Visualizzazione post con etichetta casa dolce casa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta casa dolce casa. Mostra tutti i post

martedì 14 luglio 2015

Allosanfàn

Che il genere umano trova conforto nel ricondurre le proprie casualità a ordini precostituiti e coincidenze più o meno artificiali.

E chi siamo noi per dissentire?

Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.

Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.

C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.

Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.

Il giorno della gloria è arrivato.

Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)


mercoledì 8 luglio 2015

Cose belle #9

Una vaschetta di gelato artigianale pistacchio e stracciatella con due cucchiaini, il tentativo di ignorare l'afa delle undici di sera e lo zapping sulle emittenti locali piemontesi che ti regala a sorpresa il concerto di Gianni Drudi.


martedì 30 giugno 2015

A come

A come Attesa.
Aspetta. Aspetta. Non parlare subito, non ancora, non adesso. Domani, magari. Domani sarà più reale. Domani parlarne non sembrerà antiscaramantico. Adesso aspetta, sopporta, aspetta.

A come Apnea.
Inghiotti più aria che puoi. Di più. Un po’ di più. Dai, che ce la fai. Inspira e trattieni. Gonfia le guance. Diventa bluastra, se è il caso. Non cedere. Passerà, sta già passando. Ecco, è passata. Anche questa. Intravedi la luce, laggiù, in lontananza?

A come Acqua di mare.
Quella l’hai vista, di sfuggita, un pomeriggio di metà giugno. Il tuo mare. C’era vento e faceva addirittura freddo, ma imperterrita hai voluto sentire quella certa familiare sensazione di sabbia fra le dita, quel certo consuetissimo rumore ripetitivo di vaevieni salmastro. Perché? Perché quest’anno, chissà, forse tornerai, o forse no.

A come Affittasi.
Che impressione che fa. Tornare a casa e vedere il cartello attaccato al portone. Affittasi. Ce ne andiamo. Cerca di non farti prendere dal panico, mentre monti gli scatoloni e impacchetti la tua vita. Cerca di contenere il magone all’idea che questa non sarà più casa tua. Casa vostra. Perché ce n’è un’altra adesso. Più grande, più luminosa, più bella. Più vostra.

A come Autunno.
Vuoi che arrivi presto. Quando sarà autunno tutto comincerà ad essere più consueto, più riconoscibile. Non vedi l’ora, già, non vedi l’ora di inaugurare plaid e divano, accartocciandoti di fronte alla parete color cioccolato. Non vedi l’ora che sia l’ora di comprare un nuovo albero di natale. Non vedi l’ora di costruire nuove, differenti tradizioni e aspettare l’anno dopo, e quello dopo ancora, per riviverle daccapo. Non vedi l’ora di invitare tutti quelli che conosci, di mostrare loro gli angoli e le luci, e i panorami. Le Alpi, di nuovo, finalmente.

A come Adesso.
Il momento giusto. Il luogo giusto. Dice che si riconosce, quando la vedi. Che la senti tua, appena ci entri. Anche se intanto ci sono altre vite, già piene e corpose, ad abitarla. E’ strano. Io non ci credo a queste cose. Eppure. Ci sono dettagli che sono come segnali. Come arrivarci davanti in auto e trovare facilmente posteggio. Come l’ascensore spazioso e luminoso. Come il parco di fronte intitolato a Falcone e Borsellino. Come il nome della via, che ti fa immaginare mentre dici con malcelato orgoglio intellettuale: abito in via Leopardi.

Respira, adesso. Espira, inspira, espira di nuovo. Lo puoi dire. Lo puoi rendere reale.
A come Alla fine.
Appena prima di salutare giugno.


lunedì 13 aprile 2015

Le luci nelle case degli altri

E' un romanzo, lo so.
Ne ho una copia in libreria che non è mia: me l'ha prestata sarà un anno la mia cognata sicula e ancora non l'ho letta. Non è una giustificazione, ma a mia discolpa posso dire che è alquanto voluminosa, quindi inadatta ad essere trasportata nelle borse pendolari, assieme alla schiscetta del cibo e a tutto il resto.

Allora che c'entra, direte voi, che siete lettori arguti e non vi sfugge nulla.
Ha un bel titolo, ecco che c'entra. Anzi di più: ha un titolo adatto, perfetto per la riflessione che mi ronza in testa da un po' e che testé srotolo in righe di pixel, in questo tardo pomeriggio raffreddato, respirato a bocca aperta, con troppi colpi di tosse a farmi sobbalzare.

Ne abbiamo viste tante, di case, in questi ultimi tre mesi. Alla ricerca della nostra, che ancora non è il momento di parlarne. Il punto è, a posteriori, ripensare al fatto di aver messo i piedi e gli occhi in delle vite altrui, così, quasi senza chiedere permesso, a volte un po' a casaccio, random.
Perché le case in vendita sono quasi tutte abitate, ci sono dentro persone che stanno lì da anni, da decenni, le vedi intridere gli angoli, gli stipiti delle porte, l'aria stessa.

Quello che io ho sentito, ogni volta, è di essere un invasore illegittimo. Girovagare in uno spazio intimo, che inevitabilmente racconta pezzi di vita che io ascriverei al pudore, alla dignità della riservatezza.

Che poi succede così: non stai a guardare solo i metri quadri, e l'esposizione, e le spese condominiali. Per forza di cose lo sforzo intellettuale ed emotivo ti porta ad immedesimarti nei volumi, a immaginare le tue cose, i tuoi ricordi già sparsi sulle mensole, il profumo del tuo cibo che cuoce sui fornelli e per riuscirci, per dare corpo alle tue visioni prospettiche, finisce che stai attenta ai dettagli spiccioli, quelli non sottolineati dall'agente immobiliare, e ricostruisci la vita che c'è dietro: le famiglie, le solitudini, le vecchiaie, le stanchezze. Chissà perché, ogni volta mi lasciano addosso la malinconia.

C'era la signora con le porte uguali a quelle di mia zia, le mattonelle della cucina sbreccate e la gentilezza a bassa voce, un poco velata dalla vedovanza. Una casa troppo grande, ora. Le ricette del medico ancora nello studio, rete quattro alla tv accesa.

C'erano gli indiani sorridenti, le scarpe affastellate in ogni angolo e uno che dormiva quando abbiamo acceso la luce nella stanza da letto.

C'era il ragazzo che sognava di andare via, l'abnorme differenza fra lui e la madre che abitava al piano di sotto, i due appartamenti collegati da una scala a chiocciola che sembrava il ponte fra due universi lontanissimi, uno fatto di svolazzi barocchi e ricchezza altoborghese ostentata, l'altro specchio del single che a stento cucina, la playstation prima di tutto.

C'erano i due pensionati, i disegni dei nipotini dappertutto. Una casa in pieno centro che non serve a nulla, se è lontano dai figli, dalle risate, dal caos.

Io mi chiedo, se venissero qui, gli estranei. Quando verranno - perché verranno - gli estranei a vedere casa nostra, prima del trasloco. Mi chiedo se guarderanno le cose come le ho guardate io e cosa noteranno di me, di noi, appiccicato sugli oggetti con cui lentamente, giorno dopo giorno, abbiamo riempito questa casa, fino ad ora.
Chissà come mi racconto, nello spazio che abito. Cosa dicono di me i miei libri? I colori dei mobili? Le cianfrusaglie? Quanto saltano all'occhio le imperfezioni che per me ormai fanno parte armonicamente del contesto che mi vede svegliarmi e addormentarmi ogni giorno, tutti i giorni?
E cosa noterei io, se non mi conoscessi, entrando qui? Forse i giocattoli, i lego, anche se non ci sono bambini. Forse le bislaccherie, tipo quelle foto, o quella decorazione natalizia che è ancora ostinatamente appesa sopra la porta della cucina. Magari, se fossi davvero attenta, noterei l'orologio che gira in senso antiorario.
Ma dovrei fermarmi qualche secondo, per accorgermene. Magari, se lo notassi, sorriderei.
E se io vedessi un estraneo sorridere, guardando il mio orologio, io sarei felice.
Sarei felice se, uscendo, si portasse dietro un singulto di ironia, al posto della malinconia. Se restasse colpito, divertito, rallegrato. Se ricordasse, ripensandoci, un posto caldo e bislacco, pieno di cose fuori posto e accenni ad altri luoghi e non luoghi, strabordanti e vivi.
Perché è esattamente così che vorrei che fosse casa mia, per tutti quelli che ci entrano.
E magari ci ritornano.

venerdì 3 aprile 2015

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello

A tentare di riordinare nella mente la vita passata dell'ultimo mese faccio una fatica boia.
Marzo m'è scivolato fra le dita con una velocità stratosferica, uno sguisccc di sapone sotto le tappine da doccia.

Mi giro e sono a Venezia, mi rigiro e devo fare la spesa per il pranzo di pasqua. 
Mh.

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello, recita l'adagio infantile. Marzo sui sussidiari lo disegnano così: il sole velato da una nuvola, dalla quale cade a gocce spesse una pioggia trasversale. 
Mi pare un'immagine adatta.

Muovendomi a gran velocità, ho attraversato i giorni di questa fine d'inverno senza rendermi troppo conto del divenire, attenta al presente, tutt'al più alle cose da fare domani, poi domani si penserà al resto, e così via.

E la cosa buffa, la cosa a ben vedere assai marzolina di questo mio marzo, è il fatto che beh, in fin dei conti, qualcosa mi ha lasciato, questo terzo mese duemilaquindici, varie postille bizzarre, episodi estemporanei e cambi di manovra che sì, a pensarci prima, valeva la pena di scriverci sopra, ma niente, il vento mi ha trascinato ogni volta appena più in là, dove ormai diventava inutile e posticcio ridirne, vabbè, sarà per la prossima. Una novella Mary Poppins, direi, mi manca solo l'ombrello con la faccia da pappagallo petulante sul manico.

Indi per cui, estimatori degli amarcord e dei bullet points, vi faccio contenti dicendovi che nel corso di marzo ho:

RIP lavabo (novembre 2009-marzo 2015)
- rotto il lavandino del bagno: non il tubo, né alcuna parte idraulica, ma la vasca di ceramica. Come? Facendogli cadere dentro una boccetta di profumo che, a quanto pare, è fatta di diamante puro, visto che non si è nemmeno scalfita. Agevolo la testimonianza iconografica del fatto.

- cambiato corso di yoga: ho abbandonato la matta mistica catanese (bella la pronuncia etnea del sanscrito) a favore di un corso molto più serio e senza menate filobuddhiste, cosa che il mio animo ad altissima base illuminista ama visceralmente. Unico neo: con quello che costa, frampo' andavo a farlo direttamente in India. Vabbe'.

- parlato ad un serissimo e professionalissimo convegno, di un argomento serissimo e professionalissimo, senza andare in iperventilazione. Applausi, grazie.

- visitato, insieme al consorte, ventordicimilamilioni di case in vendita, ma su questo argomento spero, promitto e juro che ci farò un post quanto prima...

- partecipato al festival torinese del cibo di strada, che mi ha permesso di trangugiare indecorose quantità di roba fritta e unta e goduriosa. Peccato ci sia costato come una cena di pesce. Vabbe' bis.

- cominciato una nuova dipendenza telefilmica: Once upon a time. Graziosa, invero, primaverile al punto giusto e con un buon tasso di deriva dipendente.

- quasi finito Death Note e Breaking Bad: mancano tre puntate dell'uno e dell'altro. Dell'uno, in parallelo, l'ultimo volume del manga. Occidente vs Oriente 1-0. E approfondirò anche questo...

- comprato l'ennesimo libro di Saramago, incurante dei venti volumi in attesa di lettura fermi ai box da un pezzo.

- rotto e quasi perso l'unghia dell'alluce destro. C'è da dire che è stata l'occasione per vincere la fobia del medico di famiglia ancora sconosciuto. Confido fortemente che tornerà allo stato normale prima dell'avvento dei sandali.

- in ultimo, cominciato a fare fitness very strong in casa: completamente aggratis, youtube-ti-amo, zero tempi morti. Lo so che fa molto videocassette anni ottanta, ma al momento mi sembra il compromesso giusto fra leggerezza e gusto. E poi avere la doccia a due metri dal tappetino e il pigiama a due metri dalla doccia non si batte proprio!

Mi sembra tutto. Gli ultimi giorni sono stati molto, molto movimentati e il giro di boa di aprile mi sta sembrando alquanto catartico.
Prevedo cumulonembi alternati a soli splendenti e raffiche di vento e - forse - temporali. Ma sono pronta, sono carica, e per l'occasione riscomodo perfino il sussidiario elementare...

Quando piove non mi cruccio, vado a spasso col capuccio!

Mai rinunciare a una rima baciata... ;)

lunedì 29 dicembre 2014

Cose belle #6

Festeggiare l'arrivo del tuo compleanno insegnando a tuo suocero a fare tequila-sale-limone.



sabato 2 agosto 2014

Stagnante

Come di tuoni che susseguono ininterrotti da circa tre ore, un lampo ogni tanto, ma senz'acqua, senz'acqua ancora, come di questa luce si può dire.
Stagnante e senza peso.

Guardo questo sabato ed è agosto. La luce artificiale accesa alle 18 e 58. Bizzarro.
Mi beo nel lieve brivido che si sviluppa sul braccio glabro, seduta davanti alla finestra.

Stagnante.
Da piccola amavo i temporali estivi, mi stendevo sulla sdraio, davanti alla finestra aperta, con un lenzuolo a coprirmi fin sotto le ascelle e un librino in mano. Per rito, era sempre Romeo e Giulietta, la riduzione per bambini.

Ho tempo.
Incredibile.
Scivolo sulle ore lentamente, placidamente, risacco come le onde dell'alba o del tramonto, quelle senza sole e senza gente.
Me le godo.

Se si alza il vento vuol dire che qualcosa di turbinoso sta per venire giù.
Ma è l'attesa che adesso mi piace.
Attesa calma, stagnante.

Più tardi, domani, fra una settimana, fra un mese, tutto sarà frenetico e pieno, tutto andrà veloce, turbinerà e avrò bisogno di ombrelli e impermeabili.

Ma non ora.
Ora no.
E' vertigine sottile quella che mi obbliga a restare distesa sul letto, ancora altri cinque minuti.
E' epicureo, pigro, gattesco nullafare.

Il silenzio.
Picchietta, adesso, sul vetro.
L'attesa è finita.
Il mio sabato lento e leggero ancora no.

Resto.
Ferma.
Soddisfatta.
Quieta.
Stagnante.


sabato 3 maggio 2014

La casa del nonno

La casa del nonno ha il campanello che trilla fortissimo e con lo stesso rumore assordante squilla il citofono, quando qualcuno arriva.
La casa del nonno ha pavimenti di graniglia diseguali, anni 60, e porte che scricchiolano, che quando le chiudi si sente il vetro, malamente incastrato nella cornice di legno, che vibra. Un vibrare diverso per ogni stanza. Se sei lontano, riesci a riconoscere quale porta si apre, quale si chiude, grazie a quel suono.
La casa del nonno ha mobili tutti diversi, e poltrone pesanti di uno strano marrone retrò.
Ha una vetrina bellissima, dentro ci sono servizi da the, da caffè, servizi di bicchieri di cristallo col filo d'oro, coppe da champagne che lo champagne non l'hanno mai visto.
La casa del nonno ha la nonna, che sbuca silenziosa dagli angoli, una presenza leggera e costante.
Come il ricordo che mi porto dietro, io piccola, piccola tanto, a stento ricordo i suoi occhiali, la sua sedia a rotelle, la sua voce.

La casa del nonno trasuda mio nonno, che l'ha abitata per più di vent'anni da solo.
I quadri storti.
I tappeti inchiodati al pavimento, così non si muovono.
Lo scotch che ripara ogni cavo elettrico, ogni manico di padella usurata.

Se alzi un oggetto qualunque ci trovi un post it.
'Alla nipote Valeria'.
'Al figlio'.
'Alla nuora'.

Esorcismi precisi.
I pensieri netti, senza sfumature, del maresciallo della forestale.

Mio nonno non c'è più da quasi due anni.

E' morto e io ho chiesto: 'E' stata una morte veloce, indolore?'.
Che questo era quello che mi importava.
Mio nonno ha vissuto tantissimo, era l'ultimo dei miei nonni.

La casa del nonno. Non ci ho mai camminato con tanta familiarità.

Nel bagno c'è un mobiletto di legno con un cassetto. Lo apro. Ci trovo biglietti di auguri da parte di tutta la famiglia. Per Natale. Per gli 80 anni. Per i 90.

La casa del nonno ha una stanza più piccola delle altre, dentro c'è un baule gigante, di quelli con gli angoli rinforzati in metallo.
Il baule che apro e sprigiona l'odore pungente della canfora, quello più acre del chiuso.

I gesti lenti, rituali.
Il mio vestito della comunione.
L'abito da sposa di mia madre.
Il mio corredo.
Lenzuola ricamate, asciugamani, tovaglie di fiandra, copriletti tessuti al telaio.

Il nonno e le nonne, lì dentro, mi hanno vista già grande.


lunedì 21 aprile 2014

Mangia, l'ho fatto io

Dalle mie parti il cibo è un segno di affetto.
Se cucino per te, vuol dire che ti voglio bene.
Se mangi quello che io ho cucinato, vuol dire che mi vuoi bene.
Più ci vogliamo bene, più cuciniamo e mangiamo.

Le donne, dalle mie parti, cucinano da dio. Di conseguenza - o di premessa - vogliono bene come pochi sanno fare. Incondizionatamente e in modo totalizzante.

Vivo lontana dalla mia terra da tantissimi anni ormai, ma più passa il tempo più la mia identità ancestrale ha voglia di venire fuori. Anche a 1300 km di distanza, anche se qui non c'è il mare e non c'è la stessa salsa di pomodoro.

Io: Pasquepasquetta fa brutto, restiamo a casa.
Consorte: Ok.
Io: Faccio gli gnocchi.

Cugina emigrata neotorinese: allora che cuciniamo a pasquepasquetta?
Io: Io faccio gli gnocchi. E la parmigiana di melanzane.
Cugina emigrata neotorinese: Ottimo. Io faccio la crostata di ricotta al caffè e cioccolato. E la secre con la mundicata [bietola saltata in padella con mollica di pane e parmigiano. NdB]. Ma quanti siamo?
Io: Mh... Quest'anno sono tutti partiti... Siamo noi tre.
Cugina emigrata neotorinese: Allora porto anche il mio hard disk da enne Terabyte e ci spacchiamo di film. Ma puoi chiedere a tua madre la ricetta della crostata?
Io: Ok, ok.

Il corollario del teorema di partenza Cibo = Amore è questo: Indipendentemente dal numero di commensali, tu cucina sempre per dodici-quindici.

Io: Mamma, mi serve la ricetta degli gnocchi. E della crostata alla ricotta.
Mamma: E che ci vuole? Una fesseria. Per gli gnocchi... quanti siete?
Io: siamo tre.
Mamma: Due chili e mezzo di patate rosse basteranno. E 500 g di farina.
Io: O_o
Mamma: Per la crostata.. blablabla... il caffè 'a occhio'... blabla... per la consistenza ti regoli... blablabla... il forno a 180°, anche 200°, vedi tu. Che ci vuole?
Io: Vabbè... inutile chiedere dosi più precise, vero?
Mamma: Vero.

Che poi l'identità ancestrale viene fuori quando meno te l'aspetti...

Io: Ha patate rosse?
Fruttivendolo: Sì, quante gliene servono?
Io: TRE chili.

Il passaggio dell'eredità culinaria è qualcosa di prezioso, di solenne, quasi di sacro.
Se sei una donna del sud, cucinare i piatti della tua tradizione familiare è una specie di rito di passaggio, una sorta di iniziazione alla vita adulta.

Mamma: e com'erano gli gnocchi?
Io: buoni... ne sono avanzati metà...
Zia L. (mamma della cugina emigrata neotorinese, di sottofondo): domani li scalda e sono ancora buoni, ma nel forno, non in padella!
Mamma: sì però finiteli, che dopo due giorni la patata va a male

Un'ora dopo

Mamma: e com'era la crostata?
Io: non l'abbiamo ancora aperta... siamo ancora sazi dal pranzo...
Mamma: ah... noi stiamo mangiando lo zuccotto di ziaelisa, è buonissimo.
Ziaelisa (di sottofondo): ma poi il pandispagna [la cui ricetta le avevo chiesto un mese fa] è venuto buono?
Mamma: com'era il pandispagna?
Io: buono, buono.
Mamma: e stasera?
Io: stasera cosa?
Mamma: stasera che mangiate?
Io: O_o
Mamma: domani restatine? ['avanzi' NdB]
Io: Veramente faccio la parmigiana. E la frittata agli asparagi.
Mamma: ah, brava, brava. Al limite quello che avanza lo surgeli.

Il freezer è la panacea a qualunque tsunami gastronomico calabrese.
Il freezer, congiuntamente alla grappa, alla tisana al finocchio, alle sane dormite.

In letargo, come il pitone, che dopo aver mangiato digerisce in sei mesi.

A me, avere alle spalle dieci ore di sonno ininterrotto, per affrontare la pasquetta mi sembra un buon inizio.


sabato 1 febbraio 2014

Buona idea, Cattiva idea #6


Buona idea: al sabato, non mettere la sveglia all'alba e sonnecchiare godendosi il giorno non lavorativo.

Cattiva idea: al sabato, non mettere la sveglia all'alba e svegliarsi lo stesso come se non fosse un giorno non lavorativo.


giovedì 19 dicembre 2013

Cento, cento

Valigia pronta, carta d'imbarco stampata, casa pulita, acqua e gas chiusi.
Io partirei.

Prima o poi, lo giuro, ricomincerò a leggere i miei amati blog amici, confido nello spirito del natale presente.

Per intanto, visto che questo è il mio centesimo post, vi dedico un sempreverde



Lacrimucce in ogni dove... :°))


domenica 15 dicembre 2013

Intanto, al secondo piano...

Metto un attimo in standby il mood natalizio (e se uso altri anglicismi abbattetemi).

So che sentivate la mancanza delle allegre peripezie del mio condominio, quindi vi accontento subito con una delicatissima perla rintracciata al secondo piano.



Prego, apprezzate la cifra artistica dell'installazione e la creatività grammaticale del testo.
E continuate a darmi incoraggianti pacche sulle spalle...

[per le puntate precedenti, qui e anche qui]

lunedì 9 dicembre 2013

Il presepe laico

Erano anni che progettavamo di farlo.
Alla fine, ci siamo decisi ieri, un'ora prima dell'arrivo degli undici ospiti per la cena di natale a pranzo (di cui ancora per molto tempo smaltirò gli avanzi).
Ovviamente, si è rotta la stampante con un tempismo ottimale, vanificando la pur lunga e accurata ricerca delle immagini giuste.
Ovviamente, non mi sono data per vinta.

Avevo già comprato la carta con le stelline.

Quindi, è bastato un A4 diviso in microrettangolini tagliuzzati senza l'ausilio di alcun oggetto munito di lama (nemmeno quelle dalla punta arrotondata di alberazzurresca memoria), un pennarello che è spirato fra le mie dita subito dopo aver portato a termine il suo onorevole compito, scotch di carta, l'aiuto di un ospite arrivato in anticipo consenziente al 75% (cit.) e la pazienza di un monaco benedettino amanuense del dodicesimo secolo.

Adesso, possiamo dire finalmente di avere un bellissimo Presepe Laico (in 2D).

Lo so che sembra blasfemo oltre ogni dire.
Lo so che magari ad alcuni potrà dar fastidio (ma sotto sotto spero di no).
E' che per me il natale è tutto tranne che una festa religiosa, ma nello stesso tempo è il periodo durante il quale più che in qualsiasi altro mi ricongiungo con ciò a cui tengo davvero e trovo il tempo per ripulire le radici, familiari, intellettuali, emotive, mnemoniche, ironiche.
Per farle presenti a me stessa, che male non fa, e per condividerle, se ci riesco, con le persone a cui tengo davvero.

Per questo, lo scrivo anche qui, e mi direte.

Abbiamo deciso di far posto a tutti i personaggi, reali o immaginari, che in un modo o nell'altro ci hanno dato una direzione, verso qualcosa di importante e di duraturo.
Costoro, preziosissimi, sono:

Edmond Dantès
Darth Fener
Italo Calvino
Foto malfatta
Josè Saramago
Kronk
Franco Battiato
Lewis Carroll
Saga e Kanon di Gemini
Lella Costa
Luigi Pirandello
Roger Rabbit
Giacomo Leopardi
Sheldon Cooper
Don Chisciotte
Jessica Fletcher
Isaac Newton
Cyrano de Bergerac
Luna Lovegood
Margherita Gautier
Alessandro Bergonzoni
Douglas Adams
The Madness

E voi chi ci mettereste?

venerdì 6 dicembre 2013

domenica 24 novembre 2013

Buona idea, Cattiva idea #5



Buona idea: in previsione delle abbuffate natalizie, provare a mettersi a dieta un mesetto prima.

Cattiva idea: in previsione delle abbuffate natalizie, provare a mettersi a dieta e un mesetto prima dedicare la domenica alla sperimentazione delle arancine con la nutella.


mercoledì 20 novembre 2013

Rinnovi

- Ho chiamato la padrona di casa
- Per...?
- Per il rinnovo del contratto, sono passati quattro anni.

Ah.
Caspita. 
Me lo ricordo bene, il giorno in cui siamo andati a mettere la firma in agenzia, c'erano i padroni di casa veri ultranovantenni che a stento tenevano la penna in mano e scrivevano con la calligrafia di un bambino delle elementari, e la figlia (la padrona effettiva) che continuava a chiamarti 'ingegnere' pernsando di darti un tono.

L'agente ci ha dato il mazzo di chiavi con un portachiavi orrendo, a forma di casa, con l'indirizzo scritto a inchiostro blu di sopra e ci ha detto: 'auguri'.

Noi siamo andati a festeggiare nella pizzeria sotto casa - casa nostra - io ero a dieta e ho preso l'ananas, tu i profiteroles.

Se ci penso, mi sembra di aver fatto una follia.
Due mesi prima tutto era così diverso nei miei progetti, così chiaro e concreto. 
E se niente è andato come volevo che andasse, forse è stata una benedizione.
No, è stato un miracolo.

Che davvero, alla fine, le cose che non ti aspetti, che non programmi, si rivelano le più stupefacenti. Nonostante siano faticosissime.

Quattro anni fa a quest'ora tornavo a Roma a impacchettare le ultime cose e a salutare la casa che avevo occupato per 6 anni, anni che ancora mi porto addosso, con tutto il loro carico di esperienze e cambiamenti e persone e luoghi.
Abbiamo caricato un furgone scassatissimo che ci avrebbe obbligato a un viaggio epico e tragicomico da Roma a Torino, passando per Assisi, sotto venti fortissimi e acquazzoni che non hanno risparmiato i libri e il materasso, là dietro nel cassone.
Ricordo che poco prima di partire la mia coinquilina (che poi davvero coinquilina è riduttivo) si è improvvisata vigile urbano per farci fare un pezzo di vicolo contromano nell'ora di punta e dopo, a salutare lei e l'altra, ce l'ho fatta per un pelo a non crollare.

Abbiamo montato mobili e continuiamo a montarne ancora, in questo posto che abitiamo e che ci somiglia ogni giorno di più, con i miei libri che sono sempre troppi e il tuo cioccolato e la tua raccolta di scontrini che occupano gli angoli più bui.

Ieri, per dire, abbiamo comprato dodici bicchieri. 
Perché quelli che avevamo non bastano per la cena di Natale.

E queste stanze sono davvero più belle quando si riempiono di gente, perché ci siamo noi ad aprire la porta, noi che siamo un'entità riconoscibile e questo contesto che ci accoglie comodo ed intatto, e le persone che di mese in mese, di anno in anno, ci piace avere intorno per tutto quello che rappresentano: tutto quello che abbiamo costruito e tutto quello che da loro prendiamo, a mani basse.
E se mai è possibile trovare un puntolino di significato, allora è proprio questo. 
Ed è l'unica cosa che voglio chiamare: casa.




martedì 12 novembre 2013

Metti due nipoti per casa

Che poi uno dice: non aggiorni mai il blog, che fine hai fattto?, non è che sparisci un'altra volta?
No, non lo farò.

E' che, come ho piuttosto laconicamente anticipato, il periodo è di quelli fitti fitti di cose e per davvero il tempo del cazzeggio informatico è ridotto a meno enne.

Se poi ci metti che pure il weekend viene trascinato da altre più importanti priorità, allora...

Perché metti due nipoti per casa.
Metti ste due che una sull'altra non arrivano alla tua infinitesimale altezza, metti che sono due femmine nel pieno del loro manifestarsi in duecentocinquanta sfumature di rosa - vadasé, anche rosa glitterato - e canzoncine e balletti.
Metti che si sono fatte con mamma e papà una transvolata dall'equatoriale Palermo all'autunnalissima Torino solo per andare a casa degli zii per un paio di giorni.

Embé, capisci che no, non c'ho avuto il tempo di sedermi a scrivere qua, sabato e domenica.

Che poi, in realtà, cominci ben prima dell'arrivo ad azzerare la tua pur minima autorità nei confronti di chi l'età la può mostrare ancora facendosi bastare le dita delle mani. E ti vedi, giuliva, fra le corsie del supermercato, mentre afferri compulsivamente nesquik, bauli morbidi amici, paneciok, minibrik di succo di pera e interi pollai di ovetti kinder (con le sorprese dei puffi due).
Ci sarà un motivo se il nucleo portante della parola 'viziare' è proprio ZIA.

Poi arrivano, e te ne fotti se rischi lo sfratto perché saltano e strillano nel tuo appartamento condominiale con le pareti di cartone, e te ne fotti del caos, dei colori in giro, dei fazzoletti smoccolati, perché ce le hai lì solo per te e ti fai colonizzare, ti godi le loro scarpe rosse che ci stanno tutte e quattro in una mattonella e i loro accademici discorsi sui Mylittlepony (che dio li strafulmini, sti equini, però!).

E la grande, che compie otto anni pochi giorni prima della zia (che ne conta 20 in più) che è già così grande e sa un sacco di cose. Lei che ti ricorda Hermione per quella sua saccenza fragilissima e insieme anche te stessa alla sua età, sotterrata alternativamente da libri e barbie, da scuole di danza e silenzi lunghissimi. E tu te la ricordi, quando è nata, e dici 'ma quanto tempo è passato?' e anche 'ma come ha fatto a passare così velocemente, che ieri ti tenevo in braccio infagottata in una copertina e adesso guardati, guardami'.

E la piccola, che è così dirompentemente ribelle e divertente, così allergica alle imposizioni e alla noia, così indipendente. Lei che ti guarda, mentre a stento nascondi uno sghignazzo per qualche sua buffa frase, e ti dice 'ti faccio ridere, eh zia?' C'ha tre anni e mezzo, sta disgraziata, come si fa? Io gliel'ho detto, ai genitori, che prima dei dodici gli porta il fidanzato con i piercing e poi vediamo se il tempo mi darà ragione... 

Hanno fatto il pieno di foglie e di ghiande da riportare ai maestri, ché loro in Sicilia l'autunno lo vedono quasi solo sui sussidiari, e quelle sfumature di rosso e quel rumore fragrante delle foglie cadute sotto le scarpe non li conoscono, e nemmeno quanto può essere grande un fiume e che odore ha, e se somiglia a quello del mare, ma senza il sale.

Sono ripartite ieri e ci hanno lasciato Peppapig ritratta sul frigo con i pixel colorati calamitati e un disegno con due conigli con le orecchie fucsia e blu elettrico.

Le vediamo troppo poco, ecco la verità. E ci accorgiamo tutto di un botto quanto crescono, nell'intanto che accumuliamo chilometri e miglia aeree, e ci commuove il fatto che non si dimenticano di noi, anche se passano mesi, da una volta all'altra.

Ho mostrato loro le foto di Anna sul cellulare: 'questa è la nuova nipotina degli zii', una bimba come voi, che riazzera il conto dell'infanzia e ci sottopone di nuovo daccapo a questo amore immenso e a questo strazio delle distanze. Ma sarà comunque bellissimo e privilegiato, come lo è con voi.
Perché a chi mi ha detto 'questa è la figlia di tuo fratello, adesso sei zia per davvero, è un'altra cosa', rispondo che no, non è un'altra cosa, non c'è differenza.
Non c'è davvero nessunissima differenza.

martedì 22 ottobre 2013

Another Lonely Day

Che poi è solamente il titolo di una canzone di Ben Harper.
Non ho intenzioni derelitte, cominciando con questo titolo che di derelitta ha tutta l'apparenza.
Non oggi, davvero.

E' capitata nelle casse del pc di casa perché ce l'ha portata il random, lo stesso che prima mi ha proposto i Green Day e dopo My sharona. Quindi non c'è dolo.

Però mi ha portato a staccare gli occhi e la concentrazione dalla finestra aperta sulle tabelle di classificazione della Dewey e a riflettere sul contesto che abito, da un po'.

Another lonely day.
Un altro giorno da sola.

Lavoro da casa, tutti i giorni, tutto il giorno. Da sola, ovviamente.
No, frenate gli sguardi commiserevoli, non ce n'è bisogno.
Lo so.
Che non è un bene non poter parlare con qualcuno, fare una pausa per un caffè, per una chiacchiera.
Che non è un bene preferire le pantofole alle scarpe.
Che non è un bene intercalare lavoro e lavatrici nello spazio di pochi metri.

Mi viene in mente un film fantasy in cui Jodie Foster è una scrittrice agorafobica che non esce mai di casa e a un certo punto viene catapultata su un'isola deserta all'avventura.
Ecco, magari.
Magari anche meno, per carità.

Ma sapete che c'è? Che nonostante tutto sto abbastanza in equilibrio. Mi aggrappo al filo del funambolo con tutta me stessa e scopro che riesco a non cadere, anzi di più: riesco a non oscillare nemmeno. Addominali d'acciaio e baricentro incrollabile.

Ho una routine un po' sgangherata che però alla fine funziona e che mi fa arrivare indenne alla fine di ogni giorno con la stanchezza dei giusti e nessuna nostalgia per quello che avrei potuto o voluto fare altrove.

Sì, ci sono dei trucchi.
Sapere che mi sono data l'obiettivo di arrivare fino a natale in questo stato, col nuovo anno, se non cambia nulla, lo farò cambiare io, in qualche modo.
Sapere che comunque, arrivati alle otto sera, esco di casa per andare in palestra, o in piscina, o al corso di giardinaggio, o di tedesco. L'avevo detto, fuori cinque sere su sette.
Sapere che ho una vita che nonostante tutto si palesa spesso divertente, comica, in compagnia.

Un ingranaggio ben oliato che fa andare anvanti l'orologio senza troppi errori di misura, o secondi saltati e accumulati.

Sono una persona che ama avere ben chiaro cosa c'è davanti a sé, altrimenti non si gode il paesaggio, atterrita com'è nel tentativo di decifrare la carta stradale per non sbagliare. Forse è masochismo, non so.
Ma ho accettato che, per ora, questo è ciò che ho e devo farmelo bastare.
Anzi no: devo riuscire a desiderarlo, ogni mattina, e a non sgretolarmi al primo senso di vertigine, là sul filo.
Zen, molto zen.
Un passo, un respiro per volta.


martedì 15 ottobre 2013

Beep-Beep

Quando il corriere citofona, non immaginerebbe mai che mi sta aprendo le porte della consapevolezza.




Ora lo so.
Divido il mio tetto con Wile Coyote.


martedì 8 ottobre 2013

Scende la pioggia

Sera. Diluvio. Un condominio torinese a caso.
Come di consueto, la parete di cartongesso che divide i due appartamenti al quarto piano lascia filtrare agevolmente le parole dei rispettivi abitanti, da una parte all'altra.

"...sceeeende la pioggia ma che faaaa..."
Musica, di sottofondo, al di là della parete sottilissima, si mescola al rumore delle gocce di pioggia picchiettanti sugli infissi.
"...crolla il mondo addosso a meeee..."
Copre i rumori delle stoviglie, della televisione, del rubinetto aperto.
"...per amore stoooo morendoooo..."

Una voce si staglia a volume più alto, il ragazzo avrà meno di trent'anni ma, come al solito, le sue parole si impongono arroganti su tutto il resto.

"Vaffanculo Gianni!".

Sottintende: Morandi.