venerdì 19 aprile 2013

L'incubo ricorrente

E' successo di nuovo.
Sono passati forse dieci anni dalla prima volta, eppure continua a succedere con frequenze scostanti.
L'incubo ricorrente.
Tutti ne hanno uno, no? Il mio torna a trovarmi ogni volta che l'inquietudine e l'ansia piantano l'assedio: di giorno riesco - cinicamente - a ricacciarle oltre il fossato del castello, a sopirle quasi del tutto; di notte, semplicemente no. Che vigliacche.
Ogni volta, c'è lei nella sala grande piena di specchi, il linoleum sul pavimento e i molti neon sul soffitto; in un angolo, lo stereo. Lei, piccola e magrissima, i capelli lunghi e sciolti, l'abbigliamento tipico della transizione fra gli anni '80 e i '90. Lei, immancabilmente, fa partire la musica.
Ritorno nella scuola di danza.
Lei è la mia istruttrice, quella che ha riempito i miei trepomeriggiasettimana per dodici - DODICI - anni, dai 4 ai 16, quella a cui ho voluto bene semplicemente perché non mi ha imposto la disciplina che si immagina obbligatoria quando si parla di balletti, perché le lezioni non erano scandite dalle melodie del Lago dei Cigni, né dal rosa dei tutù, ma da anfibi, pantaloni larghi e ritmi hiphop. Una culla dove crescere senza dare troppo peso alla propria inadeguatezza fisica.
E poi, ci sono loro: le mie compagne di corso. Nell'involuzione del sogno, sono sempre preparate e a tempo, mentre io - c'è bisogno di dirlo? - sempre in ritardo, mi sono persa qualcosa, una sequenza di passi, un'esibizione che sta per cominciare e non so dove stare.
Loro, nella realtà, non si sono mai risparmiate. Sempre issime: magrissime, fichissime, bravissime, corteggiatissime. No, io no. Sempre, in un modo o nell'altro, fuori dal gruppo. Cattivissime. Che, quando sei teen, viene particolarmente facile. Per carità, ce ne sono state altre come me, ma io ho il primato di resistenza: dodici - DODICI - anni. E, alla fine, ho mollato. Con la morte nel cuore e con lo zuccherino del pensiero che dopo un anno comunque avrei cambiato città, e avrei in ogni caso lasciato quel posto familiare come la mia stanza.

Non ci vuole Freud per capire.
E temo che non lo supererò mai. Che questo spauracchio onirico di magoni inespressi e autostime labili mi accompagnerà sempre, nonostante le soddisfazioni più o meno grandi, le sicurezze e gli affetti più stabili, i punti forti più valorizzati, i complimenti più sinceri.

Mi sono svegliata di soprassalto ed erano le 6 di mattina. Il vicino di casa - il neonazista che di lavoro fa la guardia notturna - stava rientrando, col consueto strascico di insulti alla madre e alla nonna e di rumori non necessari ed incivili.
Ma stavolta non l'ho maledetto.

2 commenti:

  1. Il mio sogno ricorrente è un'onda anomala che mi travolge. Negli anni è diventato sempre più realistico. Sbegliarsi ogni volta è un sollievo, posso capirti :)

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    1. E anche per questo, mi sa, non serve Freud... :)

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