai conosciuto.
Una che chattava con me dall'alto dei suoi 85 anni.
E che, quando leggeva la mia citazione di Guccini che dice "Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno", mi rispondeva "Che siano simboli matematici però!".

Mi mancherà.
E' stato un onore averla conosciuta.

sabato 25 maggio 2013

Criminal Glee

Metti un venerdì di maggio.
Metti che finisci di lavorare, nonsisaperché, alle 11.30 di mattina.
Metti che l'unico altro impegno della giornata sia un appuntamento dal parrucchiere alle 16.00 (che, per inciso, ti impegnerà un'ora e mezza e ti costerà un patrimonio semi-ingiustificato).
Metti che sei da poco dipendente da Glee (del tipo che in 5 giorni ti sei fatta fuori tutta la prima stagione, sfruttando qualsiasi mezzora libera).

L'unico esito possibile da questa combinazione di variabili è: spaccarsi di puntate e tv per tutto il giorno, finché il buio e il mal di testa non ti facciano desistere.

E quando alla fine poggi la tua testolina piena di vaporosi riccioli sul cuscino, in un intorno della mezzanotte, hai all'attivo: 7 puntate di Glee, 2 documentari di National Geographic sugli animali più pericolosi del continente asiatico, 2 puntate di Criminal Minds stagione 8 che ti eri persa nelle ultime due settimane e, per finire in bellezza, Harry Potter e i Doni della Morte parte seconda, compreso di contenuti speciali del blu-ray (visto che, da brava fan, ti sei comprata il cofanetto su Amazon per farti il ripasso in vista della gita londinese di metà giugno).

Ovviamente, chiudi gli occhi e crolli, e te lo aspetti, vista la giornata faticosa (-.-'') e visto pure che hai puntato la sveglia alle 7 e 30, ché ti tocca lavorare di sabato mattina*.
Quello che non ti aspetti, invece, è che il tuo subconscio si prenda gioco di te in maniera talmente ridicola da farti vergognare di te stessa il giorno dopo, a cose fatte e fase REM conclusa.

Fase onirica 1: c'è stato un omicidio, un brutale omicidio, l'ennesimo del serial killer che sta terrorizzando la tranquilla cittadina americana di provincia; la squadra di profiler dell'FBI capitanata da Aaron Hotchner brancola nel buio e non sa che pesci pigliare; decide pertanto di farsi aiutare da esperti esterni alla squadra e a chi si rivolge? Ma ovviamente a Rachel Berry e Will Schuester

Fase onirica 2: Ripensi al sogno appena fatto, ti dici che sì, hai un po' esagerato il giorno prima, ma che bizzarria, magari puoi farci un bel post sul blog e intitolarlo "Criminal Glee", eheheh, che arguzia, che scelta indovinata, sì lo farai, non appena arrivi a casa, ma quanto ci mette questo treno? Ah ecco si è fermato, scendo un attimo a comprare le Pringles, tanto sta fermo in stazione per un quarto d'ora almeno, se il barista non mi fa perdere tutto 'sto tempo, e dai... sì, un tubo di pringles e una bottiglieta d'acqua, per favore, grazie, faccia presto che mi riparte il treno; corri verso il binario, ma no, malnato Frecciarossa è già ripartito! E ora? La mia valigia è pure rimasta nello scompartimento, come faccio? Devo contattare il controllore e farmela rispedire, fare un altro biglietto per tornare a casa e... ma non è che è un sogno? Ma no, che dici, quello di prima sì che era un sogno, ne abbiamo parlato no? Il post e tutto il resto... Ma questo... no, mi dispiace ma è solo un bel casino, proprio uin bel casino..

Fase 3 - il Risveglio (7.25 a.m.): Letto... sì... consorte a fianco... sì... niente treni, niente valigie, niente pringles... no... Fiuuuuu. Alzati, va'. Ok, però il post lo faccio lo stesso. Vabbè, se proprio devi. E direi.

La nullafacenza fa male, sapevatelo.

[*sì, sto scrivendo dal loculo lavorativo, ma ci sono i tempi morti, vi ricordate?]

giovedì 23 maggio 2013

Grammarnazi


So di ripetermi, ma è necessario.
So di andare controcorrente, ma è per una giusta causa.
So che in molti storceranno il naso, ma è il destino delle idee di rottura.

Sono sorretta dalle solide certezze della linguistica storica.

Sono la fiera detentrice di una copia della Grammatica Italiana di Luca Serianni (sempre sia lodato), edizione UTET, 30 cm di altezza per 7 di spessore. 
Sta in piedi da sola :°).

Così, io Vi invoco, Dei imperscrutabili, fiero accento acuto di perché, inattaccabile apostrofo di fa', dogma razionalista che sottende il ce n'è.


Aiutatemi in questa mia impresa titanica, in questa donchisciottesca lotta contro i mulini a vento dei parlanti approssimativi.

Femminicidio
è
una parola
SBAGLIATA.

Ve lo dimostro.

Uomo, latino HOMO --> OMICIDIO
Moglie, latino UXOR --> UXORICIDIO
Fratello, latino FRATREM --> FRATRICIDIO
(vi invito a cercare altri esempi)

Di conseguenza: Femmina, latino FOEMINAM --> FEMINICIDIO

Ci va una sola caxxo di emme.

E non venitemi a dire che sì, vabbè, ma l'importante è il significato della parola, con tutto il suo drappello etico-morale-giuridico-sociale, non si sta parlando di questo.
E' che detesto con tutta me stessa chi si inventa le parole senza rispettare la lingua che parla .

Quindi.
Tutti in coro, dopo di me: 
"Femminicidio è una parola sbagliata"
"Si dice Feminicidio, non Femminicidio".
Sto preparando le magliette, eh.

Magari non cambierà niente, magari sono solo pie illusioni, e i giornalisti e tutti gli altri appresso a loro continueranno a dire femminicidio qua femminicidio là, visto che ora va pure di moda, 'sta parola (il "tristemente" aggiungetelo a piacere), ma, nel mio piccolo, confido nel cambiamento dal basso.
E continuerò la mia strenua lotta a oltranza.
Ché sì, che vogliamo farci, sono un'inguaribile Grammarnazi ottimista.

lunedì 20 maggio 2013

Le cose che amo di Torino/il Salone del Libro

Immaginate uno spazio enorme. Fatto? Ora rendetelo più enorme, diciamo il doppio.
Spalmatelo di moquette colorata in modo che, camminando, i vostri passi rimbalzino ovattati e comodi lungo sentieri più o meno tracciati, in una rete di linee che s'allacciano, in una rete di linee che s'intersecano (cit.).
Fate scendere dal soffitto uno stormo di cartelli indicatori, una mappa aerea che vi propone un ventaglio di possibili direzioni e percorsi, una roba tipo questa:

Me stessa al Lingotto Fiere

Ora guardate gli spazi venuti fuori dalla scacchiera delle vie colorate: piccoli e grandi rettangoli grigi, con il pavimento di cemento e lo sporco agli angoli. Una bella geometria armonica in due dimensioni.
Adesso, piano piano, guardate crescere in questi mini-lotti di terreno urbano la dimensione verticale dell'altezza: gente che di mestiere sta tendenzialmente dietro una scrivania, le mani sempre a ticchettare su una tastiera, d'improvviso trasformata in manovalanza operaia, armata di martello e chiodi e scotch e scopa e paletta, tira su stand spartani o curatissimi, tutti bianchi o ipercolorati, disordinati o organizzatissimi. 
Seguite, adesso, quegli omini col caschetto giallo anti-infortunio alla guida di camioncini pieni di pacchi, guardateli fermarsi davanti a ciascuno di quegli stand appena costruiti e scaricare come postini scatole e scatole con sopra solo i nomi dei destinatari, ciascuno dei quali le ritira soddisfatto.
Ora, mettete loro in mano un cutter, o un paio di forbici, o una chiave, o la buona volontà e guardateli aprire uno ad uno tutti i pacchi ricevuti e tirare fuori il contenuto.
Libri.
Solo libri.
Migliaia e migliaia. E migliaia.
Li sistemano in bella mostra sulle superfici sgombre, li impilano se c'è poco spazio, curando di destinare il posto migliore al titolo di punta, li incastrano come un tetris gestendo le cromie delle copertine e le dimensioni dei dorsi e il materiale più o meno rigido di ognuno di essi.
E' tutto pronto per il giorno dopo, che è giovedì.
Avete chiaro in mente questo quadro, questo ordine meticoloso, questa aspettativa e questo lavoro dietro le quinte?
Bene. 
Adesso, fate esplodere lì dentro il caos: persone, ombrelli, musica, persone, slogan, voci, persone, biglietti, code per entrare, persone, eventi, vip, presentazioni, persone, libri, persone, persone, libri libri, libri.
Così, per cinque giorni, dalle 9 alle 23.
Questo è il Salone del Libro di Torino, ogni anno.
E ogni anno, per me, è una bolgia paradisiaca! L'ho vissuto, nel 2010 e nel 2011, da interna addetta ai (pur umillimi) lavori, l'anno scorso l'ho mancata di un migliaio di chilometri, quest'anno me la sono goduta da visitatrice esterna venerdì e sabato.
Come sempre, la cifra principale dell'esperienza è data da due elementi: essere frastornata e con i piedi doloranti per tutto il tempo di permanenza all'interno dei padiglioni e avere un costante sguardo inebetito passando di casa editrice in casa editrice (ho evitato, per ovvie ragioni, i megastore di Mondadori e Feltrinelli), con la voglia di comprare tutto e niente.
Eppoi ci son stati gli incontri: smaltita la delusione per non aver trovato posto alla lettura pubblica della calviniana "giornata di uno scrutatore", mi sono rifatta con Daria Bignardi, Lella Costa (per l'ennesima volta), Vauro e Zerocalcare, del quale ho rinunciato ad avere l'autografo, visto che aveva uno stuolo di fan in coda che neanche Di Caprio ai tempi di Titanic, ma che, posso dire, vanta una versione in carne e ossa davvero somigliante a quella fumettosa!
Ho acquistato poco, davvero poco, ma a mio dire, delle vere perle:

Il Conte di Montecristo di Dumas - che fa parte del mio personale empireo di libri più belli mai scritti - nella nuova edizione Donzelli (l'editore, per inciso, mi ha rivelato che vorrebbe portarselo nella tomba)


La riduzione per bambini di Tristano e Isotta, meravigliosamente illustrata, sempre per Donzelli, perché questa storia è il mio demone irrisolto, c'ha appiccicati sopra ricordi bellissimi, magoni fortissimi e momenti fra i più brutti che ho vissuto, ma in questo libro è talmente leggera e visionaria da bastare a se stessa


L'Infinito magnetico. Qui son davvero capitolata.


Ché Leopardi è sempre, fottutamente, insuperabile e trovarselo ogni mattina davanti agli occhi sullo sportello del frigo fa bene al cuore e apre i sensi al meglio.
Per non dire della sfida di ricomporlo parola per parola come un puzzle, a mezzanotte, con il consorte complice e la Mater a sciorinarlo a memoria improvvisando.

E sì, potete essere invidiosi.
Sì, siatelo. 
Fortissimo.

venerdì 17 maggio 2013

giovedì 16 maggio 2013

Gente da 15/Ricomincio da 3

[Riprendo la rubrica inaugurata qui e continuata qui e qui, a proposito dei bizzarri passeggeri del tram numero 15 che mi porta a lavoro. Lo so che è maggio e che il calendario dovrebbe impormi di prendere la bici, ma sono 48 ore che piove ininterrottamente e copiosamente. C'è Noè, fuori dalla finestra, con la sua fauna accoppiata, e mi fanno tutti "ciao ciao" con le zampine umide. Quindi ho preso il tram.]

Mi sostengo a fatica, incastrando il braccio fra finestrino e obliteratrice, la borsa appesa alla mano sinistra, la destra cerca di dominare l'ombrello fradicio per evitare di fare la doccia agli altri, già madidi, passseggeri. Il tram è strapieno e sono pure in ritardo. Mi alieno fortissimamente e ignoro pure il posto che si libera vicino a me, ché c'è un nugolo di vecchine che se lo contendono dall'alto della loro vetustaggine. Dannate vecchine.

A metà percorso, salgono loro.
Lei mi si piazza di fianco, posso vederla con la coda dell'occhio e si impone alla mia attenzione perché parla a macchinetta, è un logorroico fiume in piena
"Ieri ho parlato con la mia collega, sai quella che lavora con ***? Dice che a fine giugno la mandano via, che non hanno più fondi, ma lei non si scoraggia, mi ha detto che quest'estate parte per il Perù! Che bello deve essere il Perù, quasi quasi ci vado anche io guarda, e chi se ne frega! Perché non ci pensi anche tu? Certo però bisogna fare le cose per tempo, sai le ferie, i voli, però però... dai che ne dici?"
Lui non lo vedo, è dietro di me, si palesa solo con qualche battuta detta fra i denti.
"Mpfh... boh, non lo so... non so ancora per quanto tempo resterò a Torino..."
Lei, a un'occhiata più attenta, è la tipica donna in carriera superimpegnata, ma di quelle che mantengono, come dire, un allure equo-solidale: poco trucco, capelli corti, cappellino di taglio maschile, giacca a vento rossa; non le vedo le scarpe, ma sarei pronta a giurare che non hanno tacco.
Ci prova con più insistenza.
"... e quindi... stai cominciando a conoscere la città, bene, bene... se ti serve qualcosa ovviamente puoi contare su di me, non farti scrupoli, la macchina, la bici, quello che vuoi... pensa, mio cugino si muove in monopattino! che poi è comodo, se ci pensi: lo metti a tracolla come una borsa, poi quando scendi dall'autobus lo apri e via!"
"Mh... io preferisco i mezzi... anzi ho fatto l'abbonamento"
"ah... sì, beh, hai ragione, lo penso anch'io".

Fra me e me ridacchio: l'approccio flirtoso non sta andando secondo i suoi piani, non c'è niente da fare.
Ritenta.
"Ma lavori con due computer? E te li porti dietro sempre? Non sono pesanti? Magari uno potresti lasciarlo in facoltà... sai che sto imparando ad usare un nuovo software? la settimana prossima faccio un corso di aggiornamento!"
"Ah, beh... me li ero portati a casa... speravo di combinare qualcosa dopo cena, ma i miei amici mi hanno costretto ad uscire... siamo andati al Quadrilatero"
"Ah, bene... [visibilmente delusa] Capisco... beh, questa è la mia, devo scendere... mi ha fatto piacere vederti e mi raccomando: chiamami!"
"Sì, certo, non preccuparti... ZIA"

...
Ho sentito bene? Sono stonata di brutto, o cosa? Evidentemente sì, ma io 'sta scena l'ho già vista...
Dove...
Ah sì!


lunedì 13 maggio 2013

Abbiamo un problema

Driiiiin... driiiin...*
"Pronto?"
"Buongiorno dottoressa, sono XYZ della KJW [ditta per cui lavoro con un co.co.pro.]"
"Ah, buongiorno!"
"La disturbo?"
"No, no, si figuri, mi dica"
 "Sì ecco... la chiamavo perché abbiamo un problema"
[a parte: che vorrà mai? la produttività è scesa? il lavoro è fatto male? i dipendenti della biblioteca si sono lamentati? Panico].
"Un problema? Mi dica, che cosa?"
"Ecco... è che... non so come dire... dobbiamo rinnovarle il contratto"
"..."
"Sì beh, abbiamo fatto male i conti e non potete farcela in così poco tempo"
"Ah. [Pausa. Ma mi stai prendendo per il culo? No? Ristabilimento tono professionale] Beh sì, in effetti, la stima mi sembrava sbagliata... lo avevo accennato un paio di mesi fa e..."
"Ecco appunto. Però magari, non so, intanto avevate trovato qualcos'altro da fare dopo giugno"
"...!"
"No? Allora bene, problema risolto, proroghiamo fino al 30 settembre. La contatterà WKH della contabilità"
"D'accordo"
"Bene. Allora a risentirci, buona giornata!"
"Buona giornata a lei"
Clic.

Ok.
Ok.

Mah!

* in verità il mio telefono suona così [NdB]

sabato 11 maggio 2013

Tutto ciò che non è inferno

L'odore dei cornetti caldi sotto i portici, la mattina.
Piegare le lenzuola pulite, facendosi aiutare.
Capire di avere tra le mani un buon libro, dopo averne letto solo qualche pagina.
Scrivere un biglietto di auguri.
Il rumore delle scarpe, camminando sulla spiaggia.
Avere la casa invasa da amici.
Essere stanco, dopo la palestra.
Recitare a memoria una poesia.
Le cicale ad agosto.
Guardare tutte le puntate di un telefilm.
Un vestito in cui sentirsi bellissima.
Vedere sbocciare fiori nuovi, sul balcone.
La colazione pronta.
Bambini di cui essere zia.
Seguire una ricetta e essere fieri del risultato.
La malinconia, a piccole dosi.
Il tempo di fare l'amore.
Comprare brutti souvenir.
Dare la corda a un carillon.
Mangiare la pizza.
Scrivere qualcosa di bello.
Scartare un regalo.
Impacchettare regali.
Scegliere una musica di sottofondo.
Una giornata senza doveri.
Avere sonno.
Tequila, sale e limone.
La neve.
Le dieci di sera.
Rivedersi.
Parlarsi dopo mesi, senza che niente sia cambiato.
Sapere che, anche senza dover parlare, ci sono persone che sono lì.
I colori.
I complimenti.
Un posto da chiamare casa.
Essere ospitali.
Fare progetti.
Commentare un film appena visto.
La salsa fatta in casa.
Imparare a suonare uno strumento.
Una persona da abbracciare.
Avere la citazione giusta.

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Italo Calvino.

martedì 7 maggio 2013

Il mio pollice verde chiaro

Nel mulino che vorrei, la mia casa è luminosa ed ha un giardino, un tavolo fuori dove fare colazione godendosi l'aria mattutina e una sdraio comodissima dove leggere e sonnecchiare nel primo pomeriggio.
Nel mulino che vorrei, non c'è Antonio Banderas e men che meno i suoi flauti, forse la gallina Rosita, ma solo perché vuoi mettere avere una gallina che sta in posa su un cuscino? Anche perché io già ce l'ho in casa uno che al cioccolato non rinuncia e se ne strafrega dei biscotti al vapore, noi ci andiamo giù pesante, potete scegliere agevolmente fra Dupli, Kinder Bueni, Kinder Pinguì, Kinder Paneciok, Cornetti al cioccolato, Gelati (almeno tre gusti Carte d'Or), M&M e Chocobons. E sicuro mi sto dimenticando qualcosa.
Nel mulino che vorrei, il suddetto cioccolativoro consorte ha tanto spazio per allestire il suo orto, ha le stecche per le piante di pomodori, tre metri quadrati per piantare lattughe e un armadio capiente per tenere attrezzi, concimi, terricci e vasi, e io ho ancora spazio a sufficienza per far trionfare ogni colore dell'iride in aiuole fiorite e alberi frondosi.
Il mulino che vorremmo, ovviamente, non esiste - e chissà se mai esisterà - ma i sogni son desideri realizzabili per quel che ci riguarda e quindi pure se Rosita latita, ci diamo da fare ogni anno per trasformare il mulinello che abitiamo da appartamento al quarto piano di un brutto edificio torinese (lo stesso del post precedente eh, non ve lo dimenticate) in qualcosa che assomigli al bucolico idillio. Anche se c'è sempre il cantiere di fronte. Anche se c'è sempre il neonazista di fianco. Anche se ci sono sempre (ma noi li ignoriamo) gli animali morti in cantina e i gatti della signora Dihel.
Abbiamo un terrazzino profondo un metro scarso, le ringhiere sono bassissime - della serie che se mi metto i tacchi ho paura di cadere di sotto quando devo raccogliere i panni stesi alle corde - e lo spazio vitale si riduce drasticamente quando apro lo stendino. Ma tant'è. Bisogna arrangiarsi, possibilmente senza rinunciare a nulla. Quindi come ogni anno, abbiamo allestito un orto-giardino sul balcone che comprende (non si sa come): dalie, campanelle, garofani, gerani (direttamente dalla Calabria, non sia mai che li compri, i gerani, al massimo li rubi da un altro vaso!), girasoli, una fucsia (che è il nome della pianta - mica lo sapevo che venisse prima del nome del colore omonimo!), 3 varietà di basilico, 3 di peperoncino, 2 di menta, rosmarino, timo, prezzemolo e, per non farci mancare proprio nulla, pomodoro cuore di bue, peperoni e melone bianco. No, non pensate che sia da megalomani piantare meloni sul balcone, perché due anni fa lo stesso consorte, posseduto credo dallo spirito di Luca Sardella, sullo stesso balcone ha testato la coltivazione delle angurie. Angurie, non so se mi spiego. Che se poco poco i fiori avessero fruttificato, entravano loro e uscivamo noi. Poi ci ha pensato il tornado di luglio, vabbè.
Comunque sia, questo è il risultato:


Melone
Fucsia



Gerani calabri


Campanelle

Girasoli (il mio orgoglio personale)

Garofani

Basilico - Pomodoro - Peperoncini


Quando vuoi, Rosita...

venerdì 3 maggio 2013

Questione di Puzza

La primavera, da che mondo è mondo e da che sussidiario delle elementari è sussidiario delle elementari, è foriera di nuova vita, alberi in fiore, uccellini cinguettanti e colori pastello. Ma è anche, nell'ingenuo immaginario collettivo, sintomo di profumi delicati e piacevoli, siano essi di bocciuoli appena schiusi o di erba tagliata, di aria frizzantina o di coppiette in amore.
No.
Miei piccoli e affascinati lettori, lasciate che vi disilluda.
La primavera puzza.
O meglio.
Puzzano cose e persone, animali e vegetali, di giorno e di notte.
Puzza l'aria, quando appena sveglia apro le finestre e il cantiere di fronte ha già da un'oretta cominciato ad innalzare nuvole di polvere e detriti (ora che c'è bel tempo approfittiamone!).
Puzza la spazzatura, quando la scoperchio per buttare i residui di caffè (puzza sempre, d'accordo, ma da ora e per i quattro mesi a venire puzza di più, ché le cose si decompongono più in fretta).
Puzza il vicino sul tram, che disconosce il deodorante, ma anche il ciclista che mi supera in uno scatto alla Bartali.
Puzza il loculo dove lavoro, che già è in un seminterrato poco incline alla ventilazione, ma a questo si aggiunge un dipendente che lo coabita con me, caratterizzato dall'afrore di vecchio, e sudicio, e stantio.
Puzzano i libri con cui lavoro, alla faccia di chi dice che è tanto bello e irrinunciabile il profumo della carta.
Puzzo pure io, e mi pare ovvio, quando ritorno a casa.
Da qualche giorno però, una nuova puzza si è distinta nella mia giornata tipo.

Il contesto: poco tempo fa, tornando a casa, apro il portone e noto una new entry attaccata alla cassetta delle lettere


Un deodorante adesivo? Che ci fa un deodorante adesivo nell'androne del palazzo? Di quelli brutti poi, non solo e non tanto esteticamente, ma soprattutto olfattivamente, avete presente... tipo quelli dei bagni dell'autogrill. Eau de Schifézz.
Vabbè...
Passano un paio di giorni, stesso palazzo, stesso androne, pochi metri più avanti, di fianco la porta della cantina, trovo questo:



Stessa dimensione, stesso modello, fragranza diversa. Comincio a non capire: perché quelli della ditta delle pulizie hanno messo 'sti cosi? Fra l'altro il miscuglio di aromi differenti esplode in un mix vomitevole di lavanda, muschio bianco e anitra wc del discount che mi fa rimpiangere il loculo lavorativo, ma vabbè, "ignoriamoli in apnea" mi dico...
Ancora due giorni, entro in ascensore col consorte e caccio un urlo che lui pensa "che è? un ragno? Godzilla? gli alieni? No:


Un altro!
"Basta!" dico "ma che è un gioco? Fra un po' ce li ritroviamo pure in casa!". E giù un'invettiva acida delle mie, mannaggia qua, mannaggia là, sta casa fa schifo, ma quando ce ne andiamo, etc. etc.
Fin quando.
Tre giorni fa, il mistero si svela.






Cioè.
Animali morti in cantina.
Salvatemi.