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lunedì 11 maggio 2015

Di intermittenze e di morte

E' lunedì. Questo già basterebbe.

E' lunedì e ho i capelli lisci. Li ho tagliati sabato, la parrucchiera ottimista mi ha fatto i boccoli con il ferro, son durati due ore a essere buoni, ora c'ho il caschetto. Ma stasera li lavo, eh.

E' lunedì, ho i capelli lisci e fra due ore rinnovo la patente scaduta sette mesi fa. Questo dovrebbe significare che ho l'intenzione di ritornare a guidare, o almeno, di ritornare a prendere confidenza con le 4 ruote, cosa che non faccio da almeno un paio d'anni. Bella l'ecosostenibilità, belli i mezzi pubblici che funzionano.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente e alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare comprato una settimana fa, quello che tieni in borsa e all'occorrenza sfoggi sul treno saturo e contrario a qualsivoglia norma di sicurezza, lo apri e ti siedi, magari pure nel vagone dove c'è l'aria condizionata. Expo dimmerda, ormai non si trova posto manco a pregare in turco-aramaico.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente, alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare e ho appena finito il libro di Saramago intitolato "Le intermittenze della morte". Manco a dirlo, capolavoro. Saramago non delude mai e ho pure quel certo senso di colpa per il fatto che ancora questo suo non l'avevo letto, nonostante sia di un po' di anni fa, nonostante lui sia morto già da cinque anni, dannazione.
Parlare della morte non è una cosa facile. Quando poi decidi di farne il personaggio, la protagonista di una narrazione, la difficoltà si amplifica, perché prova a mettertici, nei panni della morte. Se proprio vuoi fare un salto mortale, allora non solo parli della morte, non solo la fai agire come un personaggio, ma decidi che le sue azioni scardinano il consueto ciclo naturale cui noi umani siamo abituati, e cioè che - guarda un po' - a un certo punto si muore, ne abbiamo naturalmente paura, ne abbiamo naturalmente cognizione, fin da quando nasciamo, o poco più tardi; decidi, insomma, che la morte d'un tratto dica Basta, domani non muore più nessuno, e provi a immaginare la catena di eventi, di reazioni a cascata che una tale, devastante modifica al normale quotidiano riesce ad innescare. La crisi sociale ed economica di ospedali e case di riposo intasate, le rimostranze dei becchini disoccupati e degli assicuratori preoccupati, l'imbarazzo della Chiesa, il sempre più malcelato ribrezzo dei vivi nei confronti dei moribondi destinati al limbo, dei vecchi sempre più vecchi, dei malati terminali senza termine.
Devi essere un genio della letteratura per riuscire a incanalare con efficacia questo flusso di umanità e di meschinità in parole scritte, convincenti ed esatte. Devi essere uno dei pochi nell'olimpo degli scrittori per intravederne la gigantesca ironia e non cedere al cinismo, rimanere leggero, mentre la ri-racconti.
Saramago ci riesce, non c'è nulla da dire. E' per questo che con lui vado sempre a scatola chiusa, certa che la lettura di un suo libro non sarà mai solo intrattenimento, ma ricchezza intima e nitidezza maggiore nel vedere il mondo, una sfumatura, un dettaglio in più.
Circa un mese fa, ho finito di leggere un manga piuttosto famoso che si intitola "Death note". Di nuovo la morte, stavolta nei panni di un dio annoiato che, per diletto, lascia cadere nel mondo degli umani il suo quaderno, quello su cui scrive i nomi delle persone che decide di far morire. Il quaderno lo raccoglie un ragazzino, Light, annoiato pure lui, e con esso raccoglie anche la capacità di far morire i suoi simili con un tratto di penna.
L'ho detto: è difficile raccontare la morte. Mi dispiace, ma Death Note ci riesce solo a metà, perché l'idea è bella, è stimolante, ma non c'è nulla di quella saramaghesca capacità di interpretazione delle reazioni che gli esseri umani hanno di fronte alla fine della vita. Qualcosa che guarda agli istinti più ancestrali e alle convinzioni più nascoste riguardo se stessi e gli altri, riguardo il concetto di giustizia e di legame fra i simili.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente, alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare, ho appena finito il libro di Saramago intitolato "Le intermittenze della morte" e mi convinco che bisogna parlare di ciò che si sa, e sono contenta quando imparo qualcosa di nuovo, sono contenta quando consiglio un libro, quando discuto di un manga che non mi è piaciuto con un gruppo di amici, quando scrivo, ritagliando lo spazio e il silenzio necessari, nonostante i picchi negativi, e le altre priorità, e le ansie quotidiane.
Nonostante tutte le mie terrorizzanti intermittenze.


lunedì 2 marzo 2015

Keep calm and Festina Lente

Oh, io a Venezia non c'ero mai stata.
Quindi febbraio 2015 si chiude con una mirabolante lacuna colmata, e son felice.

Sono stata brava.
L'ho mascherata per bene, questa tre giorni in laguna, sventolando brochure del gigaconvegno per gli addetti ai lavori sui libri del cinquecento, complice la Dirimpettaia - la stessa del Bergonzoni di san Valentino, per dire - e ce l'abbiamo fatta a mettere i deretani sul frecciabianca con tratta ovest-est, ché la formazione è importante.

Venezia, dunque.
Sba-bam. Che è il rumore della mia mandibola crollata verticale, alla vista di tanta stranissima bellezza. Tanto per cominciare il mare.
Essì, subito che mi tacciate di banalità, perdiana. Ma no, state a sentire. Il mare.
Il mare a me mi manca assai. Mi manca vederlo all'orizzonte, sapere che c'è, da qualche parte, nel paesaggio che ruotando a 360° il mio occhio recepisce, le Alpi sono belle, per carità, ma capisci... Mi manca l'odore, l'umidità. Con buona pace dei miei capelli, che tanto ricci lo sono già di base, al limite virano verso l'anarchico, donandomi un wild look tipo Medusa-coi-serpenti.
Per cui ecco, Venezia ha vinto facile facile, da subito. Perché il mare ce l'ha dappertutto.

Un pelo scomoda, a dirla tutta. E sali sul ponte, e scendi dal ponte, e taglia il canale, e fatti sto chilometro a piedi, e toh, guarda, c'è un altro ponte, e via così. Mettici un trolley e ottieni il disagio supremo. Però senza auto è una pacchia, lo devo dire.

Poi, mangia&bevi: io credo che i veneziani alimentino scientemente l'alcolismo. Perché ascoltami, amico ristoratore: non è possibile che mi dai uno spritz a due euro e una margherita me la fai pagare 9. Tu comprendi che così io rischio di finire a mollo nel canale prima di cena e sì, è piuttosto indelicato.

A dispetto del fatto che fosse la mia prima volta a Venezia, comunque, non ho visto praticamente nulla di canonico, se si esclude piazza san Marco - aiutami a dire wow - e il ponte di Rialto - aiutami a dire giapponesiovunque - piuttosto un paio di chicche che mi sento di consigliare: la mostra sulla Divina Marchesa [Luisa Casati, amante di D'Annunzio NdB] a Palazzo Fortuny e il labirinto di Borges sull'isola di San Giorgio. Borges, capite? Quello che ha scritto la frase che campeggia sotto il titolo del blog. Laggioia, la commozione.

Poi c'è il lato emotivo, e qua cambiamo registro.
C'è quella sensazione di vivere un contesto goliardico, in compagnia della Dirimpettaia, ché per la prima volta ci siamo vissute così h24 ed è stato bello riconoscere la sintonia vicendevole anche al di fuori dei loculi lavorativi.
C'è quel bisogno di pausa, di prendersela comoda, anche se poi nei fatti l'acido lattico nelle gambe sta ancora parlando con gli angeli, ma è una stanchezza serena,  appagata, non invasa dallo stress e dalla velocità.

Il gigaconvegno cui abbiamo partecipato era in onore di Aldo Manuzio, che moriva 500 anni fa. Chieracostui? Un tipografo, un genio del suo tempo, uno che in vent'anni di attività è riuscito a rivoluzionare il mondo dell'editoria e il modo di leggere i libri. Ha inventato, fra le altre cose, la virgola, il carattere corsivo (se si chiama italic è perché è una sua invenzione), le collane editoriali, il libro tascabile, i best seller e più in generale il marketing editoriale. A inizio '500, a Venezia. Quella stessa Venezia scomoda, coi ponti, le strade strette, l'isolanità. Eppure.



Aveva un simbolo, quell'uomo là, un delfino attorcigliato ad un'ancora, che rappresentava un motto: Festina Lente. Che vuol dire, pressappoco, Affrettati lentamente. Cioè fai le cose, falle bene, precise, efficaci. Ma con calma, con attenzione. Non a tirar via. Goditele, che poi il risultato è migliore. E nello stesso tempo, rimani al passo, non ti crogiolare nel tuo, non ti nascondere sotto al plaid, sul divano. Esci, incontra altre persone, conoscile, approfondiscile. Cogli le occasioni per imparare e rimetti subito in circolo le conoscenze. Trova il bello nel mondo, dagli spazio, dagli importanza.


Forse non era proprio tutto così esplicito, nella sua testa, forse sono io che ingigantisco apposta il messaggio. E' che mi stanno morendo le piante, visto che non le sto curando da un po'. Mi stanno morendo abbastanza stimoli e non va bene: devo ridare colore e brillantezza allo sguardo che appoggio su cose e persone, ritrovare le scintille di bellezza, fare in modo di raccontarle in velocità. Essere rapida e attenta. Maga del multitasking e sommelier del dettaglio. Voglio fare surf e immergermi in profondità. Essere a un tempo ancora e delfino.
Un equilibrio perfetto.



lunedì 9 dicembre 2013

Il presepe laico

Erano anni che progettavamo di farlo.
Alla fine, ci siamo decisi ieri, un'ora prima dell'arrivo degli undici ospiti per la cena di natale a pranzo (di cui ancora per molto tempo smaltirò gli avanzi).
Ovviamente, si è rotta la stampante con un tempismo ottimale, vanificando la pur lunga e accurata ricerca delle immagini giuste.
Ovviamente, non mi sono data per vinta.

Avevo già comprato la carta con le stelline.

Quindi, è bastato un A4 diviso in microrettangolini tagliuzzati senza l'ausilio di alcun oggetto munito di lama (nemmeno quelle dalla punta arrotondata di alberazzurresca memoria), un pennarello che è spirato fra le mie dita subito dopo aver portato a termine il suo onorevole compito, scotch di carta, l'aiuto di un ospite arrivato in anticipo consenziente al 75% (cit.) e la pazienza di un monaco benedettino amanuense del dodicesimo secolo.

Adesso, possiamo dire finalmente di avere un bellissimo Presepe Laico (in 2D).

Lo so che sembra blasfemo oltre ogni dire.
Lo so che magari ad alcuni potrà dar fastidio (ma sotto sotto spero di no).
E' che per me il natale è tutto tranne che una festa religiosa, ma nello stesso tempo è il periodo durante il quale più che in qualsiasi altro mi ricongiungo con ciò a cui tengo davvero e trovo il tempo per ripulire le radici, familiari, intellettuali, emotive, mnemoniche, ironiche.
Per farle presenti a me stessa, che male non fa, e per condividerle, se ci riesco, con le persone a cui tengo davvero.

Per questo, lo scrivo anche qui, e mi direte.

Abbiamo deciso di far posto a tutti i personaggi, reali o immaginari, che in un modo o nell'altro ci hanno dato una direzione, verso qualcosa di importante e di duraturo.
Costoro, preziosissimi, sono:

Edmond Dantès
Darth Fener
Italo Calvino
Foto malfatta
Josè Saramago
Kronk
Franco Battiato
Lewis Carroll
Saga e Kanon di Gemini
Lella Costa
Luigi Pirandello
Roger Rabbit
Giacomo Leopardi
Sheldon Cooper
Don Chisciotte
Jessica Fletcher
Isaac Newton
Cyrano de Bergerac
Luna Lovegood
Margherita Gautier
Alessandro Bergonzoni
Douglas Adams
The Madness

E voi chi ci mettereste?

mercoledì 4 dicembre 2013

giovedì 27 giugno 2013

Astinenze

E' un brutto periodo.
Sono in astinenza.
Da buoni libri.

Diciamola tutta: sono in astinenza da libri, in generale.
E questo, va da sé, non è un bene.
Ché io sono quella che "haimparatoaleggereescrivereatreanni".
Quella che "leinonlileggeilibrilidivora".
Quella che ai sondaggi su "quanti libri legge in un anno?" risponde invariabilmente "più di 20".

Dice ma non lavoravi in un biblioteca? Eh, appunto. Nel senso che l'accoppiata bibliotecario-lettoreaccanito è la più grossa fregatura della storia: i libri che mi passano fra le mani non li leggo mica, al limite li catalogo, li sfoglio, li scansiono; negli ultimi tempi spazzolo via anche le cacche di insetti del secolo scorso che hanno banchettato al loro interno; ma non li leggo. Epperò danno comunque un senso di saturazione da carta (e no, non vale l'alternativa ebook, che  è la stessa identica cosa), quella per cui quando torno a casa non ce la faccio ad aprine ancora un altro, non ho voglia di leggere.

Che sacrilegio.

Ma la verità secondo me è un'altra. La verità non è che non ho più voglia di leggere, come potrebbe essere, è come dire che Carlo Conti non ha più voglia di farsi le lampade, o che Studio Aperto non ha più voglia di fare sevizi sulle tette di Belen. La verità è che non ci sono libri che, come dire, mi attirano.

Avrei voglia di un libro che mi lasci dentro qualcosa di più del semplice intrattenimento.
Una storia che mi regali un pacchetto di profondità e leggerezza.
Parole che mi lascino senza fiato.

E' troppo tempo che non succede.
E non è un caso se, alla fine, sul mio comodino è tornato per l'ennesima volta Palomar di Calvino.
Che non c'è niente da fare. E' un libro perfetto. Un libro che basta aprirlo a caso e mi sento subito a casa. Riesco a vedere persino il sorriso intelligente di Calvino mentre scrive, un sorriso che è insieme leggero e furbo, malinconico e perfezionista.
E' qualcosa che fa parte delle radici più profonde e resistenti del mio modo di pensare e di stare al mondo.

E lo so che mai niente reggerà il confronto, però dannazione deve esserci una via di mezzo tra il genio e la carta straccia, un sentiero di pietre preziose che si distinguono fra i sassi grigiastri dei bestseller e dei romanzi fatti in serie, una mappa che mi permetta di orientarmi fra i corridoi delle librerie e mi impedisca di uscirne con lo sguardo deluso e confuso. D'altra parte, in passato tanti titoli mi hanno confortato in questo senso. 

Quindi lo chiedo a voi, che senza dubbio siete meno pigri di me, e meno abbattuti.
Confidatemi uno, nessuno o centomila libri che vi hanno cambiato la vita, e per i quali valga davvero la pena di ignorare occhi stanchi e inappetenze narrative e di scansare l'ultimo di Dan Brown senza battere ciglio.
Sì, lo so, è un grosso regalo quello che vi chiedo.


lunedì 20 maggio 2013

Le cose che amo di Torino/il Salone del Libro

Immaginate uno spazio enorme. Fatto? Ora rendetelo più enorme, diciamo il doppio.
Spalmatelo di moquette colorata in modo che, camminando, i vostri passi rimbalzino ovattati e comodi lungo sentieri più o meno tracciati, in una rete di linee che s'allacciano, in una rete di linee che s'intersecano (cit.).
Fate scendere dal soffitto uno stormo di cartelli indicatori, una mappa aerea che vi propone un ventaglio di possibili direzioni e percorsi, una roba tipo questa:

Me stessa al Lingotto Fiere

Ora guardate gli spazi venuti fuori dalla scacchiera delle vie colorate: piccoli e grandi rettangoli grigi, con il pavimento di cemento e lo sporco agli angoli. Una bella geometria armonica in due dimensioni.
Adesso, piano piano, guardate crescere in questi mini-lotti di terreno urbano la dimensione verticale dell'altezza: gente che di mestiere sta tendenzialmente dietro una scrivania, le mani sempre a ticchettare su una tastiera, d'improvviso trasformata in manovalanza operaia, armata di martello e chiodi e scotch e scopa e paletta, tira su stand spartani o curatissimi, tutti bianchi o ipercolorati, disordinati o organizzatissimi. 
Seguite, adesso, quegli omini col caschetto giallo anti-infortunio alla guida di camioncini pieni di pacchi, guardateli fermarsi davanti a ciascuno di quegli stand appena costruiti e scaricare come postini scatole e scatole con sopra solo i nomi dei destinatari, ciascuno dei quali le ritira soddisfatto.
Ora, mettete loro in mano un cutter, o un paio di forbici, o una chiave, o la buona volontà e guardateli aprire uno ad uno tutti i pacchi ricevuti e tirare fuori il contenuto.
Libri.
Solo libri.
Migliaia e migliaia. E migliaia.
Li sistemano in bella mostra sulle superfici sgombre, li impilano se c'è poco spazio, curando di destinare il posto migliore al titolo di punta, li incastrano come un tetris gestendo le cromie delle copertine e le dimensioni dei dorsi e il materiale più o meno rigido di ognuno di essi.
E' tutto pronto per il giorno dopo, che è giovedì.
Avete chiaro in mente questo quadro, questo ordine meticoloso, questa aspettativa e questo lavoro dietro le quinte?
Bene. 
Adesso, fate esplodere lì dentro il caos: persone, ombrelli, musica, persone, slogan, voci, persone, biglietti, code per entrare, persone, eventi, vip, presentazioni, persone, libri, persone, persone, libri libri, libri.
Così, per cinque giorni, dalle 9 alle 23.
Questo è il Salone del Libro di Torino, ogni anno.
E ogni anno, per me, è una bolgia paradisiaca! L'ho vissuto, nel 2010 e nel 2011, da interna addetta ai (pur umillimi) lavori, l'anno scorso l'ho mancata di un migliaio di chilometri, quest'anno me la sono goduta da visitatrice esterna venerdì e sabato.
Come sempre, la cifra principale dell'esperienza è data da due elementi: essere frastornata e con i piedi doloranti per tutto il tempo di permanenza all'interno dei padiglioni e avere un costante sguardo inebetito passando di casa editrice in casa editrice (ho evitato, per ovvie ragioni, i megastore di Mondadori e Feltrinelli), con la voglia di comprare tutto e niente.
Eppoi ci son stati gli incontri: smaltita la delusione per non aver trovato posto alla lettura pubblica della calviniana "giornata di uno scrutatore", mi sono rifatta con Daria Bignardi, Lella Costa (per l'ennesima volta), Vauro e Zerocalcare, del quale ho rinunciato ad avere l'autografo, visto che aveva uno stuolo di fan in coda che neanche Di Caprio ai tempi di Titanic, ma che, posso dire, vanta una versione in carne e ossa davvero somigliante a quella fumettosa!
Ho acquistato poco, davvero poco, ma a mio dire, delle vere perle:

Il Conte di Montecristo di Dumas - che fa parte del mio personale empireo di libri più belli mai scritti - nella nuova edizione Donzelli (l'editore, per inciso, mi ha rivelato che vorrebbe portarselo nella tomba)


La riduzione per bambini di Tristano e Isotta, meravigliosamente illustrata, sempre per Donzelli, perché questa storia è il mio demone irrisolto, c'ha appiccicati sopra ricordi bellissimi, magoni fortissimi e momenti fra i più brutti che ho vissuto, ma in questo libro è talmente leggera e visionaria da bastare a se stessa


L'Infinito magnetico. Qui son davvero capitolata.


Ché Leopardi è sempre, fottutamente, insuperabile e trovarselo ogni mattina davanti agli occhi sullo sportello del frigo fa bene al cuore e apre i sensi al meglio.
Per non dire della sfida di ricomporlo parola per parola come un puzzle, a mezzanotte, con il consorte complice e la Mater a sciorinarlo a memoria improvvisando.

E sì, potete essere invidiosi.
Sì, siatelo. 
Fortissimo.

sabato 11 maggio 2013

Tutto ciò che non è inferno

L'odore dei cornetti caldi sotto i portici, la mattina.
Piegare le lenzuola pulite, facendosi aiutare.
Capire di avere tra le mani un buon libro, dopo averne letto solo qualche pagina.
Scrivere un biglietto di auguri.
Il rumore delle scarpe, camminando sulla spiaggia.
Avere la casa invasa da amici.
Essere stanco, dopo la palestra.
Recitare a memoria una poesia.
Le cicale ad agosto.
Guardare tutte le puntate di un telefilm.
Un vestito in cui sentirsi bellissima.
Vedere sbocciare fiori nuovi, sul balcone.
La colazione pronta.
Bambini di cui essere zia.
Seguire una ricetta e essere fieri del risultato.
La malinconia, a piccole dosi.
Il tempo di fare l'amore.
Comprare brutti souvenir.
Dare la corda a un carillon.
Mangiare la pizza.
Scrivere qualcosa di bello.
Scartare un regalo.
Impacchettare regali.
Scegliere una musica di sottofondo.
Una giornata senza doveri.
Avere sonno.
Tequila, sale e limone.
La neve.
Le dieci di sera.
Rivedersi.
Parlarsi dopo mesi, senza che niente sia cambiato.
Sapere che, anche senza dover parlare, ci sono persone che sono lì.
I colori.
I complimenti.
Un posto da chiamare casa.
Essere ospitali.
Fare progetti.
Commentare un film appena visto.
La salsa fatta in casa.
Imparare a suonare uno strumento.
Una persona da abbracciare.
Avere la citazione giusta.

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Italo Calvino.

domenica 18 dicembre 2011

Mr Gwin e il resto

Ho finito di leggerlo da dieci giorni e da dieci giorni mi ripeto: devo scriverne. Mr Gwin è l'ultimo romanzo di Baricco. E già questo apre scenari bloggherecci molteplici, perché chi mi conosce da un numero a due cifre di anni sa che con questo scrittore ho avuto - e ho - un rapporto di odioamore, o meglio, nell'ordine, di curiosità, ammirazione, adorazione svergognata, idolatria, imitazione, distacco, fastidio, disprezzo, delusione, pena, prudenza e, in ultimo, dichiarata voglia di sputtanarne la tecnica.
Quello che di più ho amato di Baricco è la bravura lessicale e la capacità di avvolgerti fra le sue parole, come fa il boa constriptor con le spire.
Quello che più ho odiato di Baricco è la sua consapevolezza di detta bravura e la faccia tosta, la presunzione di pensare che chi lo legge non si accorga delle sue trovate e si lasci portare via per inerzia o ubriacatura.
Questo è il contesto. Diciamo del testo. Mr Gwin ha il merito non piccolo di avermi fatto cambiare sentimento nei confronti del suo Autore. Si badi: non sono tornata - e non intendo farlo - a nessuno di quegli adolescenziali atteggiamenti di cui dicevo prima, ma leggendo questa storia un nuovo sentimento mi si è palesato con forza: la tenerezza.
Baricco mi fa tenerezza, ma che buffo!
Sembra un bambino che vuole montare un giocattolo e non ci riesce.
Baricco vuole essere Calvino e non ci riesce.
Se qualcuno ha mai letto i Barnum di Baricco, forse ricorderà quello intitolato Palomar e Palomar. Era un articolo - il più bel pezzo mai scritto da Baricco, a mio parere, inclusi tutti i romanzi - sull'ultimo libro scritto da Calvino, Palomar appunto.«La prima pagina di Palomar è un uomo che guarda un' onda. E la descrive. Non come fosse un uomo: come se fosse uno strumento ottico. Chiunque sappia scrivere - voglio dire chiunque abbia con la scrittura un rapporto anomalo, straordinario e elettivo - conosce prima o poi quella tentazione. Astenersi dalla letteratura, e limitarsi a descrivere». Questo pezzo, se non sbaglio, è del 1994. Mr Gwin è tutto in questa frase. E' il tentativo spudorato - tenero! - di riuscire a fare ciò che faceva Calvino, senza poterci riuscire. E non perché siano sbagliati i presupposti, ma perché Baricco non ha gli strumenti. Non è, calvinianamente, «leggero», nonostante lo speri con una ferocia che fa paura.
Eppure, non mi sento di disprezzare questo sforzo. Ci sono pagine in Mr Gwin, in cui la carenza di leggerezza è supplita da quella capacità affabulatoria che da 14enne mi portava via e che, nonostante tutto, oggi mi seduce ancora, con dolcezza.
Da quel punto di vista privilegiato e adulto che mi permette di dire: posso smettere quando voglio.

venerdì 11 giugno 2010

Vivere per addizione

«A volte ho cercato di discutere con alcuni di questi signori e, a parte i limiti culturali e l'estremo egoismo che coglievo nella loro visione del mondo, ne ho ricavato l'impressione che non avessero mai fatto un vero salto al di là del confine, se non probabilmente a occhi chiusi. Perché chi fa questo salto a occhi aperti si accorge di diventare in un attimo l'altro dell'altro. E forse al ritorno entro i propri confini guarda l'altro, il presunto usurpatore, in una nuova luce e magari cerca il contatto, il confronto. [...] Lo so: ho lanciato una pallina di gomma contro un muro, indicando una strada difficile da percorrere. [...]
Ma ora non posso e non voglio più tornare indietro. Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingua del pane, tra me e me. Sono stufo delle risposte di campanile o di opportunità, risposte ipocrite, bugiarde, come quando da bambino ti chiedevano: "Vuoi più bene a mamma o a papà?", e tu stavi imbambolato, non capivi la domanda, e gli adulti idioti insistevano: "A chi vuoi più bene, parla, gioia mia". A tutt'e due, pensavi tu, ma stavi muto per paura di sbagliare. E pure a mia sorella e ai nonni, agli zii e ai miei amici. A tutti.»
Carmine Abate.

giovedì 22 aprile 2010

L'insostenibile leggerezza dell'essere

«Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore.
I sentimenti suscitati dal Kitsch dvono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da un asituazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nela memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.
Il Kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice: Com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!
È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch. La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla base del Kitsch.


Nessuno lo sa meglio dei politici. Quando c'è in giro una macchina fotografica, si precipitano subito verso il bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia. Il Kitsch è l'ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici».

Milan Kundera.