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martedì 23 gennaio 2018

Maggiore età

Chi l'avrebbe mai detto, allora, che ci saremmo piaciuti.
Chi l'avrebbe mai detto che a parlare, e parlare, e parlare, saremmo diventati l'una il salvagente dell'altro, l'altro dell'una, in quello strano stagno melmoso che è l'adolescenza.
Chi l'avrebbe mai detto che a furia di calamitarci, avremmo reso possibile l'andare e il venire, lo stare nello stesso posto sempre per poco.
Chi l'avrebbe mai detto che saremmo cresciuti, che avremmo messo da parte i sogni e le ipotesi e avremmo cominciato a costruire, pezzo a pezzo, uno spazio e un tempo da vivere insieme.
Chi l'avrebbe mai detto che non ci sarebbe bastato mai il presente, che il bello dello stare sarebbe stato il proiettarsi in avanti, sempre con un progetto da realizzare, qualcosa a cui tendere.
Chi l'avrebbe mai detto che saremmo stati in grado di creare qualcuno che non c'era, e ora c'è, si muove e pretende di esserci, non può farne a meno, non ne potremmo più fare a meno.
Chi l'avrebbe mai detto che saremmo stati in grado di stracciare ogni schema, ogni abitudine, di piegarci e non spezzarci sotto il peso della stanchezza e del tempo che manca.
Chi l'avrebbe mai detto che le parole non sarebbero state sempre così necessarie, che ci sarebbe bastato il tempo di un respiro preso insieme, per sapere di sapere, per promettere e restare, per resistere e per vedere oltre, e scoprire la bellezza, insieme alla fatica.
Chi l'avrebbe mai detto che sarebbero passati questi anni, uno per uno, a sparigliare le carte in mille modi, e noi a trovarci sempre e comunque di fianco l'uno all'altra. Più è difficile, più siamo bravi.

Eppure.
Diciotto anni che ti so, che mi sai.
Non voglio nient'altro che questo. 

martedì 17 ottobre 2017

Cose belle #10

Sentirmi chiedere, in un messaggio: "Consigliami un libro".
Pensare alla persona che avanza la richiesta, al suo carattere, a ciò che ci accomuna e ci differenzia, alla sua età, ai suoi spigoli e ai suoi interessi.
Digitare con sicurezza: "Trilogia della città di K".
Leggere la risposta, immediata: "Sono alla quarta rilettura".
Sorridere, consapevoli del fatto che sono momenti come questo a rendere le distanze delle trascurabili inezie.


domenica 14 maggio 2017

Festa

C'è stato il tempo del silenzio, quello che ha permesso la ricostruzione della routine e dell'equilibrio.
C'è stato il tempo di mettere le tessere a posto, incastri cauti, dal profilo basso, sottotraccia.

C'è stato il tempo di tornare a godersi casa, e impegni, e nullafare.

C'è stato il tempo di avere un orizzonte, anzi no, qualcosa di simile a un baratro, ma meno apocalittico, forse più simile alla cima di una cascata, o al vertice superiore di un ottovolante.

C'è stato il tempo di cercare, di pensare e cercare, il tempo di immaginare.
Di sperare, e di disperare, quello no. Non c'è stato il tempo.

C'è stato un vortice che risucchia, una vertigine emozionale che fa girare la testa e formicolare le dita di mani e piedi.
C'è stata l'ineluttabilità di prendere coscienza che tutto cambia, che tutto stava cambiando, era già cambiato.

C'è stata l'ostinazione di mantenersi fedeli a sé stessi, nonostante i cambiamenti, visibili e invisibili. Di procrastinare il più possibile il momento in cui l'identità avrebbe dovuto fare i conti col nuovo, con l'esplosione.

C'è stata la paura, c'è stato l'entusiasmo, c'è stata la felicità, a pezzetti, a briciole, a bocconi.
Nel silenzio di casa nostra, a contare i passi ed i momenti prima di.
Prima che.

Arrivassi.

E no, non lo so scrivere.
Annulli la capacità di mettere ordine nella testa, non ne dai il tempo, non c'è spazio per la riflessione.
C'è solo l'attimo, il presente, l'adesso.
Ed è così pieno, così pervasivo.

Tu che sei nuovo,
sei perfetto,
sei nostro.

E ci sorridi, ti avvinghi, ti contorci. E piangi, ti ubriachi, dormi.
Fai ridere, fai piangere, fai stancare.

Sei l'orgoglio e la scommessa.
Ogni giorno, ogni ora diverso.
Ed io, sempre la stessa, sempre diversa.
Ancora zoppicante, incastrata a fatica.
Ma in equilibrio, su funi altissime.
Fiera di r-esistere, con te.
Per te.
Che mi regali questa posizione scomoda ed eletta, preziosissima.

Che vento, che vista che c'è.
Auguri a me.

sabato 31 ottobre 2015

Le cose che amo di Torino/Autunno

La sfacciataggine con cui la natura decide di fagocitare l'urbano, regalandomi colore e stupore.




martedì 14 luglio 2015

Allosanfàn

Che il genere umano trova conforto nel ricondurre le proprie casualità a ordini precostituiti e coincidenze più o meno artificiali.

E chi siamo noi per dissentire?

Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.

Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.

C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.

Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.

Il giorno della gloria è arrivato.

Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)


mercoledì 8 luglio 2015

Cose belle #9

Una vaschetta di gelato artigianale pistacchio e stracciatella con due cucchiaini, il tentativo di ignorare l'afa delle undici di sera e lo zapping sulle emittenti locali piemontesi che ti regala a sorpresa il concerto di Gianni Drudi.


martedì 30 giugno 2015

A come

A come Attesa.
Aspetta. Aspetta. Non parlare subito, non ancora, non adesso. Domani, magari. Domani sarà più reale. Domani parlarne non sembrerà antiscaramantico. Adesso aspetta, sopporta, aspetta.

A come Apnea.
Inghiotti più aria che puoi. Di più. Un po’ di più. Dai, che ce la fai. Inspira e trattieni. Gonfia le guance. Diventa bluastra, se è il caso. Non cedere. Passerà, sta già passando. Ecco, è passata. Anche questa. Intravedi la luce, laggiù, in lontananza?

A come Acqua di mare.
Quella l’hai vista, di sfuggita, un pomeriggio di metà giugno. Il tuo mare. C’era vento e faceva addirittura freddo, ma imperterrita hai voluto sentire quella certa familiare sensazione di sabbia fra le dita, quel certo consuetissimo rumore ripetitivo di vaevieni salmastro. Perché? Perché quest’anno, chissà, forse tornerai, o forse no.

A come Affittasi.
Che impressione che fa. Tornare a casa e vedere il cartello attaccato al portone. Affittasi. Ce ne andiamo. Cerca di non farti prendere dal panico, mentre monti gli scatoloni e impacchetti la tua vita. Cerca di contenere il magone all’idea che questa non sarà più casa tua. Casa vostra. Perché ce n’è un’altra adesso. Più grande, più luminosa, più bella. Più vostra.

A come Autunno.
Vuoi che arrivi presto. Quando sarà autunno tutto comincerà ad essere più consueto, più riconoscibile. Non vedi l’ora, già, non vedi l’ora di inaugurare plaid e divano, accartocciandoti di fronte alla parete color cioccolato. Non vedi l’ora che sia l’ora di comprare un nuovo albero di natale. Non vedi l’ora di costruire nuove, differenti tradizioni e aspettare l’anno dopo, e quello dopo ancora, per riviverle daccapo. Non vedi l’ora di invitare tutti quelli che conosci, di mostrare loro gli angoli e le luci, e i panorami. Le Alpi, di nuovo, finalmente.

A come Adesso.
Il momento giusto. Il luogo giusto. Dice che si riconosce, quando la vedi. Che la senti tua, appena ci entri. Anche se intanto ci sono altre vite, già piene e corpose, ad abitarla. E’ strano. Io non ci credo a queste cose. Eppure. Ci sono dettagli che sono come segnali. Come arrivarci davanti in auto e trovare facilmente posteggio. Come l’ascensore spazioso e luminoso. Come il parco di fronte intitolato a Falcone e Borsellino. Come il nome della via, che ti fa immaginare mentre dici con malcelato orgoglio intellettuale: abito in via Leopardi.

Respira, adesso. Espira, inspira, espira di nuovo. Lo puoi dire. Lo puoi rendere reale.
A come Alla fine.
Appena prima di salutare giugno.


martedì 21 aprile 2015

Un sabato qualunque


Svegliarsi e essere Snoopy.
Realizzare di colpo di avere sposato Charlie Brown.
Preparare la colazione per i cognati ospiti, Lucy e Schroeder.
Aprire la porta alla cugina Woodstock.
Aspettare che arrivino gli ultimi amici, Linus e Cinque.
E poi interloquire con Joker, stare in fila con Elsa e Jon Snow, salutare Luigi e Tod, sorridere educatamente a Crudelia De Mon, che passeggia a braccetto con Malefica e Capitan Uncino.
Recitare un romanzo che comincia così: "era una notte buia e tempestosa..."
Infine, conquistare gli onori della cronaca.
Insomma, un sabato qualunque!

lunedì 2 marzo 2015

Keep calm and Festina Lente

Oh, io a Venezia non c'ero mai stata.
Quindi febbraio 2015 si chiude con una mirabolante lacuna colmata, e son felice.

Sono stata brava.
L'ho mascherata per bene, questa tre giorni in laguna, sventolando brochure del gigaconvegno per gli addetti ai lavori sui libri del cinquecento, complice la Dirimpettaia - la stessa del Bergonzoni di san Valentino, per dire - e ce l'abbiamo fatta a mettere i deretani sul frecciabianca con tratta ovest-est, ché la formazione è importante.

Venezia, dunque.
Sba-bam. Che è il rumore della mia mandibola crollata verticale, alla vista di tanta stranissima bellezza. Tanto per cominciare il mare.
Essì, subito che mi tacciate di banalità, perdiana. Ma no, state a sentire. Il mare.
Il mare a me mi manca assai. Mi manca vederlo all'orizzonte, sapere che c'è, da qualche parte, nel paesaggio che ruotando a 360° il mio occhio recepisce, le Alpi sono belle, per carità, ma capisci... Mi manca l'odore, l'umidità. Con buona pace dei miei capelli, che tanto ricci lo sono già di base, al limite virano verso l'anarchico, donandomi un wild look tipo Medusa-coi-serpenti.
Per cui ecco, Venezia ha vinto facile facile, da subito. Perché il mare ce l'ha dappertutto.

Un pelo scomoda, a dirla tutta. E sali sul ponte, e scendi dal ponte, e taglia il canale, e fatti sto chilometro a piedi, e toh, guarda, c'è un altro ponte, e via così. Mettici un trolley e ottieni il disagio supremo. Però senza auto è una pacchia, lo devo dire.

Poi, mangia&bevi: io credo che i veneziani alimentino scientemente l'alcolismo. Perché ascoltami, amico ristoratore: non è possibile che mi dai uno spritz a due euro e una margherita me la fai pagare 9. Tu comprendi che così io rischio di finire a mollo nel canale prima di cena e sì, è piuttosto indelicato.

A dispetto del fatto che fosse la mia prima volta a Venezia, comunque, non ho visto praticamente nulla di canonico, se si esclude piazza san Marco - aiutami a dire wow - e il ponte di Rialto - aiutami a dire giapponesiovunque - piuttosto un paio di chicche che mi sento di consigliare: la mostra sulla Divina Marchesa [Luisa Casati, amante di D'Annunzio NdB] a Palazzo Fortuny e il labirinto di Borges sull'isola di San Giorgio. Borges, capite? Quello che ha scritto la frase che campeggia sotto il titolo del blog. Laggioia, la commozione.

Poi c'è il lato emotivo, e qua cambiamo registro.
C'è quella sensazione di vivere un contesto goliardico, in compagnia della Dirimpettaia, ché per la prima volta ci siamo vissute così h24 ed è stato bello riconoscere la sintonia vicendevole anche al di fuori dei loculi lavorativi.
C'è quel bisogno di pausa, di prendersela comoda, anche se poi nei fatti l'acido lattico nelle gambe sta ancora parlando con gli angeli, ma è una stanchezza serena,  appagata, non invasa dallo stress e dalla velocità.

Il gigaconvegno cui abbiamo partecipato era in onore di Aldo Manuzio, che moriva 500 anni fa. Chieracostui? Un tipografo, un genio del suo tempo, uno che in vent'anni di attività è riuscito a rivoluzionare il mondo dell'editoria e il modo di leggere i libri. Ha inventato, fra le altre cose, la virgola, il carattere corsivo (se si chiama italic è perché è una sua invenzione), le collane editoriali, il libro tascabile, i best seller e più in generale il marketing editoriale. A inizio '500, a Venezia. Quella stessa Venezia scomoda, coi ponti, le strade strette, l'isolanità. Eppure.



Aveva un simbolo, quell'uomo là, un delfino attorcigliato ad un'ancora, che rappresentava un motto: Festina Lente. Che vuol dire, pressappoco, Affrettati lentamente. Cioè fai le cose, falle bene, precise, efficaci. Ma con calma, con attenzione. Non a tirar via. Goditele, che poi il risultato è migliore. E nello stesso tempo, rimani al passo, non ti crogiolare nel tuo, non ti nascondere sotto al plaid, sul divano. Esci, incontra altre persone, conoscile, approfondiscile. Cogli le occasioni per imparare e rimetti subito in circolo le conoscenze. Trova il bello nel mondo, dagli spazio, dagli importanza.


Forse non era proprio tutto così esplicito, nella sua testa, forse sono io che ingigantisco apposta il messaggio. E' che mi stanno morendo le piante, visto che non le sto curando da un po'. Mi stanno morendo abbastanza stimoli e non va bene: devo ridare colore e brillantezza allo sguardo che appoggio su cose e persone, ritrovare le scintille di bellezza, fare in modo di raccontarle in velocità. Essere rapida e attenta. Maga del multitasking e sommelier del dettaglio. Voglio fare surf e immergermi in profondità. Essere a un tempo ancora e delfino.
Un equilibrio perfetto.



domenica 15 febbraio 2015

Cose belle #7

La dirimpettaia di scrivania che ti fa scoprire che Bergonzoni fa uno spettacolo a 15 euro a 5 Km di casa tua, il fatto di andarci insieme con consorti al seguito e altri due amici neofiti, scongiurando d'un subito la malefica combo aureolata sanvalentino-sanremo.




domenica 25 gennaio 2015

Mingalabar

Vuol dire "Buongiorno", ma anche "Benvenuto", e "Arrivederci", "Grazie", "Buona fortuna".
Arriviamo e fa caldo, un caldo di quelli che ho visto solo in Sicilia, in certi agosti aggressivi, saturo di umidità e con colonnine che segnano +37°, almeno.
La nostra guida si chiama Win, parla italiano e inglese, oltre al birmano, ovviamente, ci accoglie con un gran sorriso: "Benvenuti in Myanmar!", ci dice.

Il primo posto è Yangon, la capitale, o meglio quella che è stata la capitale fino a pochi anni fa, perché ora la capitale ufficiale è Naypyidaw, la 'città nuova', costruita apposta per contenere tutti gli uffici amministrativi e politici dello Stato, lontano dal mare - si sa mai gli Stati Uniti decidano di attaccare con la flotta.
Yangon è piena di gente, c'è un gran traffico di motorini, furgoni carichi di gente ("sono gli autobus", ci dice Win), automobili con il volante a destra, all'inglese, nonostante la guida sia come quella italiana: "retaggio del vecchio impero colonialista", ci dice Win, mentre sfioriamo un incidente ogni dieci secondi, ché gli specchietti retrovisori non fanno miracoli.
"Ora camminiamo a piedi", altrimenti la città neanche la vedi, è vero.
Ci hanno raccomandato di non mangiare il cibo di strada, ora capisco perché: ai banchetti alimentari, l'acqua ha sempre una bella sfumatura marroncina e gli odori delle cucine sono pungenti, troppo.
I birmani sono persone sottili, si muovono con gesti lenti, aggraziati, larghi lo stretto indispensabile.
"Pensate all'Italia di 80 anni fa", ci dice Win. Che poi lui non c'è mai stato in Italia. Vabbè.


Prima di partire ho cercato di sapere qualcosa in più su questo Paese, sulla sua storia e sulla sua cultura. Fino a pochi anni fa non è che ci potevi venire facilmente, in Birmania. La dittatura militare osteggiava il turismo, gli stranieri meno sapevano meglio era. Poi è arrivata lei, la Signora, la Lady. Provo ad accennare l'argomento a Win, ma sono un po' restia: non so come può reagire ai temi di politica. Lui si apre in un sorriso che mostra i denti macchiati di rosso per il betel che mastica tutto il giorno, gli occhi si illuminano quando parla della Signora, Aung San Suu Kyi. Lei è il volto della ribellione alla dittatura, il volto della lotta pacifica, una goccia che ha scavato la roccia per più di vent'anni, dal chiuso della sua casa qui, a Yangon, la sua prigione. Agli arresti domiciliari per gran parte della sua vita, senza poter vedere il marito e i figli, rimasti in Inghilterra - lui ha fatto in tempo a morire di cancro - senza poter andare a ritirare il Nobel per la pace, nel 1991. Ha usato tutto il premio per finanziare la costruzione di scuole e di ospedali, qui in Myanmar.
La adorano tutti, letteralmente. Alle passate elezioni il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, ha preso qualcosa come l'80% dei voti. Elezioni dichiarate nulle dalla giunta militare.
Quest'anno c'è il nuovo turno, quest'anno andrà bene, è la volta buona, ci dice Win.
Quello che so è che la dittatura militare birmana è stata una delle più violente degli ultimi cinquant'anni, quella che - per dire - ha ordinato di sparare sui monaci buddhisti che manifestavano pacificamente, nel 2007. Racconto a Win che me lo ricordo: io ero a Roma all'università e tutti si vestivano di arancione per testimoniare solidarietà al popolo birmano. Lui sorride, sorride sempre, anche mentre mi racconta che all'epoca si trovò a dover fuggire con il gruppo di turisti che stava accompagnando come noi in giro per il Paese, perché le ambasciate avevano declinato le responsabilità e l'impegno a proteggere gli stranieri, sorride anche quando mi racconta dei suoi sei mesi in prigione, alla fine degli anni ottanta, quando il movimento non violento della Signora era all'inizio. Sorride e io non so come faccia.
Ma qui tutti sorridono, tutti prendono la vita guardando al buono che c'è, al poco di luminoso, di prezioso che riescono a rintracciare in una quotidianità fatta di povertà, di scarsi servizi, di libertà limitata.
Win mi dice che a lui è andata bene. Ci sono stati suoi compagni di università che per una manifestazione hanno fatto due, tre, dieci anni di prigione. Mentre ci muoviamo per il Paese, da una città all'altra, lui si ferma in un negozio, in una bottega di artigiani, parla con i titolari e con gli operai per portare notizie dalla metropoli, aggiornamenti e speranze.

E' quasi sera quando arriviamo alla meta principale qui a Yangon, la Shwedagon Pagoda.
Dobbiamo toglierci le scarpe e le calze: nei templi buddisti si entra solo a piedi nudi, è un modo per testimoniare che tutti gli uomini sono uguali, a prescindere dallo stato sociale, culturale, economico.
Ho sempre avuto in testa l'idea che i templi buddhisti fossero simili alle nostre chiese: posti silenziosi, spirituali, quasi trascendenti. Tutto sbagliato: qui la religiosità è routine quotidiana, pregare è come parlare e camminare, ogni momento è buono e non c'è bisogno alcuno di ritagliare spazi di concentrazione mentale condivisi: ciascuno fa da solo, anche se intorno c'è il caos.





La pagoda è una gigantesca piazza piena di persone che camminano, si inginocchiano, attaccano foglie d'oro e orchidee alle statue del buddha, recitano versi in lingue antiche, fanno l'elemosina ai monaci. Mi stravolge la contrapposizione fra l'opulenza di questo monumento e la povertà delle persone che brulicano al suo interno, eppure sono loro ad alimentarla, con le offerte continue in soldi e in materia. A questo non possono rinunciare.

La mattina dopo siamo a Bagan, la città dei duemila stupa. Una sorta di gigantesca Valle dei Templi di Agrigento, ma al posto delle colonne greche ci sono templi buddhisti costruiti nel medioevo e abbandonati nel corso del tempo, fino a quando - pochi anni fa - questo posto è diventato sito di interesse archeologico e studiosi ed equipe di restauratori di tutto il mondo hanno investito tempo e risorse per recuperarlo.
Bagan è spazio vuoto, sterminato. Non ci sono le strade affollate di Yangon, non ci sono i palazzi alti e fatiscenti. Ci sono villaggi, mercati, zebù. Le donne si truccano tutte con una strana pasta gialla che serve per proteggere dal sole e per prevenire le rughe. In un villaggio una signora anziana ci saluta con trasporto: siamo noi gli intrusi qui, è evidente, ma l'ospitalità è sacra, la gentilezza è un gesto naturale. I suoi due figli, entrambi laureati, sono tornati qui per dare una mano all'attività di famiglia: costruire oggetti di bambù e resina da vendere ai turisti e agli hotel.




Questo viaggio sta incrinando i miei concetti di lavoro, soddisfazione, ansia, stress, felicità.





A Mandalay c'è uno dei più grandi monasteri della Birmania e uno dei pochi in cui sono ammessi visitatori "laici". Qui in Birmania è usanza comune mandare i propri figli, verso i dodici anni, a fare l'esperienza della vita del monaco, per almeno sei mesi. Win dice che per suo figlio sta aspettando l'anno prossimo. I monaci si svegliano all'alba, indossano una tunica rossa o arancione che gli viene tassativamente donata, così come il cibo che possono mangiare (ma non cucinare) altrettanto tassativamente entro mezzogiorno. Il resto è preghiera, vita eremitica, contemplazione silenziosa e lontana dal mondo. Per tanti ragazzi, il monastero è l'unica strada possibile per ricevere un'istruzione, così spesso succede che i sei mesi di prova si trasformano in una scelta di vita definitiva. I monaci sono comunque sul gradino più alto della scala sociale. E sono incredibilmente ragazzini.




L'ultima tappa del nostro viaggio è il Lago Inle, nel nord del paese. Qui fa più fresco, ma il sole brucia la pelle più che altrove. Le strade e le ferrovie, in Birmania, sono terribili. Percorrere un percorso di poche centinaia di Km può voler dire impiegare una decina di ore di viaggio, sobbalzando continuamente da uno sterrato all'altro. Per questo motivo, per spostarsi da un posto all'altro conviene prendere l'aereo: i voli durano al più una mezzoretta e lo stesso velivolo, un po' come un treno o un pullman, fa varie fermate intermedie per far scendere e salire i viaggiatori lungo un'unica tratta. Per la stessa ragione, anche sul lago gli spostamenti via terra sono evitati il più possibile, molto meglio salire in barca e percorrere il tragitto via acqua.

Le lance dei pescatori del Lago Inle sono un miracolo di equlibrio. Fanno salire anche noi su una di queste imbarcazioni, opportunamente resa più confortevole da sedie da giardino inchiodate all'interno dello scafo e rivestite da cuscini colorati - siamo turisti, ci trattano bene e soprattutto sanno che difficilmente saremmo capaci di non finire a mollo entro pochi secondi, se non ci dessero una mano loro. I pescatori remano restando all'impiedi sulla prua, con il remo lungo incastrato fra ginocchio e caviglia, come se fossero su un monopattino galleggiante. In questo modo riescono ad avere le mani libere per amministrare le reti. Sembrano aironi dal baricentro perfetto.



Il lago è sterminato, trovarcisi in mezzo senza riuscire a vedere altro che acqua e giunchi, fino all'orizzonte, dà le vertigini. Gli abitanti del posto vivono in simbiosi con l'acqua: le abitazioni sono palafitte, ogni famiglia ha almeno una barca, in acqua si svolgono le cerimonie religiose, la vita sociale, le compravendite.




Il silenzio che c'è, la sera.
La distanza da tutto il resto, da tutto ciò che conosco e riconosco come consueto, normale.
Quanto mi destabilizza, quanto mi riempie.

La luce, la luce opalescente che ammanta tutto, quando piove sul lago, irradia e raddoppia le immagini, senza più orizzonti, senza elementi alieni di disturbo.




Cosa mi resta?
Cosa mi salva, cosa ho salvato, dopo quasi quattro mesi?

La meraviglia, l'incanto, lo stupore,
avere negli occhi pezzi di umanità diversi, diversi davvero,
sapere che è possibile vivere in maniera differente,
con altri problemi, altre priorità,
aver incrociato sguardi e sorrisi e colori che mai prima d'ora ho agganciato e forse mai più rivedrò,
la pace ed il caos,
la guerra e la pazienza,
la cantilena e il silenzio,
il riso e la nafta,
i fiori,
i capelli raccolti,
le fotografie della Lady appese in tutti i locali,
la speranza,

la voglia di guardare più oltre, al futuro, a superare d'un balzo finanche l'immaginazione, la mia limitata creatività, pensare che si può migliorare e dare bellezza ai dettagli,
ai momenti,
alle piccole, minime cose.

Mingalabar.



lunedì 29 dicembre 2014

Cose belle #6

Festeggiare l'arrivo del tuo compleanno insegnando a tuo suocero a fare tequila-sale-limone.



lunedì 15 dicembre 2014

Alice nel paese dei call center

E' stato più o meno un anno e mezzo fa quando per la prima volta sono entrata nel blog di Dalila: Le mie prigioni (Silvio Pellico stava meglio). Ricordo che per me era un periodaccio, una di quelle curve negative della sinusoide dell'umore che testardamente si ostinava a durare tanto, ma tanto.
Ho sbirciato dalla finestra di Dalila e ho trovato un'anima affine alla mia. Una sorta di transfert di freudiana memoria, quella sensazione che ti fa dire: guarda, siamo uguali. Dalila lavorava in un call center e raccontava la sua tragicomica esistenza professionale in post agrodolci, spesso malinconici, sempre ironici. Quello che ci voleva, in quel momento, per me.

Ho continuato a leggere le sue evoluzioni - e continuo tuttora - perché sempre, come quella prima volta, mi succede di riconoscermi nelle sue parole e nei suoi stati d'animo, nonostante non ci conosciamo davvero, viviamo in posti differenti, abbiamo storie diverse.

Succede che Dalila ha scritto un libro. Io l'ho comprato, subito. E l'ho letto.

Torino-Milano, Milano-Torino, Torino-Milano. Ci ho messo tre tratte da pendolare sul Frecciarossa, la metà del tempo abbarbicata al vano porta-valigie, all'impiedi, ché il treno era pieno.
L'ho letto sbuffando le due volte che ho dovuto interromperlo per scendere dal treno e andare a lavoro e portandomi dietro entrambe le volte la sensazione di consueta simmetria tra i miei pensieri e quelli di Dalila, tra le sue parole e quelle che io avrei voluto dire.

Alice nel paese dei call center è la storia di una ragazza italiana, quasi trentenne, laureata, che per campare, per essere autonoma e indipendente, si impone di resistere al contratto precario che la lega a un call center per sei mesi, temendo e sperando quando la fine del contratto si avvicina, combattendo contro i demoni che tutti quelli che fanno parte della mia generazione e si sono avventurati alla ricerca di un lavoro conoscono fin troppo bene: frustrazione, precarietà, senso di inadeguatezza, rabbia.

Io non ho mai lavorato in un call center. Per fortuna. Non ho mai sperimentato la realtà grottesca e spesso umiliante che racconta Dalila nelle sue pagine (e nei suoi post). Per fortuna.
Ma ecco.

Lo sforzo di chiedere i soldi ai genitori, quando un lavoro non lo trovi.
Il senso soffocante di sconfitta che ti assale, quando consideri l'eventualità di ritornare nella tua meridionale città di provincia, con le pive nel sacco, e insieme la sensazione di trovarti fuori posto ogni volta che ci torni per periodi più lunghi di un weekend e il pensiero che forse se fossi rimasta, se non avessi saputo cosa c'è fuori, nel bene e nel male.
La consapevolezza dell'inutilità di anni di studio, e fatica, e contemporaneamente la rabbia per non averlo capito subito, a vent'anni, cosa c'era nel mondo fuori. La voglia di gridare in faccia alle matricole: pensateci bene, ma bene davvero, al tempo che state spendendo (perdendo) in queste aule universitarie.
L'invidia per chi ha una vita programmata, un posto sicuro, una routine che magari l'annoia.

Tutto questo, con colori così vividi e contorni così netti, io lo conosco. L'ho vissuto. Ci ho fatto i conti spesso e bene.

Per questo credo che il libro di Dalila valga la pena di essere letto. Anche da chi - come me - non ha mai messo piede in un call center. Anche - soprattutto! - da chi non sa cosa significa fare parte di questa massa di giovani inadatti, troppo preparati o con troppo poca esperienza, troppo poco choosy, svalutati, immiseriti dal mercato del lavoro. Troppo grandi o troppo piccoli. Come Alice, che non riesce a passare dalla porticina e subito dopo annega nel suo mare di lacrime.

Perché bisogna provare a capire, ad immedesimarsi. Oppure a riconoscersi, a lasciarsi andare alla consapevolezza di non essere da soli.

Perché per persone come me e come Dalila, ostinatamente, le parole sono speranze.


[Il libro, se volete, lo trovate qui]

venerdì 14 novembre 2014

Cose belle #5

Nell'arco delle due ore che separano la settimana lavorativa dall'inizio del weekend, succede che: mi consegnano tutti i regali della lista nozze, riesco a disfarmi del vecchio divano che dimorava in corridoio riducendo orrendamente lo spazio vitale, scopro che il compenso non di uno ma di due lavori fatti e finiti mi è stato accreditato sul conto e ho finalmente una mail ufficiale per la posta dell'ufficio. Ah, nel mentre, è venerdì sera.
;)


sabato 25 ottobre 2014

La bizzarria del sabato mattina

Che entri alle 9 e mezza col tuo consorte nel negozio dove avete fatto la lista nozze per avere l'elenco definitivo dei regali e, a parte i commessi ancora insonnoliti, ci trovi Baricco col figlio, intenti a scegliere un'oliera.


mercoledì 15 ottobre 2014

Batto un colpo

Ci siamo, siamo tornati.
Ancora preda di un orrido jetleg che ci fa svegliare alle 5 di mattina arzilli e pronti a cominciare la giornata (salvo poi crollare alle 7 di sera), ma ci siamo.
Ci sono.

Ho voglia di raccontare tutto quello che ho visto, di provare a condividere anche solo un decimo della bellezza, dell'unicità della cultura con cui sono entrata in contatto, di scriverne qui e lo farò, lo farò, promesso.
Con un attimo di calma, che al momento proprio latita.
Però ecco, volevo battere un colpo per dire che sì, ci sono e riprenderò i contatti sociali anche con il mio amato mondo blogghereccio.

Nel frattempo, visto che l'avevo promesso...



:D


lunedì 29 settembre 2014

A cose fatte

C'è stato il sole.
Un sole che neanche a luglio, neanche nelle cartoline, figurati poi a fine settembre, a Torino.
Ho aperto gli occhi alle sei e mezza (la sveglia sarebbe stata mezzora più tardi), ho aperto la finestra e ho fotografato l'alba.

Tranquilla.
Con un'aura di beatitudine, di allegrezza sulla faccia, negli occhi.
Gente che bussa alla mia stanza, che mi saluta e sorride, gente che mi abbraccia, mi stringe emozionata.

Mi sono impigliata nel vestito da sposa.
Le braccia alte, l'acconciatura già fatta, il vestito bloccato per una cerniera che avevo lasciato tirata su.
Leggero smadonnamento.
Vabbè, passa.

Mi metto il velo.
Eh beh. Sono vestita da sposa. Sono una sposa. Guarda là.
E se mi viene da ridere?
Meglio.
Sì, meglio.

Quando scendo - non senza difficoltà - dall'auto e ti vedo, ti dico ciao, e la banda balcanica comincia a suonare io so che è tutto perfetto, tutto come me l'ero immaginato, mio padre mi guarda mentre avanziamo a braccetto ballicchiando a ritmo e mi dice è bellissimo.
Lo è, è bellissimo.

Ci teniamo per mano, mentre le parole scorrono, parole che hanno il potere di cambiare lo stato delle cose. Che bizzarra magia, questa.

Mi emoziona, questa cornice, ma tutti, tutti, sorridono, perché una cosa così non l'hanno vista mai.
Così allegra, bislacca, fuori dagli schemi, ironica. Così simile a noi.
Che cacchio se siamo belli, oggi.

Ho ballato - resistendo sul tacco tredici - come se fossi a un concerto in un centro sociale, ho fatto ballare grandi e piccoli, incrociando sguardi arresi: se te lo chiede la sposa non puoi dire di no. Figata.

Ho mangiato. Incredibile. Su qualcosa ho pure fatto il bis. Alla faccia di chi dice che gli sposi non mangiano mai al proprio matrimonio.
Ho bevuto, brindato con tutti i colori del vino, e tutte le gradazioni. Nel mio bicchiere e in quello di altri. Fino alla notte, fino a quando non abbiamo salutato tutti, ancora abbracci, ancora sorrisi.

Ho avvolto lo strascico intorno al corpo come un bozzolo per riuscire ad entrare nella tua auto, siamo tornati a casa nostra, che buffo fare le scale e salire in ascensore conciati così, ma tanto è notte, non ci vede nessuno.

Al letto mia madre e tua madre hanno messo le lenzuola che mia nonna mi ha regalato quando ero ancora una bambina, apposta per questa sera.
Mi sa che l'aveva immaginata tutta diversa, all'epoca. Vabbè.

A cose fatte, le cose nuove.
Come mi chiami e come ti chiamo,
i fiori dappertutto per casa
e quel bagliore di oro giallo che lasciamo muovendo le mani.


martedì 23 settembre 2014

Siamo bravi

Siamo bravi, noi, a rendere morbide le sveglie.
Siamo bravi a lasciare il mondo fuori, a soffiare dentro inverosimili cerchi saponati e tuffarci dentro bolle fragili e luminescenti, che il resto faccia un po' ciò che vuole, noi restiamo qui.
Siamo bravi, quando capita, a creare trincee e fronti comuni: guai a chi prova a scalfirci. Che poi, noi e gli altri non ci incontriamo poi così spesso.
Siamo bravi a stare soli, perché io con te e tu con me non possiamo sentirci soli, mai.
E siamo bravi ad accenderci, a metterci in moto, a constatare quanto sei bravo tu da solo e a ricevere i tuoi occhi orgogliosi di me.
Siamo bravi ad aspettare, a trovare il tempo giusto, io che vorrei tutto e subito tu che invece anche dopo, fra un po', poi vediamo.
E alla fine facciamo cose, creiamo ambienti, inventiamo colori adatti e luci perfette.
Siamo bravi a prendere decisioni che ci investono come TIR impazziti sulla statale, a crogiolarci dentro l'ipotesi di come ciò che abbiamo immaginato si concretizzerà, e come gli altri ci guarderanno, ci considereranno bravi, io e te, insieme.
Siamo bravi, siamo meglio di prima, siamo potenziale ancora inespresso e storie da raccontare, ricordi da creare.
Siamo bravi a riconoscerci nelle illustrazioni colorate, a riconoscerci allo specchio, guardaci, siamo noi, ancora noi, non cambiamo,
aspetta,
fatti un po' più in là, fammi posto, anzi abbracciami, tienimi stretta, così, ancora un po'.


venerdì 29 agosto 2014

I(n)spirazioni

Periodo caotico, questo.
Sono tornata dalle vacanza calabro-sicule da 5 giorni e già mi sembra come se non fossi mai andata via dalla mia routine torinese fatta di pendolarismi, maniche lunghe, cene a due, telefilm.
E si aggiunge, sempre più insistentemente, quella luce nell'angolino dello schermo, luce che diventa via via più grande, mi dice 'eccomi, sto arrivando', manca un mese, 30 giorni, 29 - merda, ventinove giorni!
Milioni di briciole cui trovare un posto, pensieri come punte di spillo che rendono la mia testa un porcospino, scuoto i ricci e mi dico: non vedo l'ora. E subito dopo: manca troppo poco tempo.
Inspiro.
Vorrei trovare più spazi per scrivere, per leggervi, e più ci provo, più i giorni si ostinano a terminare in fretta nel sonno del dopocena, la routine a raccontarla mi sembra sciapa, senza guizzi, poco ispirata.

Inspiro e ispiro.
Dany mi ha fatto trovare un regalo del rientro:


Che se c'era una cosa che non mi aspettavo di essere, quella è 'ispiratrice'!
Quindi ecco, mi butto a pesce sul premio, di cui ringrazio moltissimo la suddetta blogger viaggiatrice (lei sì che ispira, con i suoi racconti di mondi vicini e lontani, così belli da far venire in un momento la voglia di fare le valigie e andare) e onoro le sue regole:

- ringraziare il/la blogger che ha generosamente dato il premio (fatto)
- elencare le regole e inserire l'immagine del premio (in progress)
- dire 7 cose che ti riguardano (ora, ora...)
- rimbalzare il premio ad altri 15 blogger (ehm, magari facciamo diversamente)
- inserire il logo del premio nel blog e seguire chi te lo ha dato (Dany già la seguo, il logo campeggia sulla mia mensolina dei premi!)

Ecco le sette ciarliere bizzarrie che mi riguardano:

Uno: mi sto per sposare (come se non lo sapeste...). Dopo dodici anni di fidanzamento, di cui cinque di convivenza, ho chiesto al consorte (in barba a tutte le tradizioni e a tutti i film americani) di convolare a laiche, laicissime nozze.

Due: ho una serie di manie ossessivo-compulsive del tipo: l'ordine dei piatti, dei bicchieri e delle tazze nello sgocciolatoio, la maniera di rifare il letto (con riga e compasso, dice il consorte), i passi necessari a salire una rampa di scale...

Tre: in una vita precedente volevo fare la filologa romanza. Ci ho provato eh, ma il mondo accademico non mi è piaciuto e io non sono piaciuta a lui, quindi la mia strada mi ha portato verso il lavoro di bibliotecaria (che adoro!)

Quattro: conosco a memoria il ventiseiesimo canto dell'Inferno di Dante (quello di Ulisse).

Cinque: Ho la patente (che sta pure per scadere!!), ma guido pochissimo, solo quando torno in patria in Calabria e neanche sempre... qui a Torino sono ecosostenibile: mi muovo in bici e/o con i mezzi pubblici. Ma un proposito del prossimo autunno è imparare a guidare qui, fra viali e controviali.

Sei: ho una famiglia bizzarra... i miei genitori e i miei zii si sono accoppiati a tre a tre: due sorelle e un fratello di una famiglia con due fratelli e una sorella di un'altra famiglia, quindi io e i miei cugini abbiamo tutti gli stessi nonni e, paradossalmente, i miei genitori sono quasi cognati. E' stato un trauma, per me e per tutti noi 'figli' loro, scoprire alle elementari che le altre famiglie non funzionavano così!

Sette: adoro svisceratamente Italo Calvino. Qualunque suo romanzo, racconto, articolo, saggio per me è oro colato. Nessuno come lui sa rispecchiare il mio modo di vedere il mondo e di approcciarmi a chi mi sta intorno. O forse, è proprio grazie a lui che ragiono e agisco in questo modo.

Ecco, ora dovrei nominare 15 blog: troppi e troppo pochi! Facciamo così: visto che praticamente tutti i blog che seguo sono per me 'ispiratori', consideratevi tutti premiati e, se volete, lasciate nei commenti un elenco di sette cose che non so di voi...

E bentornata a me...