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giovedì 8 giugno 2017

I Vorrei e i Grazie per

Fra i molti blog che seguo, che siano a tema 'maternità' (da un po' di tempo a questa parte) oppure no, ce n'è uno che mi è particolarmente caro ed è piuttosto famoso: il blog di Claudia De Lillo, alias Elastigirl. Il suo ultimo post si intitola 'Vorrei terapeutici' e dipana con la sua consueta ironica malinconia la lista dei desideri ingoiati con i quali ha a che fare in quanto mamma di tre figli maschi, e lavoratrice instancabile, e donna sempre alle prese con una vita che è un frullatore. Fra i commenti che ha ricevuto questo post, uno recita, all'incirca, 'vanno bene i vorrei, ma se ci si concentrasse anche sui 'grazie per', forse si vivrebbe meglio'.

Ho pensato a me, alla mia vita attuale, a quanto è diversa da quella di uno, due anni fa e mi sono detta che ho moltissimi 'vorrei' da parte, e forse altrettanti 'grazie per' che meritano di farsi strada nella mia quotidianità.

Quindi ecco, l'argomento non è originale, ma l'esercizio è, come dice Elastigirl, terapeutico.

Vorrei dormire otto ore di seguito e svegliarmi di mia sponte, possibilmente riposata.
Vorrei il freddo, adesso, e il gusto di farmi abbracciare dalle mie due personali stufette.
Vorrei il mio corpo indietro, non solo e non tanto con cinque chili in meno, ma con le sue naturali, riconoscibili risposte agli stimoli esterni, che non includano fuoriuscite di latte e capelli che cadono e ormoni che ballano.
Vorrei tornare al lavoro, e questo succederà presto, ma vorrei farlo senza lo spauracchio di un contesto che mi accoglierà con più problemi che altro.
Vorrei non temere la mancanza del pargolo, quando tornerò a lavoro.
Vorrei non desiderare almeno una volta ogni giorno di essere altrove.
Vorrei stare meno tempo da sola.
Vorrei la mia famiglia più vicina, per poter stare insieme a tutti e a ciascuno senza tempi stabiliti da partenze e arrivi e, quindi, senza dover concentrare tutto in poche ore, o giorni, per poi stare mesi senza.
Vorrei avere più soldi, per non dover pensare con preoccupazione a come far quadrare il bilancio familiare.
Vorrei guardare mio figlio sempre con entusiasmo e stupore, mai con noia o insofferenza.
Vorrei sapere più cose della vita dei miei amici e sentirmi indispensabile.

Ma grazie.
Grazie per la mia salute, perché sto bene, fatti salvi gli acciacchi.
Grazie per la fortuna che abbiamo avuto: desiderare un figlio e averlo dopo poco, senza difficoltà.
Grazie perché è sano come un pesce, ed è bellissimo.
Grazie per il consorte, perché pur attraversando la tormenta, in questi mesi, siamo sempre ancora noi e per la maggior parte del tempo solo noi, e ce la facciamo, siamo bravi.
Grazie perché c'è un lavoro che mi aspetta anche se ho un figlio, e di questi tempi non è affatto scontato.
Grazie per i sorrisi gratis, per le risate sottovoce alle dieci di sera, per gli abbracci quando li chiedo e anche quando non li chiedo.
Grazie per le persone che abbiamo intorno, per i legami che ci stringono insieme, per la facilità di ritrovarci nonostante le difficoltà di ognuno.
Grazie per la prospettiva sul futuro, che è spaventosa, ma anche stimolante, e porta con sé le tracce di vita nuova, comunque piena.
Grazie perché basta un attimo per ritrovare la mia famiglia, sempre la stessa, sempre imperfetta e accogliente, forse un po' invecchiata, ma comunque in grado di riadattarsi ai nuovi equilibri e ai nuovi arrivi, con l'amore negli occhi.

Grazie per tutti i miei vorrei, perché non mi accontento, perché mi servono i progetti e la visione sul domani per riconoscermi, anche un po' per lamentarmi, per riflettere e riflettermi, e per sapere dove trovarmi.

venerdì 3 aprile 2015

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello

A tentare di riordinare nella mente la vita passata dell'ultimo mese faccio una fatica boia.
Marzo m'è scivolato fra le dita con una velocità stratosferica, uno sguisccc di sapone sotto le tappine da doccia.

Mi giro e sono a Venezia, mi rigiro e devo fare la spesa per il pranzo di pasqua. 
Mh.

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello, recita l'adagio infantile. Marzo sui sussidiari lo disegnano così: il sole velato da una nuvola, dalla quale cade a gocce spesse una pioggia trasversale. 
Mi pare un'immagine adatta.

Muovendomi a gran velocità, ho attraversato i giorni di questa fine d'inverno senza rendermi troppo conto del divenire, attenta al presente, tutt'al più alle cose da fare domani, poi domani si penserà al resto, e così via.

E la cosa buffa, la cosa a ben vedere assai marzolina di questo mio marzo, è il fatto che beh, in fin dei conti, qualcosa mi ha lasciato, questo terzo mese duemilaquindici, varie postille bizzarre, episodi estemporanei e cambi di manovra che sì, a pensarci prima, valeva la pena di scriverci sopra, ma niente, il vento mi ha trascinato ogni volta appena più in là, dove ormai diventava inutile e posticcio ridirne, vabbè, sarà per la prossima. Una novella Mary Poppins, direi, mi manca solo l'ombrello con la faccia da pappagallo petulante sul manico.

Indi per cui, estimatori degli amarcord e dei bullet points, vi faccio contenti dicendovi che nel corso di marzo ho:

RIP lavabo (novembre 2009-marzo 2015)
- rotto il lavandino del bagno: non il tubo, né alcuna parte idraulica, ma la vasca di ceramica. Come? Facendogli cadere dentro una boccetta di profumo che, a quanto pare, è fatta di diamante puro, visto che non si è nemmeno scalfita. Agevolo la testimonianza iconografica del fatto.

- cambiato corso di yoga: ho abbandonato la matta mistica catanese (bella la pronuncia etnea del sanscrito) a favore di un corso molto più serio e senza menate filobuddhiste, cosa che il mio animo ad altissima base illuminista ama visceralmente. Unico neo: con quello che costa, frampo' andavo a farlo direttamente in India. Vabbe'.

- parlato ad un serissimo e professionalissimo convegno, di un argomento serissimo e professionalissimo, senza andare in iperventilazione. Applausi, grazie.

- visitato, insieme al consorte, ventordicimilamilioni di case in vendita, ma su questo argomento spero, promitto e juro che ci farò un post quanto prima...

- partecipato al festival torinese del cibo di strada, che mi ha permesso di trangugiare indecorose quantità di roba fritta e unta e goduriosa. Peccato ci sia costato come una cena di pesce. Vabbe' bis.

- cominciato una nuova dipendenza telefilmica: Once upon a time. Graziosa, invero, primaverile al punto giusto e con un buon tasso di deriva dipendente.

- quasi finito Death Note e Breaking Bad: mancano tre puntate dell'uno e dell'altro. Dell'uno, in parallelo, l'ultimo volume del manga. Occidente vs Oriente 1-0. E approfondirò anche questo...

- comprato l'ennesimo libro di Saramago, incurante dei venti volumi in attesa di lettura fermi ai box da un pezzo.

- rotto e quasi perso l'unghia dell'alluce destro. C'è da dire che è stata l'occasione per vincere la fobia del medico di famiglia ancora sconosciuto. Confido fortemente che tornerà allo stato normale prima dell'avvento dei sandali.

- in ultimo, cominciato a fare fitness very strong in casa: completamente aggratis, youtube-ti-amo, zero tempi morti. Lo so che fa molto videocassette anni ottanta, ma al momento mi sembra il compromesso giusto fra leggerezza e gusto. E poi avere la doccia a due metri dal tappetino e il pigiama a due metri dalla doccia non si batte proprio!

Mi sembra tutto. Gli ultimi giorni sono stati molto, molto movimentati e il giro di boa di aprile mi sta sembrando alquanto catartico.
Prevedo cumulonembi alternati a soli splendenti e raffiche di vento e - forse - temporali. Ma sono pronta, sono carica, e per l'occasione riscomodo perfino il sussidiario elementare...

Quando piove non mi cruccio, vado a spasso col capuccio!

Mai rinunciare a una rima baciata... ;)

martedì 27 gennaio 2015

La memoria del giorno

"Valeriu', che stanno costruendo là?"
"E' un hotel, nonna"
"Bello! Mi sembrava una banca, però..."
"..."
"Valeriu'?
"Dimmi, nonna"
"Ma stanno costruendo una banca là?"
"No, nonna, è un hotel".

Mia nonna stira da dio. Se le dai una camicia comincia a svaporare di su, di giù, di lato, te la ripiega che manco quando è uscita dal negozio e quasi quasi ti pare male ad indossarla e sgualcirla di nuovo.
E' nata il 21 marzo del 1921, il giorno di inizio della primavera, prima femmina dopo tre figli maschi, era la Domenica delle Palme e per questo motivo le hanno dato un nome bizzarro: Irma Palma Maria.
E' alta per la sua generazione, quando esce in paese con le amiche deve camminare giù dal marciapiede, sennò si nota troppo la differenza.

"L'anello, l'anello con l'acquamarina, che fine ha fatto?"
"Dove l'hai messo?"
"Me l'ha preso qualcuno"
"Non ti ricordi dove l'hai messo?"
"Io non l'ho messo da nessuna parte"
E' qui. Appeso al polso di una delle mie bambole.

Mia nonna lavorava, da ragazza. Era impiegata all'anagrafe fascista, assegnava i ragazzini ai gruppi decisi dal duce in base all'età: giovani balilla, figli della lupa. Stipendio mensile: 300 lire.

"Venga signora, le faccio lo shampoo"
"Mio fratello Pepè mi fa ballare. Quando facciamo le piroette mi gira tutta la gonna! Valeriu' tieni, vammi a comprare le calze"
"Nonna, sono 50 lire..."
"E portami il resto".

Quando smette di passare la lucidatrice, prima che cominci la Ruota della Fortuna, mia nonna prende gli album delle fotografie della sua famiglia e mi racconta le storie del suo passato.
La memoria è una cosa importante. Non va sciupata. Va conservata, alimentata. Tramandata.

"E questo chi è?"
"Mio fratello Mario. Era bravissimo con i giochi di parole, le sciarade, i cruciverba. E scriveva poesie"
"E questo?"
"Lui è mio fratello Antonio. E' morto di tifo a quattordici anni. Le grida di mia madre ancora me le ricordo..."

Quando vengono a prendermi, Schindler's List è iniziato da poco. Hanno allestito una specie di sala cinema nella palestra della scuola per farci entrare tutte le terze classi del liceo. Sono ospite da mia zia, in questi giorni, perché i miei sono a Genova per vedere un medico che capisca qualcosa della malattia di mia madre, ma io non sono preoccupata: andrà bene.

"Dov'è?"
"Non lo so, è andata a buttare la spazzatura e non è rientrata!"
"Dobbiamo cercarla"
"Mamma, ma dove eri finita?"
"..."

Io mi ricordo gli occhi di mio cugino, fuori dalla palestra. E' venuto lui. Non c'è bisogno di dire niente, lo capisco in un istante, guardandolo. Non ho niente da dire. Solo un formicolio che parte dalla punta delle dita, e sale nello stomaco, alla gola, agli angoli degli occhi. Non so fare niente.

"Mamma, guardami, mi riconosci? Sono tua figlia!"
"Mia figlia? No, tu non sei mia figlia... Mia figlia è bellissima!"

Il brodo e la cioccolata calda. Io non lo so perché, ma tutte le volte è così: portano il brodo e la cioccolata calda. Dice che quando muore qualcuno si usa. Ho chiesto di tornare a casa mia. Sono da sola. I miei, nel frattempo, sono sull'aereo del ritorno. Io mi chiudo in casa, non rispondo al telefono, guardo un film. Metto la musica di Tracy Chapman, che mi pare adatta. Sono un'adolescente che ama scrivere. Scrivo. Esorcizzo. Ricordo mia nonna.

Gli ultimi mesi non era più lei. Siamo andati a salutarla per l'ultima volta almeno tre volte.
Che cosa buffa.
Salutare una persona pensando che sarà l'ultima volta che la vedi viva.
Si è rimpicciolita. Non è più tanto alta. Mi sembra inverosimile.

Bizzarra, alle volte, la vita.
Mia nonna, per dire, che decide di morire di Alzheimer giusto il giorno della Memoria.
Fa quasi ridere, detta così.

Io lo so che non è giusto, che non è storicamente corretto, che non è ortodosso.
Eppure.
Più ci penso, più non mi sembra possibile un'altra via.

Che non è così assurdo ricondurre le tragedie universali ai propri, intimi terremoti emotivi.
Che forse il modo giusto per capirla, la storia, è guardarla attraverso la lente di ciò che noi viviamo.
Introiettare gli eventi personalizzandoli.

Comprendere a fondo cosa significa avere paura di perdere tutto, la propria famiglia, la propria identità, i propri ricordi.

Per me è questo, oggi.
L'immagine che ho negli occhi, quattordici anni dopo la sua morte.
Ha il colore dei suoi capelli biondi, quando ancora erano biondi.
Ha l'odore del ferro da stiro, quando ancora riusciva a stare in piedi.
Ha la consistenza della cipria, quando ancora la custodiva gelosamente nell'anta destra dell'armadio.
Ha il gusto di pane, olio e pomodoro, quando ancora me lo preparava, i pomeriggi dei miei sette-otto-nove anni.
La mia memoria, il mio ricordo, oggi, è solo questo.
La voce dei suoi ricordi, quando ancora li aveva tutti, e me li regalava.


domenica 21 dicembre 2014

Capisci di essere invecchiata quando...

... Realizzi che tu andavi al cinema a vedere Titanic e intanto nascevano quelli che fra poco prenderanno la patente e avranno diritto di voto.

O_o


martedì 22 luglio 2014

Sono sette

Ti vengo a prendere a Termini, col motorino.
Intanto, mica facile salirci, scavalcando il bauletto, dall'alto del mio metro e cinquantotto.
Ma vabbè, caracollo, ci sei? Ci sono.

Sampietrini, sempre loro. Stravolti, sbreccati e slivellati. Sobbalzo.
Via Marsala, via Milazzo, viale dell'Università - ma quel ristorante da quando c'è? - la Sapienza - mo' c'è pure il parcheggio interno? - via De Lollis, il Verano che si spampina dopo il semaforo.
Sono le dieci e mezza di un venerdì sera qualunque e Roma non sa che la guardo con occhi sorridenti, accesa com'è nella sua afa, nei suoi turisti, nei rumori consueti e nuovi.
Come sempre, mi era mancata.

Metti poi un vino da finire.
Metti un letto da condividere.
Metti una prospettiva, grande quanto un borsone da 48 ore scarse.

Poche ore di sonno.
Tanta la voglia di rivederle, ci sono quasi tutte.

Sette, sono sette.

Con cinque condivido il dialetto e la destinazione delle vacanze di Natale e d'estate.
Con due i ricordi di aule universitarie e di aneddoti bislacchi, il punto di partenza di tre strade diverse.
Con quattro le mura di una casa da fuorisede, i primi passi da romana, la familiarità nel parlare pure della cacca.
Con due i banchi di scuola, la memoria quattordicenne, la tentazione di nasconderla, la certezza di riconoscersi sempre, vuoi o non vuoi, tali e quali.

Tre di loro hanno fidanzati o compagni, in quattro ne hanno avuti di importanti e hanno detto loro addio, quattro sono single e ce la fanno benissimo.
Due abitano da sole e hanno comprato casa, quattro la condividono con fratelli o sorelle, una convive e ha due cani. Una ha un gatto.
Tutte lavorano, incastrano impegni-persone-passatempi.

Queste femmine hanno la effe maiuscola.

Ho un velo posticcio attaccato a un cerchietto; trova posto anche lui, nel borsone risistemato per la ripartenza.
Fiumicino e già mi mancano, dannazione.

Ripenso che basta poco, basta niente e sembra quasi - quasi - come non essere mai andata via.
La verità è
che vorrei avervi più spesso, amiche mie.


martedì 10 giugno 2014

Simone si sposa

Ho conosciuto Simone il primo anno di università. 
Correvo da un'aula all'altra, preda della voglia di conoscere argomenti che mi apparivano bellissimi e persone che potessi, finalmente, scegliere io, non imposte dalla mia città, dalla mia scuola, dal mio nome.
Era - mi sembra - il corso di Glottologia e, come succede, ci siamo trovati. Visti e piaciuti.
Avevamo intorno uno straordinario puzzle di altre persone bislacche e capate una a una nel nugolo degli iscritti a lettere, ma fèrmati, Simone era diverso.
Con Simone è diventata una simbiosi.
E no, non una di quelle che si trasformano in una tresca: io già ero innamoratissima del consorte (che dimorava quegli 800 km più a sud) e lui, beh lui zigzagava qui e lì.
Io e Simone eravamo fratello e sorella, lui che era figlio unico e io che un fratello ce l'avevo, ma troppo più grande di me, e ancora troppo diverso e distante.
Prepariamo il piano di studi.
Studiamo per l'esame.
Facciamo il the.
Vieni a casa mia, apri la finestra per fumare, disturba le mie coinquiline.
Cantiamo a duetto le canzoni di Guccini, andiamo al mare a Ostia dopo l'ultimo esame di luglio.

Ci sei quando tentenno, ci sono quando urti contro gli spigoli del tuo carattere.

Per cinque anni, Simone è stata la persona con cui ho trascorso più tempo in assoluto.
Eravamo bravissimi, senza storie.

E poi succede come succede. Che le strade si biforcano e i percorsi si scelgono, divergenti, differenti.

Altre città, altre cose da fare, sogni da inseguire.

Ho salutato Simone che è ormai cinque anni fa, non l'ho più visto.

E così, come succede, succede anche di vivere sorprese e di aprire la porta a sorrisi inaspettati.
Come quando Simone ha lasciato un commento qui, sul mio blog.
Come quando, una briciola ogni tanto, una parola o due, sapere che c'è, sempre uguale, e sempre uguale io, e sotto sotto, noi.

Sai cosa? C'è che mi sposo, a settembre.
Sai cosa? Mi sposo anch'io, a giugno.

Dai.
Vieni? 
Sì.

T'ho rivisto, Simone, felice, stremato, innamorato, ambientato in un luogo che è diventato casa tua, anche se non è Roma, e certo: nessun posto è Roma. T'ho rivisto e non abbiamo avuto il tempo di riconoscerci, se non al volo, col non detto, con la promessa che poi.

Chi lo sa.

Ma sì. Certo che sì.
In altri modi, con altri tempi, e parole, e scenografie non condivise, magari.
Ma so che sei lì, ancora tu, ancora facile da riconoscere,
amico mio.


domenica 1 giugno 2014

Ridatemi la cattiva

Ieri sono andata al cinema.
Anzi no: ieri sono andata prima a vedere una riduzione di Romeo e Giulietta allestita da tre pazzi scriteriati nel cortile di un condominio di San Salvario (esperienza che meriterebbe un post a sé) e poi sono andata al cinema, a vedere Maleficent.
Ora. 
Se come me siete personcine che hanno avuto un'infanzia sana e costruttiva e quindi conoscete a menadito tutti i classici Disney, ivi compresi tutti i testi di tutte le canzoni, da Impara a fischiettar di Biancaneve a Il mondo è mio di Aladdin, fatevi un favore, salvatevi almeno voi: non andate a vedere Maleficent.
Perché quello che farete sarà cominciare a saltellare sulla poltrona del multisala, circondati da nanetti che sgranocchiano popcorn, con sempre maggiore insofferenza nei confronti di ciò che scorre sul megaschermo e sempre maggiore varietà linguistica di imprecazioni pronte a uscire fuori di bocca (e anche, diciamocelo, sempre maggiore invidia nei confronti della bocca della Jolie).

Mi rivolgo a te, amico sceneggiatore Disney.
Spiegami perché.
Cosa non ti è chiaro.

Numero uno: stai prendendo una storia che è patrimonio collettivo della memoria di tre o quattro generazioni di giovani virgulti cartonianimati-dipendenti per farne un remake. Anzi no, non è un remake, perché se mi pubblicizzi il film dandogli per titolo il nome della protagonista cattiva di quella storia, io mi aspetto di trovare, non so, il prequel? La storia vista dal punto di vista di quel personaggio? Il sequel? Qualcosa del genere, e invece... Ma non anticipiamo, e diciamo solamente che vuoi partire da quella storia, da quel pacchetto di memoria, per raccontarmi qualcosa, conscio del fatto che io SO come sono andate le cose nel cartone originale, ME LO RICORDO BENISSIMO.
Quindi, amico mio, stai giocando col fuoco, lo devi sapere, parti già sul filo del rasoio.

Numero due: Questa storia in particolare vive in un cartone che è fra i più inquietanti mai prodotti dalla Disney (lasciando da parte gli elefanti rosa di Dumbo che non gareggiano, sarebbe come se Usain Bolt partecipasse alla mezzamaratona Venaria-Torino). Io non so se voi che leggete avete presente, ma la Malefica del cartone è una cattiva al 100%, senza sfumature, cattiva perché sì, cioè per dire, ogni volta che c'è lei tutte le scene si tingono si un mefitico verde acido che copre tutti gli altri colori e parte una musichetta che Profondo Rosso lèvate.

Numero tre: Il personaggio di Malefica a me piace da matti. Gli è riuscito proprio bene. Perché non solo è cattiva senza speranza, non solo grazie a lei la storia si impenna, si evolve, si risolve, ma perché riesce ad essere completamente negativa e allo stesso tempo enormemente bella. E' regale, Malefica, è elegante, si muove con genti lenti e solenni, accarezza il suo corvo - che chiama 'mio Diletto', manco fossimo in una poesia trobadorica - come se fosse il più tenero dei gattini, insomma sta spanne e spanne sopra a tutti gli altri personaggi: ad Aurora, che è solo la vittima passiva degli eventi; al principe Filippo, muto bambolone wannabe-Ken, nonostante l'epilogo dovuto e aspettato; alle tre fate buone, sciocche buontempone impacciate, salvabili solo per la diatriba sul colore del vestito della principessa ('che sia rosa'/'che sia blu').

Questo per dire che il contesto e l'aspettativa quando ho comprato il biglietto erano belli panciuti e tesi tesi, pronti a godersi, se non proprio la stessa storia vista dal punto di vista dell'antagonista, almeno l'antefatto: chi è Malefica e perché arriva ad essere tanto cattiva quando cominciano gli eventi raccontati nel classico Disney.
E invece no, amico mio. Hai voluto sgravare.
Hai voluto fare un triplo carpiato e riscrivere la storia invertendo le parti: Malefica è buona, è una fata che ama la natura e che solo temporaneamente si ritrova imbevuta di una sete di vendetta che le fa scagliare il maleficio su Aurora, maleficio che lei stessa dopo un po' tenta invano di togliere, e non vi dico altro sennò spoilero troppo.

Amico mio, sceneggiatore stipendiato della Disney, provo a farti un disegnino?
Ripeti con me: Ma-le-fi-ca. Nomen omen, nelle fiabe più che mai! Non devo certo scomodare mazzi di Umberti Echi per dimostrarti che c'è un errore gigantesco nella tua malsana idea narrativa! Non puoi, amico mio, non puoi, raccontarmi con scioltezza che una tizia che si chiama Malefica è buona! Lo capisci che non puoi?

No, non lo capisci... e infatti mi hai costruito un castellone cinematografico che non ha senso alcuno, anche perché - caro amico laureato al DAMS della Columbia University - lo sa pure un ragazzino di undici anni che se mi prendi un picco di negatività, poniamo un -1, e me lo vuoi far diventare un picco di positività, diciamo un 1, il risultato che hai è ZERO. Calma piatta. Elettrocardiogramma a bip contonuo. Insomma una storia che non ha slanci emotivi, non ha senso, non ha catarsi. Non ha.

Anzi. Ha.
La beffa finale.
La frase che davvero non volevo sentire.
"Questa è la storia vera, non quella che conoscevate voialtri".

Ennò.
Amico stronzo, no. 
La mia memoria, il mio bagaglio culturale dell'infanzia non si tocca, andatevene tutti a quel dannato paese buonista, fatto di lieti fini zuccherosi e identità incerte e edulcorate.
E ridatemi la cattiva.


giovedì 8 maggio 2014

Cose belle #3

La tua prof di italiano delle superiori che ti manda un messaggio su Whatsapp con le foto dei 'Principia Philosophica' della Scuola filosofica che avevi fondato in terzo liceo con altre quattro inguaribili cazzare come te.
E la conferma che sei sempre stata e che continui ad essere un'inguaribile cazzara, come a quindici anni.




sabato 3 maggio 2014

La casa del nonno

La casa del nonno ha il campanello che trilla fortissimo e con lo stesso rumore assordante squilla il citofono, quando qualcuno arriva.
La casa del nonno ha pavimenti di graniglia diseguali, anni 60, e porte che scricchiolano, che quando le chiudi si sente il vetro, malamente incastrato nella cornice di legno, che vibra. Un vibrare diverso per ogni stanza. Se sei lontano, riesci a riconoscere quale porta si apre, quale si chiude, grazie a quel suono.
La casa del nonno ha mobili tutti diversi, e poltrone pesanti di uno strano marrone retrò.
Ha una vetrina bellissima, dentro ci sono servizi da the, da caffè, servizi di bicchieri di cristallo col filo d'oro, coppe da champagne che lo champagne non l'hanno mai visto.
La casa del nonno ha la nonna, che sbuca silenziosa dagli angoli, una presenza leggera e costante.
Come il ricordo che mi porto dietro, io piccola, piccola tanto, a stento ricordo i suoi occhiali, la sua sedia a rotelle, la sua voce.

La casa del nonno trasuda mio nonno, che l'ha abitata per più di vent'anni da solo.
I quadri storti.
I tappeti inchiodati al pavimento, così non si muovono.
Lo scotch che ripara ogni cavo elettrico, ogni manico di padella usurata.

Se alzi un oggetto qualunque ci trovi un post it.
'Alla nipote Valeria'.
'Al figlio'.
'Alla nuora'.

Esorcismi precisi.
I pensieri netti, senza sfumature, del maresciallo della forestale.

Mio nonno non c'è più da quasi due anni.

E' morto e io ho chiesto: 'E' stata una morte veloce, indolore?'.
Che questo era quello che mi importava.
Mio nonno ha vissuto tantissimo, era l'ultimo dei miei nonni.

La casa del nonno. Non ci ho mai camminato con tanta familiarità.

Nel bagno c'è un mobiletto di legno con un cassetto. Lo apro. Ci trovo biglietti di auguri da parte di tutta la famiglia. Per Natale. Per gli 80 anni. Per i 90.

La casa del nonno ha una stanza più piccola delle altre, dentro c'è un baule gigante, di quelli con gli angoli rinforzati in metallo.
Il baule che apro e sprigiona l'odore pungente della canfora, quello più acre del chiuso.

I gesti lenti, rituali.
Il mio vestito della comunione.
L'abito da sposa di mia madre.
Il mio corredo.
Lenzuola ricamate, asciugamani, tovaglie di fiandra, copriletti tessuti al telaio.

Il nonno e le nonne, lì dentro, mi hanno vista già grande.


mercoledì 4 dicembre 2013

martedì 1 ottobre 2013

Odore

Che poi, alla fine, l'odore di casa è sempre lo stesso, ogni volta che ci torno.
Lo percepisco appena varco il portellone dell'aereo atterrato a Lamezia Terme, e si fa strada fino a quando non si posteggia davanti al cancello.
Odore di quando, da ragazzina, tornavo a casa da scuola e aprivo la casa, accendevo le luci dell'ingresso, mi sedevo sulla poltrona in cucina di traverso e aspettavo che i miei tornassero da lavoro.
Odore della mia stanza che ha cambiato letto e colore quando sono andata all'università, odore delle mie tantissime candele che accendevo solo una volta l'anno tutte insieme, il giorno del mio compleanno, col rischio di dare fuoco alla casa.
Odore del mio armadio che è lo stesso di quando ero bambina e ora se ci appendo i vestiti, toccano terra o non ci vanno del tutto.
Odore di fresco e umido nel salone, dei due divani messi ad elle, del plaid infeltrito e delle mie videocassette preferite.
Odore delle lenzuola che è sempre odore di sole.

E rumore.
Cigolio del cancello d'entrata e del mobiletto del bagno.
Mio padre che sbatte la porta del salone.
La signora che abita sopra che pulisce la ringhiera alle 7 di mattina.
Le macchine che passano a razzo in curva, sotto casa.
Le campane di Gagliano.
Il vento.

Il vento che c'è.

Fa buio presto, qui, non come a Torino.
Quando cambierà l'ora il pomeriggio praticamente non esisterà più. E allora mi verrà - mi verrebbe - voglia che sia già natale, anche se senza neve, senza ghiaccio.

Domani riparto, la pausa è finita.
E questo vento l'ho inspirato a più non posso, fino in fondo.

Non voglio più stare in apnea.

lunedì 26 agosto 2013

La Sicilia, secondo me

La prima volta che sono stata in Sicilia avrò avuto otto o nove anni.
Mi ricordo il traghetto e il palazzetto dello sport di Catania dove, vestita da scoiattolo, partecipavo a una competizione di danza. Niente altro.

La seconda volta che sono stata in Sicilia era il 2001, ed è stata anche la seconda volta che ho rivisto il mio consorte dal vivo. Era Messina e lui saltò la scuola per prendere un treno che, da Palermo, lo portasse all'altro vertice dell'isola per passare due ore insieme.

La terza volta che sono stata in Sicilia è stato un anno dopo la seconda, e stavolta a Palermo ci sono andata io, a casa sua.
La prima di innumerevoli volte successive.

Descrivere la Sicilia non è facile affatto.
Qualcuno mi ha chiesto se davvero esista quella Sicilia che si vede nelle puntate di Montalbano, quella specie di mondo giallo e caldo in cui il tempo pare essersi fermato, o comunque, sembra andare avanti molto pigramente. Rispondo: esiste, anche se non è proprio così letteraria.
Meno sedie di paglia, meno vesiti neri da donna, più plastica, più rumore.

Ma lo stesso, incomprensibile, equilibrio a sè stante.

Non conosco tutta l'isola, ovviamente (anche se per paradosso ho visitato più posti in Sicilia che in Calabria), e certamente la mia opinione e il mio racconto partono da Palermo, anzi meglio da Bagheria (sì, quella di Tornatore, e della Maraini, e di Provenzano) che è la patria natia del consorte.
Quindi mi scusino i siciliani alla lettura se si sentono ingiustamente chiamati in causa.
E mi scusino pure i palermitani e i bagheresi, non si sa mai.

E anzi, partiamo proprio da qui: la Sicilia è permalosa.
Vieni pure, traghetta, guarda, fai il bagno, suda per il caldo, fotografa i templi, la storia, la polvere. Ma non giudicare. Non si tratta di semplice campanilismo. E' qualcosa di più simile alla gelosia. 
Se non ci sei nato non puoi capire.
Questo diventa una specie di mantra.

La Sicilia ama improvvisare. I siciliani sanno sbrigarsela prodigiosamente, nell'emergenza. Qualcosa che da queste sabaude parti è parente dell'impossibile. C'è una capacità innata nel trovare soluzioni a problemi quotidiani, a ostacoli antipatici, un tubo che perde, la precedenza ad un incrocio, un lavoro da inventarsi per campare.

La Sicilia possiede la bellezza dei dettagli. C'è una battuta famosa del film 'i cento passi', in cui Peppino Impastato descrive l'attitudine dei siciliani ad abituarsi a paessaggi orrendi, pur di aggiungere in essi qualcosa che li renda familiari. Una casa di lamiera, ma con le tendine e i gerani. Ecco, io credo che per vedere la bellezza, la tanta bellezza della Sicilia, bisogna imparare ad astrarre i dettagli dal contesto, ignorare i cassonetti straripanti di sacchetti e isolare il fregio antico di una villa, mettere da parte il metallo che pugnala certe case diroccate e concentrarsi su un golfo sul mare, su un fico d'india. Non voglio parlare per stereotipi ma credetemi, è difficile davvero dare un'idea esatta di cosa intendo.
Se non ci sei stato non puoi capire.
Lo vedete, ci casco pure io.

La Sicilia è in perenne equilibrio. Prima parlavo della facilità con cui i siciliani trovano soluzioni ai problemi. E' una grossa qualità, un talento creativo direi. Ma l'altra faccia della medaglia sta nel fatto che queste soluzioni sono sempre precarie, mai durature, mai lungimiranti. Finché riesco a far stare la mia busta di spazzatura nel mucchio senza farla rotolare via, allora non è un mio problema. Mi costa dire che anche dalle mie parti, purtroppo, si ragiona spesso così. Finché posso dipingere il mio palazzo di verde, o lasciarlo cadere a pezzi, nonostante tutto ciò che c'è intorno, allora non è un mio problema. I risultati possibili sono due: le cose non durano a lungo o, se durano, sono fatalmente brutte. Come direbbe mio suocero, l'antica arte dell'arripizzamento (il riparare alla bell'e meglio).

La Sicilia va piano. Con calma. Che fretta c'è. Pensiamoci. Poi vediamo. Aspetta. Siediti.
Ci sono momenti in cui questo approccio al mondo mi manca moltissimo. Ci sono strade in cui il tempo davvero sembra essersi fermato, vecchine affacciate come le racconta Camilleri, e sedie sull'uscio, e uomini vestiti di tutto punto col cappello bianco e il bastone accomodati a guardare il resto passare. Le auto arrivano a lambire gli alluci e loro non si spostano di un millimetro. Il vicolo è loro, sono loro a decidere la tua velocità. Quindi piano. Vai piano.

La Sicilia ha un'ironia fulminante. Certe trovate ti vengono solo se hai la mente allenata alle bizzarrie di una vita senza troppe regole. La lentezza del mondo che passa è compensata da una rapidità esagerata nel trovare il lato comico delle cose, nel dissacrarlo, nel farne slogan che sdrammatizza ed esorcizza. Andate a Ballarò, se vi capita. Cercate di decifrare il dialetto strettissimo dei mercanti che abbannìano per convincervi a comprare la loro roba. Per dire,ci sono perle come questa: 

La Sicilia, come dimenticarlo, è un'isola.
Scavalcate l'apparente banalità dell'affermazione. Io non l'avevo capito fino a quando il consorte una volta mi disse: se voglio, posso prendere qualunque treno, andare in posti che non conosco ed avere comunque la certezza di non uscire da qui; sul continente non è la stessa cosa: rischi di perderti e chissà dove arrivi. Il mare, tutto intorno, che abbraccia, che protegge, che tiene distante il resto.
Nel bene e nel male.
E' una specie di calamita, una madre possessiva che stenta a lasciarti andare, e non lo fa mai del tutto, se sei suo figlio. Se sei nato lì. E, al contrario, non riesce mai a farti entrare davvero nel suo cuore, se vieni da un'altra terra. Io lo vedo, su di me.
Perché la racconto senza essere siciliana.
E lo so, lo sento come un brivido dietro le orecchie, che questo ai siciliani non piacerà. Che non è un mio diritto.

Io, che la Sicilia la amo perché è la mia seconda casa (o la terza? o la quarta?), perché lì ho affetti che non si possono sradicare e perché la vedo riflessa nella pelle e nei gesti della persona che mi sta accanto ogni giorno. 
Perché adoro vederla apparire arrivando a Villa S. Giovanni in treno o in macchina.
E poter dire, con gli occhi familiari di una figlia acquisita, Ecco, sono tornata, ti riconosco.

venerdì 26 luglio 2013

Se dici tredici

Avevo indosso un pantalone beige e una canottierina della Onyx, una taglia 42 mai più ritrovata, 14 anni e mezzo e una paura fottutissima.
Sei mesi di parole, parole, parole, di inchiostri senza voce e di voci telefoniche e precarie, le schede ricaricabili della Tiscali, un cellulare da poco meno di un mese fra le mani.
Uno squillo, poi anche tu.
Ti penso, mi pensi.

Avevo in testa le canzoni dei Blink 182, di Going away to college

I haven't been this scared in a long time
And I'm so unprepared so here's your valentine
Bouquet of clumsy words, a simple melody
This world's an ugly place, but you're so beautiful to me

Avevo dietro le parole gridate e preoccupate di mio padre.
E se si porta una pistola?
E se non è lui? Se si è finto qualcun'altro?

Avevo accanto il ragazzo della mia compagna di banco a farmi da scorta - nonsisamai - le sue inopportune barzellette a riempire il silenzio imbarazzato che avevo costruito tutto intorno a me.

Ero così piccola.

Avevo davanti l'immagine di quella Cordoba che ancora tuo padre posteggia sotto casa, quella targa numericamente simbolica, quei numeri che così spesso si sono rifatti vivi dopo. Dopo.
Avevo il cuore in gola e la testa su un altro sistema solare, vedendo scendere da quell'auto tua madre, tuo padre, tua sorella imbronciata per la deviazione nel viaggio Roma-Bagheria - una tappa a Catanzaro, perfavore, perfavore -, tuo fratello bambino in un completino verde con Pikatchu .
E te.
Finalmente.
Di già?
No, vai via.

Ciao.
Ciao.

Cazzo, la voce non è mai stata così vicina.

E lèvati questi occhiali, mi hai detto.
No, anche no.
Ma dimmi qualcosa... sono qui...
Eh, appunto.

Mia madre mi telefona, mi chiede se è tutto a posto, mi chiede Allora ne vale davvero la pena?
Sì, biascico.
E non lo penso.

Penso non sono pronta. A tutta questa realtà.
Penso ritorna in chat, ritorna nelle mie lettere, nelle tue, nelle telefonate, nelle parole.
Ritorna incorporeo.

E quanto mi sbagliavo.
E quanta pazienza hai avuto.

Dopo.
Dopo.

A piccoli passi, addomesticata come una volpe, annaffiata come una rosa.
Per due anni.
Quanto mi sono sentita speciale.
Quanto mi sento speciale ancora oggi.

Tredici anni dopo. Il nostro primo incontro dal vero.

E questa storia che non è mai stata legata a un cliche.

Quanto, di tutto?
Di tutto quanto.

Pensa una cosa. La so.
Pensala. Sei la metà della mia anima.
E allora che parlo a fare?

Quanto, dimmi quanto.

Quanto. Lo sai, quanto, ma no è un po' di più.
E' sempre un po' di più.
Ogni giorno.

Non ti avrei rivisto per 14 mesi.
Così tanti cambiamenti, nel mezzo.
Altre persone, altri mondi.

Eppure lo sapevo. Lo sapevi.
Niente da fare.

Quanto?
Di più.
Più vita, più storia, più storie. Legarsi più stretti e scoprirsi perfetti. Insieme.
Impossibile qualsiasi altra combinazione.

E guarda un po'.
Avevi ragione.

sabato 6 luglio 2013

Col bene che ti voglio

Da piccola, luglio era il mese del mare. 
Luglio, e non agosto, ché il mare a luglio è più bello, i raggi del sole hanno un'inclinazione migliore che ti fa abbronzare prima, le giornate durano più a lungo e non c'è pericolo di temporali.
I miei affittavano per 30 giorni una villetta in un villaggio di case tutte uguali - due piani, mansarda, giardino con la doccia fuori - ogni anno la stessa, ogni anno era un rito.
Qualcosa da aspettare con crescente impazienza, da quando finiva la scuola a quando, il 30 di giugno, si facevano i bagagli per trasferirci 20 Km più in là, nel mezzo del Golfo di Squillace.
E se lascio le redini della disillusione adulta e ritorno con la mente a quella dimensione anni '90, ci sono immagini che hanno ancora la forza di svegliare reazioni sensoriali vividissime.
Il sapore del frullato fatto dalla mamma della mia amica, che la casa l'aveva di proprietà e che trovavo sempre, al mio arrivo, felice di non dover più giocare da sola.
Il contatto dei piedi nudi con la moquette adesiva che rivestiva gli scalini della scala a chiocciola di ferro della casa, percorsi a velocità pericolosa, a due a due, facendo tremare tutta la struttura.
L'odore del disinfettante per pulire le ferite dopo essere caduta dalla bicicletta, almeno una volta durante la vacanza.
La voce dei venditori ambulanti, alle sette di mattina - 'abbiamoilpesceilpesceilpesce', 'bellepescheeeeee' - con l'apecross e la bilancia a piatti.
Il silenzio dalle 2 alle 5 di pomeriggio, e il sole nel campo di tennis di cemento, senza la rete.
L'odore marcio della spazzatura ammonticchiata poco fuori i confini del villaggio.
I treni che passavano a pochi metri dalle case e i viaggiatori affacciati che salutavano.
L'acqua calda delle pozzanghere sui piedi, passandoci dentro con la bici per fare la scia, dopo la battaglia di gavettoni.
Le foglie di pitosforo spezzettate per preparare la pappa alle bambole.
L'odore della gomma della canoa gonfiabile.
La delusione del 1991, quando tre settimane su quattro le ho passate in casa con la varicella.
Mia nonna Natina in piedi - ancora per poco - che mi cucina le penne al sugo, con un po' di zucchero.

Poi le cose sono cambiate.
Quando mio fratello ha cominciato l'università, le vacanze al mare sono diventate per forza di cose una prerogativa di agosto. E quando anche io ho inaugurato la mia vita da nomade su e giù per la penisola, è diventata una necessità e un'abitudine tornare a casa a ridosso della fine di luglio.
La spiaggia più affollata, il mare più sporco, il caldo più afoso.
Andare via non appena il tempo vacanziero volgeva alla fine, per tornare a Roma a preparare gli esami di settembre.
Così, via via verso un passato sempre più recente, centellinare i giorni, spartirli fra casa calabra e casa sicula, ferragosto quasi sempre sul traghetto Villa S. Giovanni-Messina, in una direzione o nell'altra.

Luglio sempre più solo un mese come un altro, solo più caldo, più fastidioso, più insofferente.
I ricordi relegati a una dimensione lontana e non più ripristinabile.


Sono passati ormai quasi tre mesi da quando, a casa di mio fratello, si è concretizzata la proposta: "Ma se quest'anno scendessimo a Luglio?".
Ok, decidi la data. 
Ok, sicuro? Sì, sicuro. Allora prenoto? Prenota.
Ok. Dieci giorni in tutto e ci vediamo giù.

Manca una settimana, oggi.
Sono sicura che sarà una vacanza piena, così piena, di cose belle.
Di sapori ritrovati e di dettagli da gustare, ché mi voglio riabituare alla bellezza e a godermi i momenti speciali che ho la fortuna di vivere.
E non vedo l'ora.
Con tutto il bene, Luglio, che ti voglio.


venerdì 19 aprile 2013

L'incubo ricorrente

E' successo di nuovo.
Sono passati forse dieci anni dalla prima volta, eppure continua a succedere con frequenze scostanti.
L'incubo ricorrente.
Tutti ne hanno uno, no? Il mio torna a trovarmi ogni volta che l'inquietudine e l'ansia piantano l'assedio: di giorno riesco - cinicamente - a ricacciarle oltre il fossato del castello, a sopirle quasi del tutto; di notte, semplicemente no. Che vigliacche.
Ogni volta, c'è lei nella sala grande piena di specchi, il linoleum sul pavimento e i molti neon sul soffitto; in un angolo, lo stereo. Lei, piccola e magrissima, i capelli lunghi e sciolti, l'abbigliamento tipico della transizione fra gli anni '80 e i '90. Lei, immancabilmente, fa partire la musica.
Ritorno nella scuola di danza.
Lei è la mia istruttrice, quella che ha riempito i miei trepomeriggiasettimana per dodici - DODICI - anni, dai 4 ai 16, quella a cui ho voluto bene semplicemente perché non mi ha imposto la disciplina che si immagina obbligatoria quando si parla di balletti, perché le lezioni non erano scandite dalle melodie del Lago dei Cigni, né dal rosa dei tutù, ma da anfibi, pantaloni larghi e ritmi hiphop. Una culla dove crescere senza dare troppo peso alla propria inadeguatezza fisica.
E poi, ci sono loro: le mie compagne di corso. Nell'involuzione del sogno, sono sempre preparate e a tempo, mentre io - c'è bisogno di dirlo? - sempre in ritardo, mi sono persa qualcosa, una sequenza di passi, un'esibizione che sta per cominciare e non so dove stare.
Loro, nella realtà, non si sono mai risparmiate. Sempre issime: magrissime, fichissime, bravissime, corteggiatissime. No, io no. Sempre, in un modo o nell'altro, fuori dal gruppo. Cattivissime. Che, quando sei teen, viene particolarmente facile. Per carità, ce ne sono state altre come me, ma io ho il primato di resistenza: dodici - DODICI - anni. E, alla fine, ho mollato. Con la morte nel cuore e con lo zuccherino del pensiero che dopo un anno comunque avrei cambiato città, e avrei in ogni caso lasciato quel posto familiare come la mia stanza.

Non ci vuole Freud per capire.
E temo che non lo supererò mai. Che questo spauracchio onirico di magoni inespressi e autostime labili mi accompagnerà sempre, nonostante le soddisfazioni più o meno grandi, le sicurezze e gli affetti più stabili, i punti forti più valorizzati, i complimenti più sinceri.

Mi sono svegliata di soprassalto ed erano le 6 di mattina. Il vicino di casa - il neonazista che di lavoro fa la guardia notturna - stava rientrando, col consueto strascico di insulti alla madre e alla nonna e di rumori non necessari ed incivili.
Ma stavolta non l'ho maledetto.

mercoledì 17 aprile 2013

Di bizzarrie domenicali: Torinocomics

Domenica scorsa sono stata qui.
E' da premettere che io non sono né un'appassionata di manga, né di anime (se si eccettuano le canoniche serie di Bim Bum Bam dei ridenti anni '90), quindi si potrebbe pensare: "Che sferedeldrago ci sei andata a fare?". E infatti me lo sono chiesta anch'io, e la risposta più lucida e plausibile è che mi sono data è: vado a sfottere i cosplayer.
Mo', per chi non lo sapesse, i cosplayer sono quelli che - per diporto o malattia mentale congenita - si vestono come i personaggi dei cartoni animati, o dei fumetti, o dei videogiochi (se volete una descrizione seria c'è wikipedia, anche se io ritengo assai più pertinente e veritiera questa). Voi capite che l'occasione di poterli vedere dal vivo e addirittura assistere a una competizione era troppo ghiotta.
Una cosa, però, va precisata: per apprezzare fino in fondo la situazione e soprattutto per godere appieno del dileggio dei travestiti comicaddicted bisogna avere un po' di cultura di settore, nel senso che se non riconosci i personaggi ai quali le maschere si ispirano rischi di aggirarti confuso nella folla guardando a destra e a manca senza saper dirigere la tua attenzione e anzi, vergognandoti pure un po' peril tuo tentativo malriuscito di mimetizzarti nel gruppo. Quindi, vista la premessa, all'arrivo ero piuttosto incerta sull'esito del mio progetto, ma devo dire che i miei timori si sono dissolti abbastanza presto, su per giù quando ho visto un Batman con la panza attraversare la strada e le guerriere Sailor fare la fila per il biglietto proprio davanti a me.
Ho visto di tutto e ho fotografato di più, ho sfogliato fumetti accanto a V (per Vendetta) e chiesto a Vegeta se per favore spostava un po' il ciuffo da Super Sayan che mi copriva la visuale del palco; ho sbeffeggiato i presentatori della gara (rispettivamente Gilderoy Allock di Harry Potter e il draghetto Spyro del gioco della Playstation) e ho fermato per una foto il "Gruppo Azkaban" dei Potteriani (nell'ordine: un dissennatore, un mangiamorte, un lupo mannaro, due serpeverde e un dipendente del Ministero della Magia) ma dovendo proprio selezionare una rosa di immagini da consegnare all'imperitura memoria del web, sceglierei:


- il Gruppo Heidi: tutti rigorosamente maschi (e pelosi):


 - Pegasus con gli occhiali: perché bisogna avere coscienza dei propri limiti, prima di espandere il proprio cosmo fino ai limiti estremi della costellazione...
 

- Biancaneve con i piedi gonfi: se ti metti i tacchi a spillo per fare la splendida, dimenticando che magari la foresta dei nani non era proprio la passerella di Milano Fashion Week, poi non ti lamentare...
 

Però però... Sarà che erano tutti contenti e divertiti, sarà che io mi sentivo un po' un pesce fuor d'acqua, sarà pure che da bambina Carnevale e i cartoni mi piacevano assai... quasi quasi la prossima volta ci provo anch'io!
E ho già in mente il personaggio... huhuhu...