lunedì 22 maggio 2017

Inception - Mum edition

Quattro e quaranta del mattino, addormenti il pargolo al termine del solito tour tetta-fasciatoio-tetta-sorrisino notturno.
Ti addormenti pesantemente.
Sogni il tuo pargolo che, di notte, è sveglio e devi addormentarlo. Lo addormenti, ma lui si risveglia poco dopo perché vuole essere cambiato.
Ti risvegli e, realmente, il tuo pargolo è sveglio e vuole essere cambiato.

domenica 14 maggio 2017

Festa

C'è stato il tempo del silenzio, quello che ha permesso la ricostruzione della routine e dell'equilibrio.
C'è stato il tempo di mettere le tessere a posto, incastri cauti, dal profilo basso, sottotraccia.

C'è stato il tempo di tornare a godersi casa, e impegni, e nullafare.

C'è stato il tempo di avere un orizzonte, anzi no, qualcosa di simile a un baratro, ma meno apocalittico, forse più simile alla cima di una cascata, o al vertice superiore di un ottovolante.

C'è stato il tempo di cercare, di pensare e cercare, il tempo di immaginare.
Di sperare, e di disperare, quello no. Non c'è stato il tempo.

C'è stato un vortice che risucchia, una vertigine emozionale che fa girare la testa e formicolare le dita di mani e piedi.
C'è stata l'ineluttabilità di prendere coscienza che tutto cambia, che tutto stava cambiando, era già cambiato.

C'è stata l'ostinazione di mantenersi fedeli a sé stessi, nonostante i cambiamenti, visibili e invisibili. Di procrastinare il più possibile il momento in cui l'identità avrebbe dovuto fare i conti col nuovo, con l'esplosione.

C'è stata la paura, c'è stato l'entusiasmo, c'è stata la felicità, a pezzetti, a briciole, a bocconi.
Nel silenzio di casa nostra, a contare i passi ed i momenti prima di.
Prima che.

Arrivassi.

E no, non lo so scrivere.
Annulli la capacità di mettere ordine nella testa, non ne dai il tempo, non c'è spazio per la riflessione.
C'è solo l'attimo, il presente, l'adesso.
Ed è così pieno, così pervasivo.

Tu che sei nuovo,
sei perfetto,
sei nostro.

E ci sorridi, ti avvinghi, ti contorci. E piangi, ti ubriachi, dormi.
Fai ridere, fai piangere, fai stancare.

Sei l'orgoglio e la scommessa.
Ogni giorno, ogni ora diverso.
Ed io, sempre la stessa, sempre diversa.
Ancora zoppicante, incastrata a fatica.
Ma in equilibrio, su funi altissime.
Fiera di r-esistere, con te.
Per te.
Che mi regali questa posizione scomoda ed eletta, preziosissima.

Che vento, che vista che c'è.
Auguri a me.

sabato 31 ottobre 2015

Le cose che amo di Torino/Autunno

La sfacciataggine con cui la natura decide di fagocitare l'urbano, regalandomi colore e stupore.




venerdì 16 ottobre 2015

Come stai?

Come stai?
Come sto? Che domanda... Come sto... Dipende, ecco, dipende, oggi per dire 'no schifo, ieri 'no schifo un po' di meno, due giorni fa alla grande. Va così.

Come stai?
Sto in bilico, tanto per cambiare. Equilibri instabili, solita storia. Abituarcisi mai.
E' che forse c'ho il baricentro più alto, da un po', e tendo a caracollare più facilmente.

Come stai?
Bah... Che vuoi che ti dica. Da due mesi guardo dritto davanti a me, senza sbirciare i piedi, chi si ferma è perduto. O è caduto, peggio. Non è lecito cadere, non si può. Bisogna. Restare. In piedi. Pilastri. E sì, alla fine sono stata brava, alla fine mi sembra di aver resistito bene.
Ho fatto tutto da sola.
Che bambina grande.

Come stai?
Sì ma tu chi sei? Chi sei tu, che me lo stai chiedendo? No perché mi sa che sei solo una voce nella mia testa, sei solo un'eco della mia voce. Come sto? Tanto vale che me lo chieda direttamente da sola.
E' questo il problema. Chiederselo da soli. Darsi una risposta sufficiente, esaustiva. Capire cosa c'è che non va, rimpicciolire il problema fino a farlo scomparire, o forse solo fino a renderlo minimo abbastanza da nasconderlo dietro a qualche sinapsi. Razionalizzare e reagire. Razionalizzare e metabolizzare. Ti piacciono queste parole, eh? Passerà. Passerà tutto e tornerai come prima.

Come stai?
Che poi succede che qualcuno te lo chiede davvero, come stai? Ed è come essere un castello di carte in mezzo alle correnti d'aria. Succede che crolli e non te lo aspetti. Succede che crolli quando meno te lo aspetti. E basta un niente.
Non ero così, io non ero così. E allora come è possibile che adesso.. Davvero volete convincermi del fatto che non è indolore questo meccanismo? Che mostrarsi incrollabile ti rode dall'interno come le termiti? Che non posso dominare le mie reazioni emotive?

Come stai?
Magari starei meglio, se me l'avessero chiesto di più, come stai? Sono arrabbiata, arrabbiata col mondo. Magari starei meglio, sarei meno satura, più lucida, se non avessi dovuto fare tutto maledettamente da sola, se l'intuito degli altri fosse arrivato a capire che bastava chiedere, come stai? E magari ascoltare. Magari farmi parlare un po' di più.

Mi manca la sicurezza dei rapporti profondi.
Il poter dire: parliamo. Lo sfogo. La lentezza di farmi ascoltare. E mi manca anche il racconto degli altri, le confidenze. Che sono qui. Parlatemi. Sono qui.
Dov'è che sbaglio?
E' il tempo?
E' il mio carattere? Sembro spocchiosa? Sarcastica? Superiore? Cosa?
Fatemi capire.
E capitemi, maledizione.

martedì 14 luglio 2015

Allosanfàn

Che il genere umano trova conforto nel ricondurre le proprie casualità a ordini precostituiti e coincidenze più o meno artificiali.

E chi siamo noi per dissentire?

Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.

Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.

C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.

Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.

Il giorno della gloria è arrivato.

Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)


mercoledì 8 luglio 2015

Cose belle #9

Una vaschetta di gelato artigianale pistacchio e stracciatella con due cucchiaini, il tentativo di ignorare l'afa delle undici di sera e lo zapping sulle emittenti locali piemontesi che ti regala a sorpresa il concerto di Gianni Drudi.


martedì 30 giugno 2015

A come

A come Attesa.
Aspetta. Aspetta. Non parlare subito, non ancora, non adesso. Domani, magari. Domani sarà più reale. Domani parlarne non sembrerà antiscaramantico. Adesso aspetta, sopporta, aspetta.

A come Apnea.
Inghiotti più aria che puoi. Di più. Un po’ di più. Dai, che ce la fai. Inspira e trattieni. Gonfia le guance. Diventa bluastra, se è il caso. Non cedere. Passerà, sta già passando. Ecco, è passata. Anche questa. Intravedi la luce, laggiù, in lontananza?

A come Acqua di mare.
Quella l’hai vista, di sfuggita, un pomeriggio di metà giugno. Il tuo mare. C’era vento e faceva addirittura freddo, ma imperterrita hai voluto sentire quella certa familiare sensazione di sabbia fra le dita, quel certo consuetissimo rumore ripetitivo di vaevieni salmastro. Perché? Perché quest’anno, chissà, forse tornerai, o forse no.

A come Affittasi.
Che impressione che fa. Tornare a casa e vedere il cartello attaccato al portone. Affittasi. Ce ne andiamo. Cerca di non farti prendere dal panico, mentre monti gli scatoloni e impacchetti la tua vita. Cerca di contenere il magone all’idea che questa non sarà più casa tua. Casa vostra. Perché ce n’è un’altra adesso. Più grande, più luminosa, più bella. Più vostra.

A come Autunno.
Vuoi che arrivi presto. Quando sarà autunno tutto comincerà ad essere più consueto, più riconoscibile. Non vedi l’ora, già, non vedi l’ora di inaugurare plaid e divano, accartocciandoti di fronte alla parete color cioccolato. Non vedi l’ora che sia l’ora di comprare un nuovo albero di natale. Non vedi l’ora di costruire nuove, differenti tradizioni e aspettare l’anno dopo, e quello dopo ancora, per riviverle daccapo. Non vedi l’ora di invitare tutti quelli che conosci, di mostrare loro gli angoli e le luci, e i panorami. Le Alpi, di nuovo, finalmente.

A come Adesso.
Il momento giusto. Il luogo giusto. Dice che si riconosce, quando la vedi. Che la senti tua, appena ci entri. Anche se intanto ci sono altre vite, già piene e corpose, ad abitarla. E’ strano. Io non ci credo a queste cose. Eppure. Ci sono dettagli che sono come segnali. Come arrivarci davanti in auto e trovare facilmente posteggio. Come l’ascensore spazioso e luminoso. Come il parco di fronte intitolato a Falcone e Borsellino. Come il nome della via, che ti fa immaginare mentre dici con malcelato orgoglio intellettuale: abito in via Leopardi.

Respira, adesso. Espira, inspira, espira di nuovo. Lo puoi dire. Lo puoi rendere reale.
A come Alla fine.
Appena prima di salutare giugno.