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venerdì 3 aprile 2015

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello

A tentare di riordinare nella mente la vita passata dell'ultimo mese faccio una fatica boia.
Marzo m'è scivolato fra le dita con una velocità stratosferica, uno sguisccc di sapone sotto le tappine da doccia.

Mi giro e sono a Venezia, mi rigiro e devo fare la spesa per il pranzo di pasqua. 
Mh.

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello, recita l'adagio infantile. Marzo sui sussidiari lo disegnano così: il sole velato da una nuvola, dalla quale cade a gocce spesse una pioggia trasversale. 
Mi pare un'immagine adatta.

Muovendomi a gran velocità, ho attraversato i giorni di questa fine d'inverno senza rendermi troppo conto del divenire, attenta al presente, tutt'al più alle cose da fare domani, poi domani si penserà al resto, e così via.

E la cosa buffa, la cosa a ben vedere assai marzolina di questo mio marzo, è il fatto che beh, in fin dei conti, qualcosa mi ha lasciato, questo terzo mese duemilaquindici, varie postille bizzarre, episodi estemporanei e cambi di manovra che sì, a pensarci prima, valeva la pena di scriverci sopra, ma niente, il vento mi ha trascinato ogni volta appena più in là, dove ormai diventava inutile e posticcio ridirne, vabbè, sarà per la prossima. Una novella Mary Poppins, direi, mi manca solo l'ombrello con la faccia da pappagallo petulante sul manico.

Indi per cui, estimatori degli amarcord e dei bullet points, vi faccio contenti dicendovi che nel corso di marzo ho:

RIP lavabo (novembre 2009-marzo 2015)
- rotto il lavandino del bagno: non il tubo, né alcuna parte idraulica, ma la vasca di ceramica. Come? Facendogli cadere dentro una boccetta di profumo che, a quanto pare, è fatta di diamante puro, visto che non si è nemmeno scalfita. Agevolo la testimonianza iconografica del fatto.

- cambiato corso di yoga: ho abbandonato la matta mistica catanese (bella la pronuncia etnea del sanscrito) a favore di un corso molto più serio e senza menate filobuddhiste, cosa che il mio animo ad altissima base illuminista ama visceralmente. Unico neo: con quello che costa, frampo' andavo a farlo direttamente in India. Vabbe'.

- parlato ad un serissimo e professionalissimo convegno, di un argomento serissimo e professionalissimo, senza andare in iperventilazione. Applausi, grazie.

- visitato, insieme al consorte, ventordicimilamilioni di case in vendita, ma su questo argomento spero, promitto e juro che ci farò un post quanto prima...

- partecipato al festival torinese del cibo di strada, che mi ha permesso di trangugiare indecorose quantità di roba fritta e unta e goduriosa. Peccato ci sia costato come una cena di pesce. Vabbe' bis.

- cominciato una nuova dipendenza telefilmica: Once upon a time. Graziosa, invero, primaverile al punto giusto e con un buon tasso di deriva dipendente.

- quasi finito Death Note e Breaking Bad: mancano tre puntate dell'uno e dell'altro. Dell'uno, in parallelo, l'ultimo volume del manga. Occidente vs Oriente 1-0. E approfondirò anche questo...

- comprato l'ennesimo libro di Saramago, incurante dei venti volumi in attesa di lettura fermi ai box da un pezzo.

- rotto e quasi perso l'unghia dell'alluce destro. C'è da dire che è stata l'occasione per vincere la fobia del medico di famiglia ancora sconosciuto. Confido fortemente che tornerà allo stato normale prima dell'avvento dei sandali.

- in ultimo, cominciato a fare fitness very strong in casa: completamente aggratis, youtube-ti-amo, zero tempi morti. Lo so che fa molto videocassette anni ottanta, ma al momento mi sembra il compromesso giusto fra leggerezza e gusto. E poi avere la doccia a due metri dal tappetino e il pigiama a due metri dalla doccia non si batte proprio!

Mi sembra tutto. Gli ultimi giorni sono stati molto, molto movimentati e il giro di boa di aprile mi sta sembrando alquanto catartico.
Prevedo cumulonembi alternati a soli splendenti e raffiche di vento e - forse - temporali. Ma sono pronta, sono carica, e per l'occasione riscomodo perfino il sussidiario elementare...

Quando piove non mi cruccio, vado a spasso col capuccio!

Mai rinunciare a una rima baciata... ;)

giovedì 11 dicembre 2014

Buona idea, Cattiva idea #10


Buona idea: Per evitare le code interminabili e la folla del weekend prenatalizio, decidere di andare al centro commerciale di martedì, alle nove di sera, per comprare qualche regalino.

Cattiva idea: Andare al centro commerciale di martedì, alle nove di sera, e per comprare un regalo fare una fila di mezzora perché la commessa ispirata deve confezionare un pacco che neanche gli aiutanti di babbo natale per la signora davanti a voi.

sabato 6 settembre 2014

Lettera al pomodoro

Mio diletto,
come stai? Da tanto non ci vediamo, né sentiamo e il mio animo è straziato.
Mi manchi.
Lo so, è infantile, sdolcinato e perfino patetico dirlo, ma che posso fare: è così.
Immagino il tuo sapore croccante e acidulo spargersi sul mio palato, ti immagino lottare nell'impari lotta con la mozzarella (ti ricordi quella volta, a Capri?), ti vedo ancora cotto (innamorato!) scivolare giù per gli spaghetti, aggrappandoti solo ad una foglia di basilico.
E' troppo. Non ce la faccio.

Mi guardo intorno e sei dappertutto.
Nel panino al bar, nella conserva di mammà, nel ketchup - dio! nel ketchup!

E' un periodo difficile, sai? Sono debole, fragile.
Questo esilio mi costa tanta, troppa fatica.

Subisco gli attacchi incrociati di chi credevo mi volesse bene, almeno quanto gliene voglio io.
La melanzana, per dire, quella stronza.
L'ho vista pavoneggiarsi tronfia a mo' di caponatina mentre ero in vacanza a Palermo. Sfacciata.
E, alla faccia mia e della mia scarsa melanina, si è portata pure dietro a Torino i segni della grigliata. E la menta. E l'aceto balsamico.
Ma io niente, te lo giuro: impassibile. Una statua di sale.
Non si merita le mie attenzioni, se è tanto insensibile ai miei problemi.

Quell'altro poi, il peperone. Manco a dirlo, non mi degna neanche di un saluto. Come ogni anno si è rintanato a Carmagnola alla sagra in suo onore e niente: non mi ha neanche invitato. Ma forse è meglio così. Sì, forse i miei deboli nervi allora non avrebbero retto e sarei capitolata.

Una cosa invece, te la devo confessare, mio dolce, dolcissimo tesoro.
Alla fine l'ho fatto.
Sì, non mi rimproverare, te ne prego.
Ci hanno provato, il kamut e il farro, a tenermi lontana. La segale si è messa in mezzo di prepotenza.
Il riso, invece, si è messo a ridere. Lui lo sapeva che non ce l'avrei fatta.
Prima ha fatto lo stalker. Si è appostato sotto casa mia, con quella sua mollica invitante e quella crosta saporita; e ancora in spiaggia, travestito da tarallino alle olive. Poi è uscito allo scoperto, mi ha aggredita e non ho resistito al suo fascino. Ha sfoderato la sua arma segreta ed è arrivato così, con la sua veste migliore: morbida, lucida, dolce brioche. Ed ecco, l'ho fatto. L'ho fatto e l'ho rifatto, con la granita, col gelato, e ancora, e ancora, fino a sentirmi male.
No, non giudicarmi.
Ho provato a dimenticarlo uscendo di nascosto con due patatine, ma è stato peggio.
In fondo è colpa mia, è solo colpa mia: sapevo che anche loro mi avrebbero solo fatto stare male.

Tu sei il solo che può capirmi. Il tuo cuore (di bue) è gentile e la nostra relazione non teme le distanze.
So che mi aspetterai, come io sto aspettando te.
Sei maturo al punto giusto.
Io tornerò, tornerò presto.
E allora
sarà Passata.

Sempre tua
V.

[NdB: per un rapido aggiornamento, vedi qui al punto nove]


domenica 1 giugno 2014

Ridatemi la cattiva

Ieri sono andata al cinema.
Anzi no: ieri sono andata prima a vedere una riduzione di Romeo e Giulietta allestita da tre pazzi scriteriati nel cortile di un condominio di San Salvario (esperienza che meriterebbe un post a sé) e poi sono andata al cinema, a vedere Maleficent.
Ora. 
Se come me siete personcine che hanno avuto un'infanzia sana e costruttiva e quindi conoscete a menadito tutti i classici Disney, ivi compresi tutti i testi di tutte le canzoni, da Impara a fischiettar di Biancaneve a Il mondo è mio di Aladdin, fatevi un favore, salvatevi almeno voi: non andate a vedere Maleficent.
Perché quello che farete sarà cominciare a saltellare sulla poltrona del multisala, circondati da nanetti che sgranocchiano popcorn, con sempre maggiore insofferenza nei confronti di ciò che scorre sul megaschermo e sempre maggiore varietà linguistica di imprecazioni pronte a uscire fuori di bocca (e anche, diciamocelo, sempre maggiore invidia nei confronti della bocca della Jolie).

Mi rivolgo a te, amico sceneggiatore Disney.
Spiegami perché.
Cosa non ti è chiaro.

Numero uno: stai prendendo una storia che è patrimonio collettivo della memoria di tre o quattro generazioni di giovani virgulti cartonianimati-dipendenti per farne un remake. Anzi no, non è un remake, perché se mi pubblicizzi il film dandogli per titolo il nome della protagonista cattiva di quella storia, io mi aspetto di trovare, non so, il prequel? La storia vista dal punto di vista di quel personaggio? Il sequel? Qualcosa del genere, e invece... Ma non anticipiamo, e diciamo solamente che vuoi partire da quella storia, da quel pacchetto di memoria, per raccontarmi qualcosa, conscio del fatto che io SO come sono andate le cose nel cartone originale, ME LO RICORDO BENISSIMO.
Quindi, amico mio, stai giocando col fuoco, lo devi sapere, parti già sul filo del rasoio.

Numero due: Questa storia in particolare vive in un cartone che è fra i più inquietanti mai prodotti dalla Disney (lasciando da parte gli elefanti rosa di Dumbo che non gareggiano, sarebbe come se Usain Bolt partecipasse alla mezzamaratona Venaria-Torino). Io non so se voi che leggete avete presente, ma la Malefica del cartone è una cattiva al 100%, senza sfumature, cattiva perché sì, cioè per dire, ogni volta che c'è lei tutte le scene si tingono si un mefitico verde acido che copre tutti gli altri colori e parte una musichetta che Profondo Rosso lèvate.

Numero tre: Il personaggio di Malefica a me piace da matti. Gli è riuscito proprio bene. Perché non solo è cattiva senza speranza, non solo grazie a lei la storia si impenna, si evolve, si risolve, ma perché riesce ad essere completamente negativa e allo stesso tempo enormemente bella. E' regale, Malefica, è elegante, si muove con genti lenti e solenni, accarezza il suo corvo - che chiama 'mio Diletto', manco fossimo in una poesia trobadorica - come se fosse il più tenero dei gattini, insomma sta spanne e spanne sopra a tutti gli altri personaggi: ad Aurora, che è solo la vittima passiva degli eventi; al principe Filippo, muto bambolone wannabe-Ken, nonostante l'epilogo dovuto e aspettato; alle tre fate buone, sciocche buontempone impacciate, salvabili solo per la diatriba sul colore del vestito della principessa ('che sia rosa'/'che sia blu').

Questo per dire che il contesto e l'aspettativa quando ho comprato il biglietto erano belli panciuti e tesi tesi, pronti a godersi, se non proprio la stessa storia vista dal punto di vista dell'antagonista, almeno l'antefatto: chi è Malefica e perché arriva ad essere tanto cattiva quando cominciano gli eventi raccontati nel classico Disney.
E invece no, amico mio. Hai voluto sgravare.
Hai voluto fare un triplo carpiato e riscrivere la storia invertendo le parti: Malefica è buona, è una fata che ama la natura e che solo temporaneamente si ritrova imbevuta di una sete di vendetta che le fa scagliare il maleficio su Aurora, maleficio che lei stessa dopo un po' tenta invano di togliere, e non vi dico altro sennò spoilero troppo.

Amico mio, sceneggiatore stipendiato della Disney, provo a farti un disegnino?
Ripeti con me: Ma-le-fi-ca. Nomen omen, nelle fiabe più che mai! Non devo certo scomodare mazzi di Umberti Echi per dimostrarti che c'è un errore gigantesco nella tua malsana idea narrativa! Non puoi, amico mio, non puoi, raccontarmi con scioltezza che una tizia che si chiama Malefica è buona! Lo capisci che non puoi?

No, non lo capisci... e infatti mi hai costruito un castellone cinematografico che non ha senso alcuno, anche perché - caro amico laureato al DAMS della Columbia University - lo sa pure un ragazzino di undici anni che se mi prendi un picco di negatività, poniamo un -1, e me lo vuoi far diventare un picco di positività, diciamo un 1, il risultato che hai è ZERO. Calma piatta. Elettrocardiogramma a bip contonuo. Insomma una storia che non ha slanci emotivi, non ha senso, non ha catarsi. Non ha.

Anzi. Ha.
La beffa finale.
La frase che davvero non volevo sentire.
"Questa è la storia vera, non quella che conoscevate voialtri".

Ennò.
Amico stronzo, no. 
La mia memoria, il mio bagaglio culturale dell'infanzia non si tocca, andatevene tutti a quel dannato paese buonista, fatto di lieti fini zuccherosi e identità incerte e edulcorate.
E ridatemi la cattiva.


giovedì 10 aprile 2014

Dimmi cosa sogni...

Il ponte altissimo di una nave da crociera, me stessa sdraiata su un lettino a prendere il sole, la borsa poggiata sul tavolino di fianco a me.

Il capitano, reggendo il timone (?), mi si rivolge con una certa urgenza:

- scusi signorina, per l'Abruzzo?

La nonchalance, la sicurezza di google maps:

- giri subito qui a sinistra!

Virata improvvisa di 90°.
La borsa caracolla.
La borsa contro la forza centrifuga.
La borsa perde, scivola giù dal tavolino, giù lungo il ponte inclinato in curva, si dirige pericolosamente verso la ringhiera dell'altissima nave da crociera, la supera, scompare.
Pluff.

Lo sguardo inerme, inebetito, disperato.

Subito dopo, il risveglio.

Ho bisogno di una vacanza.

venerdì 21 marzo 2014

La Nuova

Quando ero bambina amavo le videocassette, ne avevo una collezione sterminata che andava dai classici disney ai film che dava in allegato l'Espresso con qualche mila lire in più sul prezzo di copertina.
Fra le tante raccolte, ce n'era una particolarmente ben fatta dedicata agli spettacoli teatrali dei comici più in vista degli anni novanta: Giobbe Covatta, Gioele Dix, i primissimi Aldo, Giovanni e Giacomo e Antonio Albanese.
Ecco, Antonio Albanese. Il suo spettacolo intitolato 'Uomo' l'avrò visto decine di volte e ogni volta mi scatafasciavo a terra dalle risate. Un mito, un genio. Citavo a memoria pezzi interi dei monologhi dei suoi personaggi, adattissimi a chiosare le più disparate situazioni.

Perché metti - per dire - che torni sfatta a Torino dopo una giornata di lavoro.
Metti - per dire - che riemergi dalla stazione sotterranea di Porta Susa contenta di poter finalmente pedalare agilmente verso casa e stravaccarti sul divano in meno di un quarto d'ora.
Metti - per dire - che vaghi cercando la tua amata dueruote fra gli archi delle rastrelliere con la faccia sempre più inebetita perché non riesci a trovarla.
Metti - per dire - che realizzi che te l'hanno beatamente fregata.

Niente.
Non c'è niente.
Vuoto.
Nulla.
Deserto.

Alex Drastico si impossessa di te.



Maledicendo l'universo mondo conosciuto e sconosciuto, declamando con filologica puntualità tutti i calendari di qualunque sistema cronologico presente, passato e futuro, badando di dare la priorità ai santi tutti, alle feste comandate, agli angeli e agli arcangeli, me ne sono tornata a casa a piedi.

Tristezza e amarezza.

Dopo 4 anni di onorato servizio, l'ho dovuta rimpiazzare in men che non si dica con il primo usato disponibile, ché senza bici ho le gambe tagliatissime.

E così è arrivata in cortile la Nuova.

La Nuova è un catorcio bello e buono. La vernice neanche se la ricorda più, zero portapacchi, zero cestino, zero luci. Quando pedalo fa tipo: tatatractaciunf tatatractaciunf. Però va eh, ruote revisionate e freni ottimi.
Il venditore me l'ha classificata nella specie di 'bici da ferrovia': quelle che le puoi lasciare dove ti pare, che manco i ladri le vogliono. 
Sospetto fortemente che il lucchetto valga di più della bici stessa.
Ma tant'è non voglio dover piangere di nuovo, se dovesse risuccedere di non trovarla più.

E tuttavia almeno un dettaglio, un optional, una briciola di lusso, un po' come il volante in pelle umana dentro a una fiat 126 dell'82, ho voluto regalarglielo, così, per benvenuto.

Sarà pure un rottame, la Nuova, ma che si sappia: ha un campanello fashionissimo!



lunedì 17 febbraio 2014

Saturday Night Fever

Una vera donna in carriera lavora 40 ore a settimana più qualche straordinario pagato, programma le ferie con largo anticipo, ha lo smartphone sempre carico.
Una vera donna in carriera torna a casa la sera e ha ancora voglia di farvi una torta, di rassettare, stirare due cose, preparare il pranzo da portare in ufficio il giorno dopo.
Una vera donna in carriera prende un Danacol al giorno, va in palestra tre volte a settimana, non mangia fritto, il dolce solo quando è in vena di concedersi uno strappo alla regola.
Una vera donna in carriera sa come divertirsi, fa felice il suo uomo - che fa felice lei - il sabato sera esce e si dà alla pazza gioia, rientrando alle prime luci dell'alba con i cornetti caldi e il trucco leggermente sbavato.

La vera donna in carriera dista da me all'incirca 7 anni luce.

Lavoro precario, su e giù da un treno, ferie ahahahcosasono?, a casa mi accoglie la polvere e le croccole surgelate che andranno più che bene per cena, se ne avanzano me le porto domani in ufficio, in palestra ci vado, la bici la uso, ma tanto il mio metabolismo continua a fare l'orso yogi in letargo, il colesterolo dovrebbe essere più basso, alle 9 di sera sembro Sid il bradipo che la natura si vergogna di me.

Ma il sabato. Oh, il sabato.
Questo sabato, per dire.

Tony Manero chi?

Ok, forse ho un po' ecceduto, che c'ho n'età. Forse la combo pizza a pranzo-torta al cioccolato ricoperta di cioccolato-primo secondo contorno a cena-gelato di chiusura, il tutto annaffiato da abbondante vino fatto in casa, non è stata un'idea brillante.

Passata la mezzanotte, si accendono le luci della disco: crampi inenarrabili allo stomaco, conditi da dolori articolari diffusi e nausea da mare forza nove.
Ore 6:00: remake dell'Esorcista nel bagno, con tentativo sfiorato di collasso.
Ore 8:00: temperatura in crescita, mobilità ridotta, rantoli in lingue morte.
Ore 17:00: una mezza mela impavida si fa strada nelle fauci, forte del suo monito interiore 'la Tachipirina lo vuole!'
Ore 19:00: la tachipirina deusexmachina fa calare la temperatura da 38° a 37,6°. Grasse soddisfazioni.
Ore 21:00: crollo verticale dell'attenzione, mal di testa a livelli mai registrati, sonno tantissimo.

Vita vera molto rock 'n roll. Ma oggi va meglio, giuro. Solo non parlatemi di cibo, per carità.
Poi, si sa, sono una persona con un certo disprezzo del pericolo.
Quindi niente, vi saluto, vado a lavarmi i capelli.


sabato 1 febbraio 2014

Buona idea, Cattiva idea #6


Buona idea: al sabato, non mettere la sveglia all'alba e sonnecchiare godendosi il giorno non lavorativo.

Cattiva idea: al sabato, non mettere la sveglia all'alba e svegliarsi lo stesso come se non fosse un giorno non lavorativo.


venerdì 10 gennaio 2014

Diesel

Scrivi. Eddai scrivi.
Sì, ok, ma fra un po', quando ho più tempo, quando mi passa il mal di testa, quando, quando.
Sì, ok, ma non adesso, che ho appena spento il computer, che sono appena tornata, che c'ho la casa in disordine.

Scrivi.
Essì, scrivo, vabbè.

Oh, comunque buon anno.
Come dici? Sono passati quanti giorni? Dieci? Ah sì? A me non pare, guarda mi sa che hai preso un abbaglio.

Come Morgana.
Sì, sto leggendo un libro su Avalon e c'è lei che a un certo punto finisce in un mondo parallelo incantato dove le sembra di passare due giorni e invece passano anni, nel mondo reale, e tutti che ne perdono le tracce, Artù, Ginevra, Merlino, Viviana, e dov'è finita Morgana? E che modi sono? E un biglietto poteva lasciarlo.

Vabbè ma poi torna.
E infatti, guarda guarda, sono qui anch'io.

Ma, come dire, in modalità diesel.
Ci metto un po' a carburare.
Ci metto un po' a fare di nuovo l'abitudine a tutto quanto: casa mia, le ore da sola, la prospettiva di una nuova routine che comincerà in pompa magna la prossima settimana e diosolosa cosa vorrà dire, che paura, che paura che ho.

Va bene, lo so, l'albero di natale lo disfo domani, giuringiurello.
E sì, ci proverò col cuore a programmare tutto per i prossimi mesi. Ma non assicuro. Mettiamo le mani avanti.

E le responsabilità, le responsabilità pergiove, dove le mettiamo? 
Suggerirei, circumnavigando il pensiero scurrile che mi era balenato nella testolina, a tutti costoro che nella mia coscienza continuano a martellarmi tale interrogativo, di fare un cfr Zerocalcare, Il demone dell'inadempienza, breve quanto brillante saggio sulla condizione che oggigiorno attanaglia milioni di giovani alle prese con il lavoro allacazzo. Nello specifico, attanaglia me.
Evvabbè, ne usciremo in qualche bizzarro modo.
Sotto pressione, come al solito, confidando nel consueto coup de theatre che mi salva non si sa come ogni volta.
Dici che è perché sono brava? Mah, può essere, me lo ripetono da quando sono nata, suppergiù.
Ma io, che pure ci credo il 90% del tempo, stavolta tentenno e claudico, mannaggia ammè.

Mi sa che devo trovare un corso di training autogeno.

domenica 15 dicembre 2013

Intanto, al secondo piano...

Metto un attimo in standby il mood natalizio (e se uso altri anglicismi abbattetemi).

So che sentivate la mancanza delle allegre peripezie del mio condominio, quindi vi accontento subito con una delicatissima perla rintracciata al secondo piano.



Prego, apprezzate la cifra artistica dell'installazione e la creatività grammaticale del testo.
E continuate a darmi incoraggianti pacche sulle spalle...

[per le puntate precedenti, qui e anche qui]

domenica 1 settembre 2013

Cielo di settembre

Storie di disfatte.
Sono cresciuta con una cultura musicale bizzarra, un allegro random saltellante da Guccini e De Gregori ai Blink 182, passando per un genere che tuttora interviene nei momenti malinconici per regalarmi sferzate di allegria e di saltellante ritmo in levare: lo ska.

La cifra che più mi piace dello ska è la spensieratezza, che prende forma in melodie ultraritmate che ti invitano a ballare, a molleggiarti a destra e sinistra, e in testi la maggior parte delle volte dissacratori, bislacchi, nonsense.

E che vuoi di più.

Succede però che taluni gruppi decidano, con gli anni, di modificare questo approccio stilistico, e di cedere alle lusinghe neomelodiche della musica pop più becera, solicuoriamori, vocalizzi nasali, luoghi comuni più che triti direi maciullati. 

Disfatte, dicevo.

I Matrioska, nello specifico.
Buon dio, come vi siete ridotti.

Ditemi voi come si fa a passare da questo:

Guarda questo guarda quello posta o postino 
Little Tony brevettare l'eritelio m'incammino 
mangiatore biforcuto di un aristide cornuto chi lo sa..
Trafficante di pinguini in Tunisia 
pornodivo in un asilo da 10 anni in carestia 
calcolare la tangente della fame della gente chi lo sa... (Trafficante di pinguini - 1999)

A questo:

Cielo
si apre una ferita
credevo già guarita
ormai rimarginata
cielo da guardare che mi farai male
cielo non lo sa mi condizionerà per un eternità
cielo siamo qua soli io e te vendimi la stella più bella che c'è 
e portala da lei puoi farlo solo tu lo sai non posso darle di più. (Cielo di settembre - 2007)

Aiuto.
Aiuto aiuto.

Son cose che segnano e che indignano, signori miei.

Cielo di settembre. Ma si può. Ogni anno arriva la mezzanotte  fra 31 agosto e 1 settembre e questo strazio ritorna peggio che mai.

Che poi a me settembre piace, perdiana, non mi par giusto denigrarlo con una robaccia smielata che ne decanta le proprietà di fine-estate come se tutto potesse essere ridotto a spiagge deserte, ricordi da Rimini Rimini sbiaditi e abbronzature che vengono lavate via.
Ennò, porcapupazza.

Si tratta, si tratterebbe, di amplificare sensazioni differenti, malinconie inespresse magari, e venticelli piacevolmente freschi, e notti insonni non per causa del caldo, e progetti da cominciare e ricominciare, e cose che prendono forme nuove, e aspettative, e paure, e...
Ma di che, di chi stiamo parlando?
Vabbè, facciamo che ve la racconto un'altra volta, questa storia...

lunedì 5 agosto 2013

Wii-chend (ma anche We can't)

Io l'ho detto che detesto l'estate.
L'ho detto che mi rende insofferente e irascibile.
E dopo una notte durante la quale ho dormito per circa tre ore non continuative, inframezzate da rotolamenti a destra e a sinistra, gocce di sudore che dalle tempie scendono lentamente e inesorabilmente lungo il collo e fino alla nuca, alzate repentine per permettere al materasso di ritornare a una temperatura inferiore a quella della graticola e contemporaneamente mettere sotto l'acqua gelata braccia e collo, e ancora non in ultimo da un ventilatore che al massimo della sua potenza è riuscito solo a simulare le macchinette per asciugare le mani che si trovano negli autogrill a fianco ai lavandini, ecco dopo tutto questo, la mia convinzione iniziale si tinge di una sfumatura che - come dire - mi fa assomigliare ad Hannibal Lecter. Anzi no, a Jack Torrance.

Detto questo (dove 'questo' mi rendo conto essere un periodo inutilmente lungo e mal strutturato, di cui darò la colpa al mio neurone assonnato, il solo che non è già andato in ferie e che mi costringe ad errori di battitura molteplici del tipo 'smufatura', che manco Dotto dei 7 nani, e Diomio lo sto facendo di nuovo, vi prego abbattetemi), la mia idea iniziale era di raccontare il weekend appena trascorso, anzi il 'Wii-chend', come recita il titolo, mutuando una trovata paroliera del consorte ispirato.

Gli ho regalato la Wii.
Per i suoi trent'anni.

Il che mi rende la fidanzata migliore dell'orbe terracqueo e anche di pianeti limitrofi e galassie confinanti.
Almeno, così mi hanno assicurato.
Ci sono poi delle velenose voci di corridoio che millantano che l'avrei fatto perché sotto sotto la volevo pure io, ma sono serpi in malafede, non date loro ascolto, soprattutto quando vi mostreranno i miei record a Trauma Center New Blood e i miei punteggi di Lego Harry Potter. Quelli sono con tutta evidenza esperimenti scientifici serissimi che mi hanno permesso - per dire - di affermare con sicurezza che avrei potuto diventare un brillante chirurgo, in una vita parallela, e che la transcodificazione del linguaggio nel passaggio libro-film-videogioco soffre sì di innegabili perdite, ma guadagna di certo svariati punti creatività.

Sì.
Uhm.
A-ah.

Insomma, per farla breve, complici le temperature sahariane che ci impongono di vivere come i vampiri Cullen, esposti all'aria aperta solo quando non splende il sole, abbiamo trascorso la gran parte del sabato e della domenica a videogiuocare col nuovo giocattolino, con buona pace dei fondamentalisti per i quali il videogioco è il male assoluto e che ci vorrebbero tutti (dove 'tutti' sta per 'tutti i bambini') con le ginocchia sbucciate per le partitelle a pallone e/o per le cadute dalla bici. A costoro, il 5 d'agosto, io rispondo: Vacce te. Aka: ne riparliamo quando Torino avrà il mare.

Gesù, sto sbadigliando in loop.
Noncelapossofare.
La città è semideserta in modo imbarazzante, i mezzi pubblici continuano a non avere l'aria condizionata e stamattina non ho manco potuto prendere un caffè al bar: tutti chiusi. Maledetti.
E devo lavorare ancora fino a venerdì, coprendo i turni della collega in ferie.
E il mio compagno di stanza ha deciso di mettere solo musica latinoamericana. Carico da undici.
Le mie manie omicide stanno pogando furiosamente.
Ho delle occhiaie che manco lo zio Fester, ormai le chiamo affettuosamente Anastasia e Genoveffa.
Voglio morire. O almeno dormire (ciao, Hamlet).
Ma niente, non si può.
No. 
We can't.


venerdì 21 giugno 2013

SPGE all'incontrè! Ovvero: 10 ottime ragioni per non amare l'estate

E' qualche giorno che penso a questo post e mi ero ripromessa di pubblicarlo nel giorno del solstizio... stavo giusto accingendomi alla scrittura, quando ho letto il post di QuellastronzadellaBrooke dedicato a questa iniziativa blogghereccia che si chiama "Survey del primo giorno d'estate"(SPGE): elenca le dieci cose che più ti piacciono della torrida stagione e proponi l'iniziativa ad altri 8 blog. 

Che dire... m'ha nominata!! E quindi, oltre che ringraziarla molto per questo onore, approfitto per uscire allo scoperto e confessare candidamente che io l'estate davvero non la posso soffrire!!!

Ci sono molte ragioni in effetti, ma dovendo scegliere e randomizzando la classifica, direi:

1. Sudo. E sudare mi fa schifo profondamente. Non per la puzza, che scongiuro abilmente, ma per la sensazione di umido e appiccicaticcio... bleah!

2. Ci sono le zanzare. Le zanzare mi adorano visceralmente. E se pensate che una città con due fiumi più svariati torrenti possa essere un habitat appetibile per le zanzare... beh sì, lo è, lo è tantissimo. Tipo che ci vengono in viaggio di nozze, ecco.

3. Non posso andare al lavoro in bici. Non tanto all'andata, ma al ritorno, ovvero fra le 14 e le 14 e 30, andare in bici d'estate significa liquefarsi come la strega del mago di oz, tentando invano di sganciare le ruote dall'asfalto rovente.

4. Viaggiare costa il triplo del normale. Essendo una fuorisede lontana 1200 Km dalla terra natia, il costo dei biglietti per tornare a casa durante le ferie corrisponde alla quotazione corrente per un rene. Un fegato, se per avventura dovete spedire un bagaglio.

5. I miei capelli danno forfait. Sono sempre in disordine, sudaticci alla nuca, piatti ai lati. Aggiungiamo che se non li asciugo con il phon e il diffusore (anche con 40°)somiglio a un diavolo della Tasmania. Anche nel temperamento.

6. Se, come me, si ha la coscia un po' tornita, fare una passeggiata con la gonna o un vestitino diventa sinonimo di una tortura medievale degna di Bernardo Guy. Ci siamo capiti.

7. Dormire con le finestre aperte mi costringe ad essere svegliata all'alba dalla luce che entra in camera e/o dai rumori provenienti dalla strada.

8. A causa del punto 7, sono costretta a dormire in compagnia della combo tappi per le orecchie+mascherina per gli occhi, assumendo le fattezze e il sexappeal della signora Pina

9. Abito in una città lontana dal mare, essendo nata in un posto che ha il mare a 15 km. Quindi, cari conterranei che staccate dal lavoro alle 18 e ve ne andate bel belli a farvi un tuffo nello ionio col sole ancora alto senza spendere né tempo né denaro, sappiate che vi odio. Fortissimo.

10. Non ho mai, e dico mai, nella mia vita, superato la prova costume. Anzi no, non mi sono mai neanche iscritta alla competizione.

Ecco fatto! E ora l'ottetto di bloggerz (anche qui random e cercando di non ripetere i menzionati):

- Moz

Voi che sicuramente siete meno misantropi di me, fatela come si deve, 'sta cosa ;)))

venerdì 14 giugno 2013

Antipatie gratuite e ossessioni immotivate: CSNCFUD

Amici (di fèisbuc), Romani (ma anche no), compatrioti (della blogosfera): prestatemi orecchio.
E' tempo di coming out.
Ci sto rimuginando da tempo su questa faccenda e ho deciso che è giusto che trovi spazio fra le pareti virtuali di questa babelica stanza.

Io c'ho questo problema: provo sentimenti empatici per le parole.
E chevvordì?
Come dire... ci sono parole che mi stanno simpatiche e parole che non sopporto. Come le persone. Uguale.

Questo, tuttavia, è il meno. Da che mondo è mondo, ognuno c'ha le sue brave manie, sono come uno spazio di decompressione, un universo sul quale si può avere il controllo e nel quale far regnare l'ordine o il caos a proprio piacimento.
Sono terapeutiche, in un certo modo.

Il fatto è un altro.
Visto che sono una personcina discretamente ossessivo-compulsiva, nonché dall'animo archivistico, da qualche anno a questa parte preservo un angolino del mio hard disk per un file .txt che aggiorno periodicamente, il cui nome è "espressionichemiinnervosiscono".
Ogni volta che un nuovo modo di dire mi si palesa all'orecchio provocandomi spasmi di violenza, io lo annoto in calce e premo Salvaconnome. E il caos rientra.
Basta rendere edotte le persone che mi circondano dell'update e, se mi vogliono bene, evitano di dire quelle parole in mia presenza. Certo, è un'arma a doppio taglio, e infatti periodicamente e per vendetta, il consorte si diverte a mettere nello stesso periodo quante più Espressionichemiinnervosiscono possibile, col solo fine di indebolirmi. 
Ma no, alla fine risorgo come la Fenice, più forte di prima.

Per essere più chiara, è come per gli scrittori: tutti hanno i propri preferiti e tutti hanno quelli che non possono vedere; tipo io non sopporto Fabio Volo. Lo detesto proprio. Ecco, se qualcuno si avventura, per esempio, a dire la frase per non dimenticare, per me è come dovermi sorbire Fabio Volo che si autocita in loop con la sua faccia da Fabio Volo e la sua supponenza di guru di stocà.

Tutto questo preambolo per dire che da qualche tempo il mio bravo schemino mentale è stato messo alla prova duramente, tanto da costringermi ad inventare un sottoinsieme della mia lista nera adatto all'occasione.
Passo a spiegare.

C'è una combo di 7 parole che mi piaceva, tempo fa, la trovavo arguta e pregnante, anche vagamente poetica perché no, mi stava simpatica e avrei voluto usarla all'occorrenza. 
Il problema è nato quando questa frase ha cominciato ad essere uno status symbol, una moda, un'immagine ricorrente, soprattutto nei blog e negli status di fèisbuc, è diventata pervasiva al punto di svuotarsi di significato, in una parola mi è diventata antipatica. E così ho dovuto inaugurare un sottoinsieme della mia lista nera che ho chiamato, per continuare la metafora degli scrittori, "le espressioni Baricco": quelle che un tempo amavo e ora mi stanno sulle palle (come il succitato romanziere).

Questa frase, siòri e siòre, è: Come se non ci fosse un domani.

Alzi la mano il blogger e/o l'utente di social network che non l'ha usata almeno una volta nel corso degli ultimi sei mesi.
Pochi, siete pochi.
Vi prego.
Vi prego.

BASTA.

Cambiamo musica, troviamo dei sinonimi, delle alternative valide, chessò:
"come se i maya avessero dovuto avere ragione" 
"come se fossi Cenerentola a mezzanotte meno un secondo"
"come se Rossella o'Hara non avesse più battute conclusive"

Sforzatevi, sforziamoci.
Fatelo per me.

Per cui, quando stasera tornando a casa, troverete i vostri post o i vostri status incompleti e in attesa di una chiosa pepata, trattenetevi dallo scrivere Comesenoncifosseundomani, date loro un'alternativa e dite: "Questa è l'alternativa babelica!".
Come una carezza ;)

lunedì 3 giugno 2013

Briatore chi?

Prendi un treno il venerdì pomeriggio da Torino Porta Nuova, con il sorriso ebete e il friccicòre di chi sa che poche ore dopo le rivedrà, dopo sette mesi, quelle con cui ha condiviso un anno in Vaticano, ma che di 'papale' al più hanno l'esplicito senso dell'umorismo.
Passi due giorni in simbiosi con tutte, al confine fra Liguria e Toscana, ospitata da una di loro, una specie di Wonder Woman bibliofila e bibliotecaria, che per comune accordo chiameremo "la Zia".
Le altre, nell'ordine peninsulare da nord a sud, sono:
- la "Laica", romanissima, esperta di studi religiosi e blasfema per vocazione;
- l'"Esplosiva", partenopea, mia compagna di banco nelle aule vaticane, non le manda a dire e ti ci manda con classe, all'occorrenza;
- l'"Intrusa", sorella dell'Esplosiva, unica a riuscire a non mettere la parola "biblioteca" in una frase per più di un'ora, ché lei fa Architettura, beata.

Le reazioni alla proposta sul cosa fare il sabato sera in quel pezzo di costa nomato "Versilia" sono state:
"Sì daii!!!" (l'Esplosiva e l'Intrusa)
"Vi ci porto!" (la Zia)
"Ma state scherzando, vero? (la Laica ed io)

La proposta in questione era: andare a cenare e a ballare al Twiga.
Per chi non lo sapesse - e io non lo sapevo - il Twiga è l'esclusivissimo e fashionissimo beach club di quel sobrio ometto di Flavio Briatore, un posto che si annuncia di classe già dalle locandine degli eventi pubblicati sul sito, robetta così:



In sintesi, quanto di più lontano esista dal mio universo conosciuto, nonché dal panorama di situazioni in cui posso non dico rilassarmi, ma anche solo sentirmi a mio agio. Ciononostante, forti della convinzione che sia la compagnia a far riuscire la serata e non già il luogo che ospita il tutto, la proposta viene approvata, con tutto il seguito dovuto di trucchi, parrucchi, tacchi e pochette.

Ora.
Se io penso a Briatore, le prime cose che mi vengono in mente sono conti in banca con troppi zeri e un figlio dal nome improbabile allevato su uno yacht. Una roba che, traslata in un locale che è da lui finanziato e pubblicizzato, va per forza oltre i normali standard del divertimento, pur stiloso-fashion-sciarpettaperl'uomo-minigiropasseraperlei. E va bene che il mio senso di inadeguatezza alle serate mondane mi aveva imposto un'aspettativa forse eccessiva nei confronti del luogo in questione.
Però.

Ecco, la mia etica filologica mi impone una totale, imperitura, dissacrante e malevola demolizione della fama del Twiga, che è quanto di più immeritato possa esistere, anche peggio di quella del sushi.

Entri, accolto da una delle "giraffine", le vallette del posto, fasciata nella divisa di ordinanza: mini-miniabito rosso fuoco e trampoli di vernice nera; si apre davanti ai tuoi occhi di topino di campagna una sorta di loft multilivello in penombra, dove l'unica cosa a spiccare sono le sedie, no i troni per i clienti: alternativamente, tigrati o leopardati. Fine, nevvero? Dice che è per dare un'atmosfera africana, da cui il nome. Sarà. Vabbè.

La cena: saporita, per carità, ma niente di che, soprattutto porzioni da dieta ipocalorica; unica nota positiva: niente bottiglie di vino a tavola, i camerieri con agile mossa ti riempiono il bicchiere non appena lo vuoti, ad oltranza.

Il materiale umano: sicuramente l'elemento più divertente della serata, c'era di tutto, dallo sguaiatissimo addio al nubilato, al tavolo "dieci uomini e una gnocca"; segnalo solo, per dovere di cronaca, l'uomo dalla mise più improponibile, pantaloni melanzana, camicia bianca e panciotto di raso bianco (ribattezzato il Bianconiglio), e il settantenne dalla pelle arancione "Silvioaportaaporta" e i capelli bianco ottico che brillavano di luce propria (ribattezzato la Supernova)

La musica: ecco qui proprio c'è stato il tracollo. Io pensavo che le "atmosfere sonore ricercate e suggestive, dove passione e ritmo si fondono al profumo del mare" (cit. twigabeachclub.com) potessero in qualche modo prendere vita, checcacchio, se non altro per dire che no, non è mica un posto come gli altri, Briatore sarà pure un milionario del caxxo, però i suoi soldi li investe bene, mi riempie di atmosfere sonore ricercate e suggestive, sono tutta fusa con il profumo del mare, e invece niente, manco per idea, i soliti malefici Maracaibi, le solite banalissime mani alla cintura e mueve la colita-ita-ita, lo strasentito trash degli anni '80 e '90 e, in conclusione, dell'anonimo e fastidioso tunz-tunz-tunz. Roba che la peggior dicoteca di Catanzaro Lido farebbe di meglio.

La perla: un dettaglio che, a mio parere, riassume l'essenza di tutto, cibo, gente e musica: qui e lì, per tutto il locale, sono installati dei monitor che mandano in loop un montaggio di riprese delle serate migliori del Twiga, senza audio, che se dovessi scegliere un epiteto, un titolo sintetico che riassuma la filosofia che sta dietro a questo prodotto visivo e che muove le braccia di questo teatrino sarebbe: Comunque Tette. Non importa che tu stia riprendendo l'arrivo di un mega-vippazzo sulla soglia del locale, o che violinisti e acrobati riempiano la pista, o che i giochi di luce siano strabilianti col mare sullo sfondo: l'essenziale, bello mio, è che ci siano le tette. Tante, tante tette. Tutt'al più i culi, toh. Ma meglio le tette. Per andare sul sicuro.

Ecco, io non so cosa spinga decine e decine i persone ad immolare i propri soldi e la propria dignità in una fila chilometrica per entrare in questo posto, non lo so cosa le convince a scegliere questo posto e non un altro, non lo so e soprattutto non riesco a capirlo, non lo giustifico e mi sento in diritto di deriderlo, nonostante alla fine i 30 euro glieli ho lasciati anche io, ma è vero, è proprio vero, è la compagnia che fa il tutto.

Solo una persona, nel mucchio di capre ricoperte di paillettes e autoabbronzante, mi ha convinto che sì, forse almeno un modo per godersela senza abdicare del tutto ai neuroni e senza per forza dissacrare come un caterpillar c'è: stava nell'angolo, appena fuori dallo spazio dei tavoli, dove comincia la spiaggia e il regno dei fumatori; aveva i guanti di gomma gialli e il secchio di fianco, aspettava che uscisse la persona chiusa nella toilette per pulire, ché lei lì ci sta perché ci lavora, a lei la pagano per stare dentro al Twiga.
Ma lei, alla faccia di tutti i Briatore e di tutte le Porche parcheggiate nello spiazzo riservato ai clienti, alla faccia di tutte le bottiglie di champagne a 50 euro, alla faccia delle liste dei PR e alla faccia mia che non sono in grado di lasciarmi andare, lei, da sola e divertita, ballava.

venerdì 17 maggio 2013

venerdì 3 maggio 2013

Questione di Puzza

La primavera, da che mondo è mondo e da che sussidiario delle elementari è sussidiario delle elementari, è foriera di nuova vita, alberi in fiore, uccellini cinguettanti e colori pastello. Ma è anche, nell'ingenuo immaginario collettivo, sintomo di profumi delicati e piacevoli, siano essi di bocciuoli appena schiusi o di erba tagliata, di aria frizzantina o di coppiette in amore.
No.
Miei piccoli e affascinati lettori, lasciate che vi disilluda.
La primavera puzza.
O meglio.
Puzzano cose e persone, animali e vegetali, di giorno e di notte.
Puzza l'aria, quando appena sveglia apro le finestre e il cantiere di fronte ha già da un'oretta cominciato ad innalzare nuvole di polvere e detriti (ora che c'è bel tempo approfittiamone!).
Puzza la spazzatura, quando la scoperchio per buttare i residui di caffè (puzza sempre, d'accordo, ma da ora e per i quattro mesi a venire puzza di più, ché le cose si decompongono più in fretta).
Puzza il vicino sul tram, che disconosce il deodorante, ma anche il ciclista che mi supera in uno scatto alla Bartali.
Puzza il loculo dove lavoro, che già è in un seminterrato poco incline alla ventilazione, ma a questo si aggiunge un dipendente che lo coabita con me, caratterizzato dall'afrore di vecchio, e sudicio, e stantio.
Puzzano i libri con cui lavoro, alla faccia di chi dice che è tanto bello e irrinunciabile il profumo della carta.
Puzzo pure io, e mi pare ovvio, quando ritorno a casa.
Da qualche giorno però, una nuova puzza si è distinta nella mia giornata tipo.

Il contesto: poco tempo fa, tornando a casa, apro il portone e noto una new entry attaccata alla cassetta delle lettere


Un deodorante adesivo? Che ci fa un deodorante adesivo nell'androne del palazzo? Di quelli brutti poi, non solo e non tanto esteticamente, ma soprattutto olfattivamente, avete presente... tipo quelli dei bagni dell'autogrill. Eau de Schifézz.
Vabbè...
Passano un paio di giorni, stesso palazzo, stesso androne, pochi metri più avanti, di fianco la porta della cantina, trovo questo:



Stessa dimensione, stesso modello, fragranza diversa. Comincio a non capire: perché quelli della ditta delle pulizie hanno messo 'sti cosi? Fra l'altro il miscuglio di aromi differenti esplode in un mix vomitevole di lavanda, muschio bianco e anitra wc del discount che mi fa rimpiangere il loculo lavorativo, ma vabbè, "ignoriamoli in apnea" mi dico...
Ancora due giorni, entro in ascensore col consorte e caccio un urlo che lui pensa "che è? un ragno? Godzilla? gli alieni? No:


Un altro!
"Basta!" dico "ma che è un gioco? Fra un po' ce li ritroviamo pure in casa!". E giù un'invettiva acida delle mie, mannaggia qua, mannaggia là, sta casa fa schifo, ma quando ce ne andiamo, etc. etc.
Fin quando.
Tre giorni fa, il mistero si svela.






Cioè.
Animali morti in cantina.
Salvatemi.

lunedì 22 aprile 2013

Intolleranze

Tu, dipendente statale da 1900 euro al mese che passi la metà del tempo a non fare niente e ti lamenti che ti hanno bloccato facebook.
Tu, automobilista torinese, possessore di qualsivoglia veicolo - dal pandino al Freemont - che usi le quattro frecce come panacea a qualunque infrazione: se ti fermi in doppia fila senza accostare per portare tuo figlio fin dentro la scuola elementare; se invadi la pista ciclabile come se niente fosse; se vuoi posteggiare a destra, ma anche a sinistra (vuoi lasciare la suspance fino alla fine?).
Tu, che sei arrivata agli anta senza un filo di grasso e col culo in sospensione, e posti le tue foto seminuda e status su quanto sia difficile resistere alla nutella, sperando implicitamente che il resto del mondo alimenti la tua autostima.
Tu, che continui a fare la stessa battuta da mesi, aspettandoti sempre da me il sorriso complice.
Tu, che sei stata precaria per dieci anni e ora che hai il posto fisso ti lamenti con me di quanto esigui siano i buoni pasto.
Tu, signora bene dell'ufficio vendite del palazzo in costruzione, che alla mia faccia basita per la richiesta di 250000 euro per 75 metri quadri, rispondi accendendoti una sigaretta sorridente e dichiarando che proprio stamattina hai ricevuto l'assegno di 600000 euro per il superattico senza tutte queste storie.
Tu, che ti dichiari anarchico ma se succede qualcosa chiami la polizia.
Tu, che commenti qualsiasi articolo di politica col tono saccente di chi ha la verità in tasca e la polemica sempre pronta.
Tu, che se ti dico "Alice in Wonderland" pensi a Tim Burton.
Tu, che fai rombare la motocicletta alle due di notte al semaforo sotto casa.
Tu, che mi fai tanti complimenti su quanto sono brava e preparata e mi paghi 5 euro all'ora.
Tu, che hai preso una laurea col calcio in culo e subito dopo hai potuto scegliere fra tre o quattro posti di lavoro a tempo indeterminato.
Tu, che non hai mai letto un libro.
Tu, che sei piemontese e chiami 'terrone' il tuo amico piemontese come te e poi mi dici "ma stavo scherzando".
Tu, che fai i video nostalgici sugli anni '80 e '90 e sospiri su quanto sia stato bello avere un'infanzia con le ginocchia sbucciate, non come i bambini di adesso, che non sanno cosa si sono persi.
Tu, che ti fai le foto mentre fotografi.
Tu, che sbagli i congiuntivi.
Tu, che non ricambi il saluto.
Tu, che ti offendi se non partecipo al tuo gioco idiota.
Tu, che spari la musica a palla sul tuo cellulare mentre siamo sul tram.
Tu, che salti la fila.

Tu.
Ecco, tu.
Come dire.
Mi stai - generosamente - sulle palle.