L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile.
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sabato 31 ottobre 2015
martedì 14 luglio 2015
Allosanfàn
Che il genere umano trova conforto nel ricondurre le proprie casualità a ordini precostituiti e coincidenze più o meno artificiali.
E chi siamo noi per dissentire?
Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.
Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.
C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.
Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.
Il giorno della gloria è arrivato.
Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)
E chi siamo noi per dissentire?
Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.
Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.
C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.
Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.
Il giorno della gloria è arrivato.
Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)
martedì 30 giugno 2015
A come
A come Attesa.
Aspetta. Aspetta. Non parlare subito, non ancora, non adesso.
Domani, magari. Domani sarà più reale. Domani parlarne non sembrerà
antiscaramantico. Adesso aspetta, sopporta, aspetta.
A come Apnea.
Inghiotti più aria che puoi. Di più. Un po’ di più. Dai, che
ce la fai. Inspira e trattieni. Gonfia le guance. Diventa bluastra, se è il
caso. Non cedere. Passerà, sta già passando. Ecco, è passata. Anche questa.
Intravedi la luce, laggiù, in lontananza?
A come Acqua di mare.
Quella l’hai vista, di sfuggita, un pomeriggio di metà
giugno. Il tuo mare. C’era vento e faceva addirittura freddo, ma imperterrita
hai voluto sentire quella certa familiare sensazione di sabbia fra le dita,
quel certo consuetissimo rumore ripetitivo di vaevieni salmastro. Perché?
Perché quest’anno, chissà, forse tornerai, o forse no.
A come Affittasi.
Che impressione che fa. Tornare a casa e vedere il cartello
attaccato al portone. Affittasi. Ce ne andiamo. Cerca di non farti prendere dal
panico, mentre monti gli scatoloni e impacchetti la tua vita. Cerca di
contenere il magone all’idea che questa non sarà più casa tua. Casa vostra.
Perché ce n’è un’altra adesso. Più grande, più luminosa, più bella. Più vostra.
A come Autunno.
Vuoi che arrivi presto. Quando sarà autunno tutto comincerà
ad essere più consueto, più riconoscibile.
Non vedi l’ora, già, non vedi l’ora di inaugurare plaid e divano,
accartocciandoti di fronte alla parete color cioccolato. Non vedi l’ora che sia
l’ora di comprare un nuovo albero di natale. Non vedi l’ora di costruire nuove,
differenti tradizioni e aspettare l’anno dopo, e quello dopo ancora, per
riviverle daccapo. Non vedi l’ora di invitare tutti quelli che conosci, di
mostrare loro gli angoli e le luci, e i panorami. Le Alpi, di nuovo, finalmente.
A come Adesso.
Il momento giusto. Il luogo giusto. Dice che si riconosce,
quando la vedi. Che la senti tua, appena ci entri. Anche se intanto ci sono
altre vite, già piene e corpose, ad abitarla. E’ strano. Io non ci credo a
queste cose. Eppure. Ci sono dettagli che sono come segnali. Come arrivarci
davanti in auto e trovare facilmente posteggio. Come l’ascensore spazioso e
luminoso. Come il parco di fronte intitolato a Falcone e Borsellino. Come il
nome della via, che ti fa immaginare mentre dici con malcelato orgoglio
intellettuale: abito in via Leopardi.
Respira, adesso. Espira, inspira, espira di nuovo. Lo puoi
dire. Lo puoi rendere reale.
A come Alla fine.
Appena prima di salutare giugno.
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domenica 17 maggio 2015
Buona idea, Cattiva idea #12
Buona idea: memore dell'esperienza dell'anno passato, partecipare alla Mangialonga di Albugnano ricordandosi di spalmare di crema protettiva viso e braccia
Cattiva idea: memore dell'esperienza dell'anno passato, spalmare saggiamente di crema protettiva viso e braccia e dimenticarsi di collo e spalle, rimediando pertanto un grazioso décolleté pannaefragola
martedì 21 aprile 2015
Un sabato qualunque
Svegliarsi e essere Snoopy.
Realizzare di colpo di avere sposato Charlie Brown.
Preparare la colazione per i cognati ospiti, Lucy e Schroeder.
Aprire la porta alla cugina Woodstock.
Aspettare che arrivino gli ultimi amici, Linus e Cinque.
E poi interloquire con Joker, stare in fila con Elsa e Jon Snow, salutare Luigi e Tod, sorridere educatamente a Crudelia De Mon, che passeggia a braccetto con Malefica e Capitan Uncino.
Recitare un romanzo che comincia così: "era una notte buia e tempestosa..."
Infine, conquistare gli onori della cronaca.
Insomma, un sabato qualunque!
lunedì 13 aprile 2015
Le luci nelle case degli altri
E' un romanzo, lo so.
Ne ho una copia in libreria che non è mia: me l'ha prestata sarà un anno la mia cognata sicula e ancora non l'ho letta. Non è una giustificazione, ma a mia discolpa posso dire che è alquanto voluminosa, quindi inadatta ad essere trasportata nelle borse pendolari, assieme alla schiscetta del cibo e a tutto il resto.
Allora che c'entra, direte voi, che siete lettori arguti e non vi sfugge nulla.
Ha un bel titolo, ecco che c'entra. Anzi di più: ha un titolo adatto, perfetto per la riflessione che mi ronza in testa da un po' e che testé srotolo in righe di pixel, in questo tardo pomeriggio raffreddato, respirato a bocca aperta, con troppi colpi di tosse a farmi sobbalzare.
Ne abbiamo viste tante, di case, in questi ultimi tre mesi. Alla ricerca della nostra, che ancora non è il momento di parlarne. Il punto è, a posteriori, ripensare al fatto di aver messo i piedi e gli occhi in delle vite altrui, così, quasi senza chiedere permesso, a volte un po' a casaccio, random.
Perché le case in vendita sono quasi tutte abitate, ci sono dentro persone che stanno lì da anni, da decenni, le vedi intridere gli angoli, gli stipiti delle porte, l'aria stessa.
Quello che io ho sentito, ogni volta, è di essere un invasore illegittimo. Girovagare in uno spazio intimo, che inevitabilmente racconta pezzi di vita che io ascriverei al pudore, alla dignità della riservatezza.
Che poi succede così: non stai a guardare solo i metri quadri, e l'esposizione, e le spese condominiali. Per forza di cose lo sforzo intellettuale ed emotivo ti porta ad immedesimarti nei volumi, a immaginare le tue cose, i tuoi ricordi già sparsi sulle mensole, il profumo del tuo cibo che cuoce sui fornelli e per riuscirci, per dare corpo alle tue visioni prospettiche, finisce che stai attenta ai dettagli spiccioli, quelli non sottolineati dall'agente immobiliare, e ricostruisci la vita che c'è dietro: le famiglie, le solitudini, le vecchiaie, le stanchezze. Chissà perché, ogni volta mi lasciano addosso la malinconia.
C'era la signora con le porte uguali a quelle di mia zia, le mattonelle della cucina sbreccate e la gentilezza a bassa voce, un poco velata dalla vedovanza. Una casa troppo grande, ora. Le ricette del medico ancora nello studio, rete quattro alla tv accesa.
C'erano gli indiani sorridenti, le scarpe affastellate in ogni angolo e uno che dormiva quando abbiamo acceso la luce nella stanza da letto.
C'era il ragazzo che sognava di andare via, l'abnorme differenza fra lui e la madre che abitava al piano di sotto, i due appartamenti collegati da una scala a chiocciola che sembrava il ponte fra due universi lontanissimi, uno fatto di svolazzi barocchi e ricchezza altoborghese ostentata, l'altro specchio del single che a stento cucina, la playstation prima di tutto.
C'erano i due pensionati, i disegni dei nipotini dappertutto. Una casa in pieno centro che non serve a nulla, se è lontano dai figli, dalle risate, dal caos.
Io mi chiedo, se venissero qui, gli estranei. Quando verranno - perché verranno - gli estranei a vedere casa nostra, prima del trasloco. Mi chiedo se guarderanno le cose come le ho guardate io e cosa noteranno di me, di noi, appiccicato sugli oggetti con cui lentamente, giorno dopo giorno, abbiamo riempito questa casa, fino ad ora.
Chissà come mi racconto, nello spazio che abito. Cosa dicono di me i miei libri? I colori dei mobili? Le cianfrusaglie? Quanto saltano all'occhio le imperfezioni che per me ormai fanno parte armonicamente del contesto che mi vede svegliarmi e addormentarmi ogni giorno, tutti i giorni?
E cosa noterei io, se non mi conoscessi, entrando qui? Forse i giocattoli, i lego, anche se non ci sono bambini. Forse le bislaccherie, tipo quelle foto, o quella decorazione natalizia che è ancora ostinatamente appesa sopra la porta della cucina. Magari, se fossi davvero attenta, noterei l'orologio che gira in senso antiorario.
Ma dovrei fermarmi qualche secondo, per accorgermene. Magari, se lo notassi, sorriderei.
E se io vedessi un estraneo sorridere, guardando il mio orologio, io sarei felice.
Sarei felice se, uscendo, si portasse dietro un singulto di ironia, al posto della malinconia. Se restasse colpito, divertito, rallegrato. Se ricordasse, ripensandoci, un posto caldo e bislacco, pieno di cose fuori posto e accenni ad altri luoghi e non luoghi, strabordanti e vivi.
Perché è esattamente così che vorrei che fosse casa mia, per tutti quelli che ci entrano.
E magari ci ritornano.
Ne ho una copia in libreria che non è mia: me l'ha prestata sarà un anno la mia cognata sicula e ancora non l'ho letta. Non è una giustificazione, ma a mia discolpa posso dire che è alquanto voluminosa, quindi inadatta ad essere trasportata nelle borse pendolari, assieme alla schiscetta del cibo e a tutto il resto.
Allora che c'entra, direte voi, che siete lettori arguti e non vi sfugge nulla.
Ha un bel titolo, ecco che c'entra. Anzi di più: ha un titolo adatto, perfetto per la riflessione che mi ronza in testa da un po' e che testé srotolo in righe di pixel, in questo tardo pomeriggio raffreddato, respirato a bocca aperta, con troppi colpi di tosse a farmi sobbalzare.
Ne abbiamo viste tante, di case, in questi ultimi tre mesi. Alla ricerca della nostra, che ancora non è il momento di parlarne. Il punto è, a posteriori, ripensare al fatto di aver messo i piedi e gli occhi in delle vite altrui, così, quasi senza chiedere permesso, a volte un po' a casaccio, random.
Perché le case in vendita sono quasi tutte abitate, ci sono dentro persone che stanno lì da anni, da decenni, le vedi intridere gli angoli, gli stipiti delle porte, l'aria stessa.
Quello che io ho sentito, ogni volta, è di essere un invasore illegittimo. Girovagare in uno spazio intimo, che inevitabilmente racconta pezzi di vita che io ascriverei al pudore, alla dignità della riservatezza.
Che poi succede così: non stai a guardare solo i metri quadri, e l'esposizione, e le spese condominiali. Per forza di cose lo sforzo intellettuale ed emotivo ti porta ad immedesimarti nei volumi, a immaginare le tue cose, i tuoi ricordi già sparsi sulle mensole, il profumo del tuo cibo che cuoce sui fornelli e per riuscirci, per dare corpo alle tue visioni prospettiche, finisce che stai attenta ai dettagli spiccioli, quelli non sottolineati dall'agente immobiliare, e ricostruisci la vita che c'è dietro: le famiglie, le solitudini, le vecchiaie, le stanchezze. Chissà perché, ogni volta mi lasciano addosso la malinconia.
C'era la signora con le porte uguali a quelle di mia zia, le mattonelle della cucina sbreccate e la gentilezza a bassa voce, un poco velata dalla vedovanza. Una casa troppo grande, ora. Le ricette del medico ancora nello studio, rete quattro alla tv accesa.
C'erano gli indiani sorridenti, le scarpe affastellate in ogni angolo e uno che dormiva quando abbiamo acceso la luce nella stanza da letto.
C'era il ragazzo che sognava di andare via, l'abnorme differenza fra lui e la madre che abitava al piano di sotto, i due appartamenti collegati da una scala a chiocciola che sembrava il ponte fra due universi lontanissimi, uno fatto di svolazzi barocchi e ricchezza altoborghese ostentata, l'altro specchio del single che a stento cucina, la playstation prima di tutto.
C'erano i due pensionati, i disegni dei nipotini dappertutto. Una casa in pieno centro che non serve a nulla, se è lontano dai figli, dalle risate, dal caos.
Io mi chiedo, se venissero qui, gli estranei. Quando verranno - perché verranno - gli estranei a vedere casa nostra, prima del trasloco. Mi chiedo se guarderanno le cose come le ho guardate io e cosa noteranno di me, di noi, appiccicato sugli oggetti con cui lentamente, giorno dopo giorno, abbiamo riempito questa casa, fino ad ora.
Chissà come mi racconto, nello spazio che abito. Cosa dicono di me i miei libri? I colori dei mobili? Le cianfrusaglie? Quanto saltano all'occhio le imperfezioni che per me ormai fanno parte armonicamente del contesto che mi vede svegliarmi e addormentarmi ogni giorno, tutti i giorni?
E cosa noterei io, se non mi conoscessi, entrando qui? Forse i giocattoli, i lego, anche se non ci sono bambini. Forse le bislaccherie, tipo quelle foto, o quella decorazione natalizia che è ancora ostinatamente appesa sopra la porta della cucina. Magari, se fossi davvero attenta, noterei l'orologio che gira in senso antiorario.
Ma dovrei fermarmi qualche secondo, per accorgermene. Magari, se lo notassi, sorriderei.
E se io vedessi un estraneo sorridere, guardando il mio orologio, io sarei felice.
Sarei felice se, uscendo, si portasse dietro un singulto di ironia, al posto della malinconia. Se restasse colpito, divertito, rallegrato. Se ricordasse, ripensandoci, un posto caldo e bislacco, pieno di cose fuori posto e accenni ad altri luoghi e non luoghi, strabordanti e vivi.
Perché è esattamente così che vorrei che fosse casa mia, per tutti quelli che ci entrano.
E magari ci ritornano.
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venerdì 3 aprile 2015
Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello
A tentare di riordinare nella mente la vita passata dell'ultimo mese faccio una fatica boia.
Marzo m'è scivolato fra le dita con una velocità stratosferica, uno sguisccc di sapone sotto le tappine da doccia.
Mi giro e sono a Venezia, mi rigiro e devo fare la spesa per il pranzo di pasqua.
Mh.
Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello, recita l'adagio infantile. Marzo sui sussidiari lo disegnano così: il sole velato da una nuvola, dalla quale cade a gocce spesse una pioggia trasversale.
Mi pare un'immagine adatta.
Muovendomi a gran velocità, ho attraversato i giorni di questa fine d'inverno senza rendermi troppo conto del divenire, attenta al presente, tutt'al più alle cose da fare domani, poi domani si penserà al resto, e così via.
E la cosa buffa, la cosa a ben vedere assai marzolina di questo mio marzo, è il fatto che beh, in fin dei conti, qualcosa mi ha lasciato, questo terzo mese duemilaquindici, varie postille bizzarre, episodi estemporanei e cambi di manovra che sì, a pensarci prima, valeva la pena di scriverci sopra, ma niente, il vento mi ha trascinato ogni volta appena più in là, dove ormai diventava inutile e posticcio ridirne, vabbè, sarà per la prossima. Una novella Mary Poppins, direi, mi manca solo l'ombrello con la faccia da pappagallo petulante sul manico.
Indi per cui, estimatori degli amarcord e dei bullet points, vi faccio contenti dicendovi che nel corso di marzo ho:
![]() |
| RIP lavabo (novembre 2009-marzo 2015) |
- rotto il lavandino del bagno: non il tubo, né alcuna parte idraulica, ma la vasca di ceramica. Come? Facendogli cadere dentro una boccetta di profumo che, a quanto pare, è fatta di diamante puro, visto che non si è nemmeno scalfita. Agevolo la testimonianza iconografica del fatto.
- cambiato corso di yoga: ho abbandonato la matta mistica catanese (bella la pronuncia etnea del sanscrito) a favore di un corso molto più serio e senza menate filobuddhiste, cosa che il mio animo ad altissima base illuminista ama visceralmente. Unico neo: con quello che costa, frampo' andavo a farlo direttamente in India. Vabbe'.
- parlato ad un serissimo e professionalissimo convegno, di un argomento serissimo e professionalissimo, senza andare in iperventilazione. Applausi, grazie.
- visitato, insieme al consorte, ventordicimilamilioni di case in vendita, ma su questo argomento spero, promitto e juro che ci farò un post quanto prima...
- partecipato al festival torinese del cibo di strada, che mi ha permesso di trangugiare indecorose quantità di roba fritta e unta e goduriosa. Peccato ci sia costato come una cena di pesce. Vabbe' bis.
- cominciato una nuova dipendenza telefilmica: Once upon a time. Graziosa, invero, primaverile al punto giusto e con un buon tasso di deriva dipendente.
- quasi finito Death Note e Breaking Bad: mancano tre puntate dell'uno e dell'altro. Dell'uno, in parallelo, l'ultimo volume del manga. Occidente vs Oriente 1-0. E approfondirò anche questo...
- comprato l'ennesimo libro di Saramago, incurante dei venti volumi in attesa di lettura fermi ai box da un pezzo.
- rotto e quasi perso l'unghia dell'alluce destro. C'è da dire che è stata l'occasione per vincere la fobia del medico di famiglia ancora sconosciuto. Confido fortemente che tornerà allo stato normale prima dell'avvento dei sandali.
- in ultimo, cominciato a fare fitness very strong in casa: completamente aggratis, youtube-ti-amo, zero tempi morti. Lo so che fa molto videocassette anni ottanta, ma al momento mi sembra il compromesso giusto fra leggerezza e gusto. E poi avere la doccia a due metri dal tappetino e il pigiama a due metri dalla doccia non si batte proprio!
Mi sembra tutto. Gli ultimi giorni sono stati molto, molto movimentati e il giro di boa di aprile mi sta sembrando alquanto catartico.
Prevedo cumulonembi alternati a soli splendenti e raffiche di vento e - forse - temporali. Ma sono pronta, sono carica, e per l'occasione riscomodo perfino il sussidiario elementare...
Quando piove non mi cruccio, vado a spasso col capuccio!
Mai rinunciare a una rima baciata... ;)
domenica 15 febbraio 2015
Cose belle #7
giovedì 11 dicembre 2014
Buona idea, Cattiva idea #10
Buona idea: Per evitare le code interminabili e la folla del weekend prenatalizio, decidere di andare al centro commerciale di martedì, alle nove di sera, per comprare qualche regalino.
Cattiva idea: Andare al centro commerciale di martedì, alle nove di sera, e per comprare un regalo fare una fila di mezzora perché la commessa ispirata deve confezionare un pacco che neanche gli aiutanti di babbo natale per la signora davanti a voi.
sabato 25 ottobre 2014
La bizzarria del sabato mattina
Che entri alle 9 e mezza col tuo consorte nel negozio dove avete fatto la lista nozze per avere l'elenco definitivo dei regali e, a parte i commessi ancora insonnoliti, ci trovi Baricco col figlio, intenti a scegliere un'oliera.
lunedì 19 maggio 2014
Buona idea, Cattiva idea #8
Buona idea: Partecipare alla Mangialonga di Albugnano e godersi una soleggiata domenica di maggio all'aria aperta.
Cattiva idea: Partecipare alla Mangialonga di Albugnano e, grazie alla soleggiata domenica di maggio, riportare come souvenir un'invidiabile abbronzatura da muratore.
lunedì 12 maggio 2014
lunedì 14 aprile 2014
Elogio della leggerezza
Essere seri stanca.
Avere sempre un aplomb integerrimo, la coerenza dei giusti, l'etica di un comportamento senza macchia.
Vivere nell'iperuranio delle verità pe(n)santi, sempre ad arrovellarsi sul perché e sul per come dei massimi sistemi.
Dimostrare giorno dopo giorno di essere affidabili professionisti e esseri umani civilissimi, cittadini partecipanti, sempre pieni di opinioni su ogni cosa.
Motivare tutto.
Cheppalle.
Ci vuole, ogni tanto, una sana, catartica mandata a quel paese di tutto ciò.
Impacchettare, legandoli ben stretti, i principi, la profondità, gli intellettualismi infilarli in un baule con destinazione Timbuctu (cit.).
Lasciarsi andare.
Possibilmente, saltellando.
Possibilmente, anzi, obbligatoriamente, ridendo a più non posso.
Ho passato, fra venerdì e sabato, 24 ore fra le più bislacche e divertenti della mia vita.
Che succede che arriva il venerdì pomeriggio e già pregusti la pausa del finesettimana, assapori l'arietta frizzantina, ti scarichi in piscina a più non posso, conscia che il bello deve ancora arrivare.
Partiamo, io, il consorte, la cognata in visita, per un ridente paesino nel novarese, per assistere (ma il verbo è invero troppo statico) a un mega concertone ska, inizio alle 23 e 30, conclusione alle 3 del mattino. Tre ore e mezza di musica in levare e molleggiamenti, testi cantati conosciuti da più di dieci anni e altre melodie inedite, spunti per future conoscenze musicali.
La gente che ho intorno è allegra.
Allegra e basta.
Ma quanto è bello?
Torniamo a casa con l'usuale fischio nelle orecchie, un bicchiere rubato del bar che ancora spande l'odore della fetta di limone per tutto l'abitacolo, e il ghiaccio sciolto, e la cannuccia nera.
Nel letto alle 4, col sorriso ebete di chi sa che cosa succederà, poche ore più tardi.
Ve lo ricordate quando vi ho parlato, un annetto fa, del Torino Comics?
E vi ricordate che avevo concluso dicendo che forse forse, magari magari, per l'edizione successiva avrei fatto un pensierino sull'idea di improvvisarmi cosplayer fra i cosplayers?
Che dire... l'ho fatto!
Sono diventata un Minion!! Anzi, per la precisione, io e altri quattro scapestrati (fra cui il consorte e la cognata di cui sopra) siamo diventati un gruppo di Minions meravigliosi!
Per chi, folle, non li conoscesse, i Minions sono questi:
Eh sì, avevamo anche le banane.
Ma la gente che ci ha fotografato.
Ma la capacità di dire addio alla vergogna, alla serietà, alla pesantezza, alla serie infinita di cose da fare e da pensare e da organizzare e da considerare.
La bellissima, bellissima sensazione di sentirsi insieme, nell'ordine: un personaggio dei cartoni animati, una celebrità, un pezzo di un bislacco gruppo di esaltati, un bambino.
Dimenticarsi del mondo reale.
Vivere la coloratissima, divertententissima espaerienza di cinque ore di festa, fuori da ogni regola.
Sentirsi così meravigliosamente leggeri.
E senza fiato spanciarsi dal ridere!
mercoledì 20 novembre 2013
Rinnovi
- Ho chiamato la padrona di casa
- Per...?
- Per il rinnovo del contratto, sono passati quattro anni.
Ah.
Caspita.
Me lo ricordo bene, il giorno in cui siamo andati a mettere la firma in agenzia, c'erano i padroni di casa veri ultranovantenni che a stento tenevano la penna in mano e scrivevano con la calligrafia di un bambino delle elementari, e la figlia (la padrona effettiva) che continuava a chiamarti 'ingegnere' pernsando di darti un tono.
L'agente ci ha dato il mazzo di chiavi con un portachiavi orrendo, a forma di casa, con l'indirizzo scritto a inchiostro blu di sopra e ci ha detto: 'auguri'.
Noi siamo andati a festeggiare nella pizzeria sotto casa - casa nostra - io ero a dieta e ho preso l'ananas, tu i profiteroles.
Se ci penso, mi sembra di aver fatto una follia.
Due mesi prima tutto era così diverso nei miei progetti, così chiaro e concreto.
E se niente è andato come volevo che andasse, forse è stata una benedizione.
No, è stato un miracolo.
Che davvero, alla fine, le cose che non ti aspetti, che non programmi, si rivelano le più stupefacenti. Nonostante siano faticosissime.
Quattro anni fa a quest'ora tornavo a Roma a impacchettare le ultime cose e a salutare la casa che avevo occupato per 6 anni, anni che ancora mi porto addosso, con tutto il loro carico di esperienze e cambiamenti e persone e luoghi.
Abbiamo caricato un furgone scassatissimo che ci avrebbe obbligato a un viaggio epico e tragicomico da Roma a Torino, passando per Assisi, sotto venti fortissimi e acquazzoni che non hanno risparmiato i libri e il materasso, là dietro nel cassone.
Ricordo che poco prima di partire la mia coinquilina (che poi davvero coinquilina è riduttivo) si è improvvisata vigile urbano per farci fare un pezzo di vicolo contromano nell'ora di punta e dopo, a salutare lei e l'altra, ce l'ho fatta per un pelo a non crollare.
Abbiamo montato mobili e continuiamo a montarne ancora, in questo posto che abitiamo e che ci somiglia ogni giorno di più, con i miei libri che sono sempre troppi e il tuo cioccolato e la tua raccolta di scontrini che occupano gli angoli più bui.
Ieri, per dire, abbiamo comprato dodici bicchieri.
Perché quelli che avevamo non bastano per la cena di Natale.
E queste stanze sono davvero più belle quando si riempiono di gente, perché ci siamo noi ad aprire la porta, noi che siamo un'entità riconoscibile e questo contesto che ci accoglie comodo ed intatto, e le persone che di mese in mese, di anno in anno, ci piace avere intorno per tutto quello che rappresentano: tutto quello che abbiamo costruito e tutto quello che da loro prendiamo, a mani basse.
E se mai è possibile trovare un puntolino di significato, allora è proprio questo.
Ed è l'unica cosa che voglio chiamare: casa.
martedì 8 ottobre 2013
Scende la pioggia
Sera. Diluvio. Un condominio torinese a caso.
Come di consueto, la parete di cartongesso che divide i due appartamenti al quarto piano lascia filtrare agevolmente le parole dei rispettivi abitanti, da una parte all'altra.
"...sceeeende la pioggia ma che faaaa..."
Musica, di sottofondo, al di là della parete sottilissima, si mescola al rumore delle gocce di pioggia picchiettanti sugli infissi.
"...crolla il mondo addosso a meeee..."
Copre i rumori delle stoviglie, della televisione, del rubinetto aperto.
"...per amore stoooo morendoooo..."
Una voce si staglia a volume più alto, il ragazzo avrà meno di trent'anni ma, come al solito, le sue parole si impongono arroganti su tutto il resto.
"Vaffanculo Gianni!".
Sottintende: Morandi.
lunedì 1 luglio 2013
Una Rockstar
- Ciao!
- Ciao!
- Com'è?
- Tuttappò, tu?
- Tutto vecchio
- Sei andato al concerto?
- Quale concerto?
- Come quale? Il megaconcerto di ieri sera, in Piazza San Carlo!
- Non ne sapevo niente
- Ma come!! Non sai che ti sei perso! Era pure gratis!
- Azz peccato... e com'è stato?
- Grandioso! Piazza strapiena, palco enorme, luci, megaschermo!
- Figo!
- Sì, ma poi la gente! Accampati dovunque, per terra, sulle scale, nei portici... certi si erano portati pure gli sgabellini da casa!
- No!
- Sì! E il panino con la birretta! Si sono piazzati là ore prima per vedere bene, sai mai in queste occasioni, c'è sempre un sacco di folla...
- Eccerto! Ma chi suonava?
- Ma guarda, uno nuovo, ha fatto un paio di dischi con un'etichetta indipendente un paio di anni fa ma senza troppo successo... poi sai com'è, ne imbrocchi una e ti passano dappertutto, radio, tv, pubblicità...
- E c'hai ragione
- Però devo dire bravo dai, promette bene
- Ma è italiano?
- No macchè, tedesco credo...
- Ah no, a me la musica straniera proprio non mi piace
- Ma no, ti dico che è bravo! Aspetta che cerco il video del singolo su YouTube...
- Vabbè dai ma sono quattro note!
- Eh vabbè... saranno pure quattro note, però ti entrano in testa
- Appunto! Te lo dico io, questo sarà il tormentone dell'estate e a settembre non ci ricorderemo più né di lui né di questo motivetto...
- Ciao!
- Com'è?
- Tuttappò, tu?
- Tutto vecchio
- Sei andato al concerto?
- Quale concerto?
- Come quale? Il megaconcerto di ieri sera, in Piazza San Carlo!
- Non ne sapevo niente
- Ma come!! Non sai che ti sei perso! Era pure gratis!
- Azz peccato... e com'è stato?
- Grandioso! Piazza strapiena, palco enorme, luci, megaschermo!
- Figo!
- Sì, ma poi la gente! Accampati dovunque, per terra, sulle scale, nei portici... certi si erano portati pure gli sgabellini da casa!
- No!
- Sì! E il panino con la birretta! Si sono piazzati là ore prima per vedere bene, sai mai in queste occasioni, c'è sempre un sacco di folla...
- Eccerto! Ma chi suonava?
- Ma guarda, uno nuovo, ha fatto un paio di dischi con un'etichetta indipendente un paio di anni fa ma senza troppo successo... poi sai com'è, ne imbrocchi una e ti passano dappertutto, radio, tv, pubblicità...
- E c'hai ragione
- Però devo dire bravo dai, promette bene
- Ma è italiano?
- No macchè, tedesco credo...
- Ah no, a me la musica straniera proprio non mi piace
- Ma no, ti dico che è bravo! Aspetta che cerco il video del singolo su YouTube...
- Vabbè dai ma sono quattro note!
- Eh vabbè... saranno pure quattro note, però ti entrano in testa
- Appunto! Te lo dico io, questo sarà il tormentone dell'estate e a settembre non ci ricorderemo più né di lui né di questo motivetto...
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| Piazza San Carlo - Festival Beethoven |
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| Piazza San Carlo - Festival Beethoven |
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| Piazza San Carlo - Festival Beethoven |
[Avviso ai naviganti babelici: ho fatto questa cosa di mettere il pulsantone blu di Bloglovin' affinché quelli di voi che non sono bloggerz e hanno finora utilizzato Google Reader (che ha chiuso oggi) per la gestione dei propri blog preferiti non si perdano nei meandri oscuri di internet e, di conseguenza, non possano più bearsi della lettura dei miei sproloqui. Per tutti gli altri (ovvero, immagino, per tutti) non credo che sia cambiato un bel niente. Nel dubbio, o bloggers che volete fare come me, vi consiglio l'ottimo tutorial di dm: se ce l'ho fatta io, potete farcela tutti!]
lunedì 20 maggio 2013
Le cose che amo di Torino/il Salone del Libro
Immaginate uno spazio enorme. Fatto? Ora rendetelo più enorme, diciamo il doppio.
Spalmatelo di moquette colorata in modo che, camminando, i vostri passi rimbalzino ovattati e comodi lungo sentieri più o meno tracciati, in una rete di linee che s'allacciano, in una rete di linee che s'intersecano (cit.).
Fate scendere dal soffitto uno stormo di cartelli indicatori, una mappa aerea che vi propone un ventaglio di possibili direzioni e percorsi, una roba tipo questa:
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| Me stessa al Lingotto Fiere |
Ora guardate gli spazi venuti fuori dalla scacchiera delle vie colorate: piccoli e grandi rettangoli grigi, con il pavimento di cemento e lo sporco agli angoli. Una bella geometria armonica in due dimensioni.
Adesso, piano piano, guardate crescere in questi mini-lotti di terreno urbano la dimensione verticale dell'altezza: gente che di mestiere sta tendenzialmente dietro una scrivania, le mani sempre a ticchettare su una tastiera, d'improvviso trasformata in manovalanza operaia, armata di martello e chiodi e scotch e scopa e paletta, tira su stand spartani o curatissimi, tutti bianchi o ipercolorati, disordinati o organizzatissimi.
Seguite, adesso, quegli omini col caschetto giallo anti-infortunio alla guida di camioncini pieni di pacchi, guardateli fermarsi davanti a ciascuno di quegli stand appena costruiti e scaricare come postini scatole e scatole con sopra solo i nomi dei destinatari, ciascuno dei quali le ritira soddisfatto.
Ora, mettete loro in mano un cutter, o un paio di forbici, o una chiave, o la buona volontà e guardateli aprire uno ad uno tutti i pacchi ricevuti e tirare fuori il contenuto.
Libri.
Solo libri.
Migliaia e migliaia. E migliaia.
Li sistemano in bella mostra sulle superfici sgombre, li impilano se c'è poco spazio, curando di destinare il posto migliore al titolo di punta, li incastrano come un tetris gestendo le cromie delle copertine e le dimensioni dei dorsi e il materiale più o meno rigido di ognuno di essi.
E' tutto pronto per il giorno dopo, che è giovedì.
Avete chiaro in mente questo quadro, questo ordine meticoloso, questa aspettativa e questo lavoro dietro le quinte?
Bene.
Adesso, fate esplodere lì dentro il caos: persone, ombrelli, musica, persone, slogan, voci, persone, biglietti, code per entrare, persone, eventi, vip, presentazioni, persone, libri, persone, persone, libri libri, libri.
Così, per cinque giorni, dalle 9 alle 23.
Questo è il Salone del Libro di Torino, ogni anno.
E ogni anno, per me, è una bolgia paradisiaca! L'ho vissuto, nel 2010 e nel 2011, da interna addetta ai (pur umillimi) lavori, l'anno scorso l'ho mancata di un migliaio di chilometri, quest'anno me la sono goduta da visitatrice esterna venerdì e sabato.
Come sempre, la cifra principale dell'esperienza è data da due elementi: essere frastornata e con i piedi doloranti per tutto il tempo di permanenza all'interno dei padiglioni e avere un costante sguardo inebetito passando di casa editrice in casa editrice (ho evitato, per ovvie ragioni, i megastore di Mondadori e Feltrinelli), con la voglia di comprare tutto e niente.
Eppoi ci son stati gli incontri: smaltita la delusione per non aver trovato posto alla lettura pubblica della calviniana "giornata di uno scrutatore", mi sono rifatta con Daria Bignardi, Lella Costa (per l'ennesima volta), Vauro e Zerocalcare, del quale ho rinunciato ad avere l'autografo, visto che aveva uno stuolo di fan in coda che neanche Di Caprio ai tempi di Titanic, ma che, posso dire, vanta una versione in carne e ossa davvero somigliante a quella fumettosa!
Ho acquistato poco, davvero poco, ma a mio dire, delle vere perle:
Il Conte di Montecristo di Dumas - che fa parte del mio personale empireo di libri più belli mai scritti - nella nuova edizione Donzelli (l'editore, per inciso, mi ha rivelato che vorrebbe portarselo nella tomba)
La riduzione per bambini di Tristano e Isotta, meravigliosamente illustrata, sempre per Donzelli, perché questa storia è il mio demone irrisolto, c'ha appiccicati sopra ricordi bellissimi, magoni fortissimi e momenti fra i più brutti che ho vissuto, ma in questo libro è talmente leggera e visionaria da bastare a se stessa
L'Infinito magnetico. Qui son davvero capitolata.
Ché Leopardi è sempre, fottutamente, insuperabile e trovarselo ogni mattina davanti agli occhi sullo sportello del frigo fa bene al cuore e apre i sensi al meglio.
Per non dire della sfida di ricomporlo parola per parola come un puzzle, a mezzanotte, con il consorte complice e la Mater a sciorinarlo a memoria improvvisando.
E sì, potete essere invidiosi.
Sì, siatelo.
Fortissimo.
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giovedì 16 maggio 2013
Gente da 15/Ricomincio da 3
[Riprendo la rubrica inaugurata qui e continuata qui e qui, a proposito dei bizzarri passeggeri del tram numero 15 che mi porta a lavoro. Lo so che è maggio e che il calendario dovrebbe impormi di prendere la bici, ma sono 48 ore che piove ininterrottamente e copiosamente. C'è Noè, fuori dalla finestra, con la sua fauna accoppiata, e mi fanno tutti "ciao ciao" con le zampine umide. Quindi ho preso il tram.]
Mi sostengo a fatica, incastrando il braccio fra finestrino e obliteratrice, la borsa appesa alla mano sinistra, la destra cerca di dominare l'ombrello fradicio per evitare di fare la doccia agli altri, già madidi, passseggeri. Il tram è strapieno e sono pure in ritardo. Mi alieno fortissimamente e ignoro pure il posto che si libera vicino a me, ché c'è un nugolo di vecchine che se lo contendono dall'alto della loro vetustaggine. Dannate vecchine.
A metà percorso, salgono loro.
Lei mi si piazza di fianco, posso vederla con la coda dell'occhio e si impone alla mia attenzione perché parla a macchinetta, è un logorroico fiume in piena
"Ieri ho parlato con la mia collega, sai quella che lavora con ***? Dice che a fine giugno la mandano via, che non hanno più fondi, ma lei non si scoraggia, mi ha detto che quest'estate parte per il Perù! Che bello deve essere il Perù, quasi quasi ci vado anche io guarda, e chi se ne frega! Perché non ci pensi anche tu? Certo però bisogna fare le cose per tempo, sai le ferie, i voli, però però... dai che ne dici?"
Lui non lo vedo, è dietro di me, si palesa solo con qualche battuta detta fra i denti.
"Mpfh... boh, non lo so... non so ancora per quanto tempo resterò a Torino..."
Lei, a un'occhiata più attenta, è la tipica donna in carriera superimpegnata, ma di quelle che mantengono, come dire, un allure equo-solidale: poco trucco, capelli corti, cappellino di taglio maschile, giacca a vento rossa; non le vedo le scarpe, ma sarei pronta a giurare che non hanno tacco.
Ci prova con più insistenza.
"... e quindi... stai cominciando a conoscere la città, bene, bene... se ti serve qualcosa ovviamente puoi contare su di me, non farti scrupoli, la macchina, la bici, quello che vuoi... pensa, mio cugino si muove in monopattino! che poi è comodo, se ci pensi: lo metti a tracolla come una borsa, poi quando scendi dall'autobus lo apri e via!"
"Mh... io preferisco i mezzi... anzi ho fatto l'abbonamento"
"ah... sì, beh, hai ragione, lo penso anch'io".
Fra me e me ridacchio: l'approccio flirtoso non sta andando secondo i suoi piani, non c'è niente da fare.
Ritenta.
"Ma lavori con due computer? E te li porti dietro sempre? Non sono pesanti? Magari uno potresti lasciarlo in facoltà... sai che sto imparando ad usare un nuovo software? la settimana prossima faccio un corso di aggiornamento!"
"Ah, beh... me li ero portati a casa... speravo di combinare qualcosa dopo cena, ma i miei amici mi hanno costretto ad uscire... siamo andati al Quadrilatero"
"Ah, bene... [visibilmente delusa] Capisco... beh, questa è la mia, devo scendere... mi ha fatto piacere vederti e mi raccomando: chiamami!"
"Sì, certo, non preccuparti... ZIA"
...
Ho sentito bene? Sono stonata di brutto, o cosa? Evidentemente sì, ma io 'sta scena l'ho già vista...
Dove...
Ah sì!
Mi sostengo a fatica, incastrando il braccio fra finestrino e obliteratrice, la borsa appesa alla mano sinistra, la destra cerca di dominare l'ombrello fradicio per evitare di fare la doccia agli altri, già madidi, passseggeri. Il tram è strapieno e sono pure in ritardo. Mi alieno fortissimamente e ignoro pure il posto che si libera vicino a me, ché c'è un nugolo di vecchine che se lo contendono dall'alto della loro vetustaggine. Dannate vecchine.
A metà percorso, salgono loro.
Lei mi si piazza di fianco, posso vederla con la coda dell'occhio e si impone alla mia attenzione perché parla a macchinetta, è un logorroico fiume in piena
"Ieri ho parlato con la mia collega, sai quella che lavora con ***? Dice che a fine giugno la mandano via, che non hanno più fondi, ma lei non si scoraggia, mi ha detto che quest'estate parte per il Perù! Che bello deve essere il Perù, quasi quasi ci vado anche io guarda, e chi se ne frega! Perché non ci pensi anche tu? Certo però bisogna fare le cose per tempo, sai le ferie, i voli, però però... dai che ne dici?"
Lui non lo vedo, è dietro di me, si palesa solo con qualche battuta detta fra i denti.
"Mpfh... boh, non lo so... non so ancora per quanto tempo resterò a Torino..."
Lei, a un'occhiata più attenta, è la tipica donna in carriera superimpegnata, ma di quelle che mantengono, come dire, un allure equo-solidale: poco trucco, capelli corti, cappellino di taglio maschile, giacca a vento rossa; non le vedo le scarpe, ma sarei pronta a giurare che non hanno tacco.
Ci prova con più insistenza.
"... e quindi... stai cominciando a conoscere la città, bene, bene... se ti serve qualcosa ovviamente puoi contare su di me, non farti scrupoli, la macchina, la bici, quello che vuoi... pensa, mio cugino si muove in monopattino! che poi è comodo, se ci pensi: lo metti a tracolla come una borsa, poi quando scendi dall'autobus lo apri e via!"
"Mh... io preferisco i mezzi... anzi ho fatto l'abbonamento"
"ah... sì, beh, hai ragione, lo penso anch'io".
Fra me e me ridacchio: l'approccio flirtoso non sta andando secondo i suoi piani, non c'è niente da fare.
Ritenta.
"Ma lavori con due computer? E te li porti dietro sempre? Non sono pesanti? Magari uno potresti lasciarlo in facoltà... sai che sto imparando ad usare un nuovo software? la settimana prossima faccio un corso di aggiornamento!"
"Ah, beh... me li ero portati a casa... speravo di combinare qualcosa dopo cena, ma i miei amici mi hanno costretto ad uscire... siamo andati al Quadrilatero"
"Ah, bene... [visibilmente delusa] Capisco... beh, questa è la mia, devo scendere... mi ha fatto piacere vederti e mi raccomando: chiamami!"
"Sì, certo, non preccuparti... ZIA"
...
Ho sentito bene? Sono stonata di brutto, o cosa? Evidentemente sì, ma io 'sta scena l'ho già vista...
Dove...
Ah sì!
martedì 7 maggio 2013
Il mio pollice verde chiaro
Nel mulino che vorrei, la mia casa è luminosa ed ha un giardino, un tavolo fuori dove fare colazione godendosi l'aria mattutina e una sdraio comodissima dove leggere e sonnecchiare nel primo pomeriggio.
Nel mulino che vorrei, non c'è Antonio Banderas e men che meno i suoi flauti, forse la gallina Rosita, ma solo perché vuoi mettere avere una gallina che sta in posa su un cuscino? Anche perché io già ce l'ho in casa uno che al cioccolato non rinuncia e se ne strafrega dei biscotti al vapore, noi ci andiamo giù pesante, potete scegliere agevolmente fra Dupli, Kinder Bueni, Kinder Pinguì, Kinder Paneciok, Cornetti al cioccolato, Gelati (almeno tre gusti Carte d'Or), M&M e Chocobons. E sicuro mi sto dimenticando qualcosa.
Nel mulino che vorrei, il suddetto cioccolativoro consorte ha tanto spazio per allestire il suo orto, ha le stecche per le piante di pomodori, tre metri quadrati per piantare lattughe e un armadio capiente per tenere attrezzi, concimi, terricci e vasi, e io ho ancora spazio a sufficienza per far trionfare ogni colore dell'iride in aiuole fiorite e alberi frondosi.
Il mulino che vorremmo, ovviamente, non esiste - e chissà se mai esisterà - ma i sogni son desideri realizzabili per quel che ci riguarda e quindi pure se Rosita latita, ci diamo da fare ogni anno per trasformare il mulinello che abitiamo da appartamento al quarto piano di un brutto edificio torinese (lo stesso del post precedente eh, non ve lo dimenticate) in qualcosa che assomigli al bucolico idillio. Anche se c'è sempre il cantiere di fronte. Anche se c'è sempre il neonazista di fianco. Anche se ci sono sempre (ma noi li ignoriamo) gli animali morti in cantina e i gatti della signora Dihel.
Abbiamo un terrazzino profondo un metro scarso, le ringhiere sono bassissime - della serie che se mi metto i tacchi ho paura di cadere di sotto quando devo raccogliere i panni stesi alle corde - e lo spazio vitale si riduce drasticamente quando apro lo stendino. Ma tant'è. Bisogna arrangiarsi, possibilmente senza rinunciare a nulla. Quindi come ogni anno, abbiamo allestito un orto-giardino sul balcone che comprende (non si sa come): dalie, campanelle, garofani, gerani (direttamente dalla Calabria, non sia mai che li compri, i gerani, al massimo li rubi da un altro vaso!), girasoli, una fucsia (che è il nome della pianta - mica lo sapevo che venisse prima del nome del colore omonimo!), 3 varietà di basilico, 3 di peperoncino, 2 di menta, rosmarino, timo, prezzemolo e, per non farci mancare proprio nulla, pomodoro cuore di bue, peperoni e melone bianco. No, non pensate che sia da megalomani piantare meloni sul balcone, perché due anni fa lo stesso consorte, posseduto credo dallo spirito di Luca Sardella, sullo stesso balcone ha testato la coltivazione delle angurie. Angurie, non so se mi spiego. Che se poco poco i fiori avessero fruttificato, entravano loro e uscivamo noi. Poi ci ha pensato il tornado di luglio, vabbè.
Comunque sia, questo è il risultato:
![]() |
| Melone |
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| Fucsia |
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| Gerani calabri |
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| Campanelle |
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| Girasoli (il mio orgoglio personale) |
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| Garofani |
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| Basilico - Pomodoro - Peperoncini |
Quando vuoi, Rosita...
mercoledì 17 aprile 2013
Di bizzarrie domenicali: Torinocomics
Domenica scorsa sono stata qui.
E' da premettere che io non sono né un'appassionata di manga, né di anime (se si eccettuano le canoniche serie di Bim Bum Bam dei ridenti anni '90), quindi si potrebbe pensare: "Che sferedeldrago ci sei andata a fare?". E infatti me lo sono chiesta anch'io, e la risposta più lucida e plausibile è che mi sono data è: vado a sfottere i cosplayer.
Mo', per chi non lo sapesse, i cosplayer sono quelli che - per diporto o malattia mentale congenita - si vestono come i personaggi dei cartoni animati, o dei fumetti, o dei videogiochi (se volete una descrizione seria c'è wikipedia, anche se io ritengo assai più pertinente e veritiera questa). Voi capite che l'occasione di poterli vedere dal vivo e addirittura assistere a una competizione era troppo ghiotta.
Una cosa, però, va precisata: per apprezzare fino in fondo la situazione e soprattutto per godere appieno del dileggio dei travestiti comicaddicted bisogna avere un po' di cultura di settore, nel senso che se non riconosci i personaggi ai quali le maschere si ispirano rischi di aggirarti confuso nella folla guardando a destra e a manca senza saper dirigere la tua attenzione e anzi, vergognandoti pure un po' peril tuo tentativo malriuscito di mimetizzarti nel gruppo. Quindi, vista la premessa, all'arrivo ero piuttosto incerta sull'esito del mio progetto, ma devo dire che i miei timori si sono dissolti abbastanza presto, su per giù quando ho visto un Batman con la panza attraversare la strada e le guerriere Sailor fare la fila per il biglietto proprio davanti a me.
Ho visto di tutto e ho fotografato di più, ho sfogliato fumetti accanto a V (per Vendetta) e chiesto a Vegeta se per favore spostava un po' il ciuffo da Super Sayan che mi copriva la visuale del palco; ho sbeffeggiato i presentatori della gara (rispettivamente Gilderoy Allock di Harry Potter e il draghetto Spyro del gioco della Playstation) e ho fermato per una foto il "Gruppo Azkaban" dei Potteriani (nell'ordine: un dissennatore, un mangiamorte, un lupo mannaro, due serpeverde e un dipendente del Ministero della Magia) ma dovendo proprio selezionare una rosa di immagini da consegnare all'imperitura memoria del web, sceglierei:
- il Gruppo Heidi: tutti rigorosamente maschi (e pelosi):
- Pegasus con gli occhiali: perché bisogna avere coscienza dei propri limiti, prima di espandere il proprio cosmo fino ai limiti estremi della costellazione...
Però però... Sarà che erano tutti contenti e divertiti, sarà che io mi sentivo un po' un pesce fuor d'acqua, sarà pure che da bambina Carnevale e i cartoni mi piacevano assai... quasi quasi la prossima volta ci provo anch'io!
E ho già in mente il personaggio... huhuhu...
E' da premettere che io non sono né un'appassionata di manga, né di anime (se si eccettuano le canoniche serie di Bim Bum Bam dei ridenti anni '90), quindi si potrebbe pensare: "Che sferedeldrago ci sei andata a fare?". E infatti me lo sono chiesta anch'io, e la risposta più lucida e plausibile è che mi sono data è: vado a sfottere i cosplayer.
Mo', per chi non lo sapesse, i cosplayer sono quelli che - per diporto o malattia mentale congenita - si vestono come i personaggi dei cartoni animati, o dei fumetti, o dei videogiochi (se volete una descrizione seria c'è wikipedia, anche se io ritengo assai più pertinente e veritiera questa). Voi capite che l'occasione di poterli vedere dal vivo e addirittura assistere a una competizione era troppo ghiotta.
Una cosa, però, va precisata: per apprezzare fino in fondo la situazione e soprattutto per godere appieno del dileggio dei travestiti comicaddicted bisogna avere un po' di cultura di settore, nel senso che se non riconosci i personaggi ai quali le maschere si ispirano rischi di aggirarti confuso nella folla guardando a destra e a manca senza saper dirigere la tua attenzione e anzi, vergognandoti pure un po' peril tuo tentativo malriuscito di mimetizzarti nel gruppo. Quindi, vista la premessa, all'arrivo ero piuttosto incerta sull'esito del mio progetto, ma devo dire che i miei timori si sono dissolti abbastanza presto, su per giù quando ho visto un Batman con la panza attraversare la strada e le guerriere Sailor fare la fila per il biglietto proprio davanti a me.
Ho visto di tutto e ho fotografato di più, ho sfogliato fumetti accanto a V (per Vendetta) e chiesto a Vegeta se per favore spostava un po' il ciuffo da Super Sayan che mi copriva la visuale del palco; ho sbeffeggiato i presentatori della gara (rispettivamente Gilderoy Allock di Harry Potter e il draghetto Spyro del gioco della Playstation) e ho fermato per una foto il "Gruppo Azkaban" dei Potteriani (nell'ordine: un dissennatore, un mangiamorte, un lupo mannaro, due serpeverde e un dipendente del Ministero della Magia) ma dovendo proprio selezionare una rosa di immagini da consegnare all'imperitura memoria del web, sceglierei:
- il Gruppo Heidi: tutti rigorosamente maschi (e pelosi):
- Pegasus con gli occhiali: perché bisogna avere coscienza dei propri limiti, prima di espandere il proprio cosmo fino ai limiti estremi della costellazione...
- Biancaneve con i piedi gonfi: se ti metti i tacchi a spillo per fare la splendida, dimenticando che magari la foresta dei nani non era proprio la passerella di Milano Fashion Week, poi non ti lamentare...
Però però... Sarà che erano tutti contenti e divertiti, sarà che io mi sentivo un po' un pesce fuor d'acqua, sarà pure che da bambina Carnevale e i cartoni mi piacevano assai... quasi quasi la prossima volta ci provo anch'io!
E ho già in mente il personaggio... huhuhu...
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