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lunedì 2 marzo 2015

Keep calm and Festina Lente

Oh, io a Venezia non c'ero mai stata.
Quindi febbraio 2015 si chiude con una mirabolante lacuna colmata, e son felice.

Sono stata brava.
L'ho mascherata per bene, questa tre giorni in laguna, sventolando brochure del gigaconvegno per gli addetti ai lavori sui libri del cinquecento, complice la Dirimpettaia - la stessa del Bergonzoni di san Valentino, per dire - e ce l'abbiamo fatta a mettere i deretani sul frecciabianca con tratta ovest-est, ché la formazione è importante.

Venezia, dunque.
Sba-bam. Che è il rumore della mia mandibola crollata verticale, alla vista di tanta stranissima bellezza. Tanto per cominciare il mare.
Essì, subito che mi tacciate di banalità, perdiana. Ma no, state a sentire. Il mare.
Il mare a me mi manca assai. Mi manca vederlo all'orizzonte, sapere che c'è, da qualche parte, nel paesaggio che ruotando a 360° il mio occhio recepisce, le Alpi sono belle, per carità, ma capisci... Mi manca l'odore, l'umidità. Con buona pace dei miei capelli, che tanto ricci lo sono già di base, al limite virano verso l'anarchico, donandomi un wild look tipo Medusa-coi-serpenti.
Per cui ecco, Venezia ha vinto facile facile, da subito. Perché il mare ce l'ha dappertutto.

Un pelo scomoda, a dirla tutta. E sali sul ponte, e scendi dal ponte, e taglia il canale, e fatti sto chilometro a piedi, e toh, guarda, c'è un altro ponte, e via così. Mettici un trolley e ottieni il disagio supremo. Però senza auto è una pacchia, lo devo dire.

Poi, mangia&bevi: io credo che i veneziani alimentino scientemente l'alcolismo. Perché ascoltami, amico ristoratore: non è possibile che mi dai uno spritz a due euro e una margherita me la fai pagare 9. Tu comprendi che così io rischio di finire a mollo nel canale prima di cena e sì, è piuttosto indelicato.

A dispetto del fatto che fosse la mia prima volta a Venezia, comunque, non ho visto praticamente nulla di canonico, se si esclude piazza san Marco - aiutami a dire wow - e il ponte di Rialto - aiutami a dire giapponesiovunque - piuttosto un paio di chicche che mi sento di consigliare: la mostra sulla Divina Marchesa [Luisa Casati, amante di D'Annunzio NdB] a Palazzo Fortuny e il labirinto di Borges sull'isola di San Giorgio. Borges, capite? Quello che ha scritto la frase che campeggia sotto il titolo del blog. Laggioia, la commozione.

Poi c'è il lato emotivo, e qua cambiamo registro.
C'è quella sensazione di vivere un contesto goliardico, in compagnia della Dirimpettaia, ché per la prima volta ci siamo vissute così h24 ed è stato bello riconoscere la sintonia vicendevole anche al di fuori dei loculi lavorativi.
C'è quel bisogno di pausa, di prendersela comoda, anche se poi nei fatti l'acido lattico nelle gambe sta ancora parlando con gli angeli, ma è una stanchezza serena,  appagata, non invasa dallo stress e dalla velocità.

Il gigaconvegno cui abbiamo partecipato era in onore di Aldo Manuzio, che moriva 500 anni fa. Chieracostui? Un tipografo, un genio del suo tempo, uno che in vent'anni di attività è riuscito a rivoluzionare il mondo dell'editoria e il modo di leggere i libri. Ha inventato, fra le altre cose, la virgola, il carattere corsivo (se si chiama italic è perché è una sua invenzione), le collane editoriali, il libro tascabile, i best seller e più in generale il marketing editoriale. A inizio '500, a Venezia. Quella stessa Venezia scomoda, coi ponti, le strade strette, l'isolanità. Eppure.



Aveva un simbolo, quell'uomo là, un delfino attorcigliato ad un'ancora, che rappresentava un motto: Festina Lente. Che vuol dire, pressappoco, Affrettati lentamente. Cioè fai le cose, falle bene, precise, efficaci. Ma con calma, con attenzione. Non a tirar via. Goditele, che poi il risultato è migliore. E nello stesso tempo, rimani al passo, non ti crogiolare nel tuo, non ti nascondere sotto al plaid, sul divano. Esci, incontra altre persone, conoscile, approfondiscile. Cogli le occasioni per imparare e rimetti subito in circolo le conoscenze. Trova il bello nel mondo, dagli spazio, dagli importanza.


Forse non era proprio tutto così esplicito, nella sua testa, forse sono io che ingigantisco apposta il messaggio. E' che mi stanno morendo le piante, visto che non le sto curando da un po'. Mi stanno morendo abbastanza stimoli e non va bene: devo ridare colore e brillantezza allo sguardo che appoggio su cose e persone, ritrovare le scintille di bellezza, fare in modo di raccontarle in velocità. Essere rapida e attenta. Maga del multitasking e sommelier del dettaglio. Voglio fare surf e immergermi in profondità. Essere a un tempo ancora e delfino.
Un equilibrio perfetto.



domenica 25 gennaio 2015

Mingalabar

Vuol dire "Buongiorno", ma anche "Benvenuto", e "Arrivederci", "Grazie", "Buona fortuna".
Arriviamo e fa caldo, un caldo di quelli che ho visto solo in Sicilia, in certi agosti aggressivi, saturo di umidità e con colonnine che segnano +37°, almeno.
La nostra guida si chiama Win, parla italiano e inglese, oltre al birmano, ovviamente, ci accoglie con un gran sorriso: "Benvenuti in Myanmar!", ci dice.

Il primo posto è Yangon, la capitale, o meglio quella che è stata la capitale fino a pochi anni fa, perché ora la capitale ufficiale è Naypyidaw, la 'città nuova', costruita apposta per contenere tutti gli uffici amministrativi e politici dello Stato, lontano dal mare - si sa mai gli Stati Uniti decidano di attaccare con la flotta.
Yangon è piena di gente, c'è un gran traffico di motorini, furgoni carichi di gente ("sono gli autobus", ci dice Win), automobili con il volante a destra, all'inglese, nonostante la guida sia come quella italiana: "retaggio del vecchio impero colonialista", ci dice Win, mentre sfioriamo un incidente ogni dieci secondi, ché gli specchietti retrovisori non fanno miracoli.
"Ora camminiamo a piedi", altrimenti la città neanche la vedi, è vero.
Ci hanno raccomandato di non mangiare il cibo di strada, ora capisco perché: ai banchetti alimentari, l'acqua ha sempre una bella sfumatura marroncina e gli odori delle cucine sono pungenti, troppo.
I birmani sono persone sottili, si muovono con gesti lenti, aggraziati, larghi lo stretto indispensabile.
"Pensate all'Italia di 80 anni fa", ci dice Win. Che poi lui non c'è mai stato in Italia. Vabbè.


Prima di partire ho cercato di sapere qualcosa in più su questo Paese, sulla sua storia e sulla sua cultura. Fino a pochi anni fa non è che ci potevi venire facilmente, in Birmania. La dittatura militare osteggiava il turismo, gli stranieri meno sapevano meglio era. Poi è arrivata lei, la Signora, la Lady. Provo ad accennare l'argomento a Win, ma sono un po' restia: non so come può reagire ai temi di politica. Lui si apre in un sorriso che mostra i denti macchiati di rosso per il betel che mastica tutto il giorno, gli occhi si illuminano quando parla della Signora, Aung San Suu Kyi. Lei è il volto della ribellione alla dittatura, il volto della lotta pacifica, una goccia che ha scavato la roccia per più di vent'anni, dal chiuso della sua casa qui, a Yangon, la sua prigione. Agli arresti domiciliari per gran parte della sua vita, senza poter vedere il marito e i figli, rimasti in Inghilterra - lui ha fatto in tempo a morire di cancro - senza poter andare a ritirare il Nobel per la pace, nel 1991. Ha usato tutto il premio per finanziare la costruzione di scuole e di ospedali, qui in Myanmar.
La adorano tutti, letteralmente. Alle passate elezioni il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, ha preso qualcosa come l'80% dei voti. Elezioni dichiarate nulle dalla giunta militare.
Quest'anno c'è il nuovo turno, quest'anno andrà bene, è la volta buona, ci dice Win.
Quello che so è che la dittatura militare birmana è stata una delle più violente degli ultimi cinquant'anni, quella che - per dire - ha ordinato di sparare sui monaci buddhisti che manifestavano pacificamente, nel 2007. Racconto a Win che me lo ricordo: io ero a Roma all'università e tutti si vestivano di arancione per testimoniare solidarietà al popolo birmano. Lui sorride, sorride sempre, anche mentre mi racconta che all'epoca si trovò a dover fuggire con il gruppo di turisti che stava accompagnando come noi in giro per il Paese, perché le ambasciate avevano declinato le responsabilità e l'impegno a proteggere gli stranieri, sorride anche quando mi racconta dei suoi sei mesi in prigione, alla fine degli anni ottanta, quando il movimento non violento della Signora era all'inizio. Sorride e io non so come faccia.
Ma qui tutti sorridono, tutti prendono la vita guardando al buono che c'è, al poco di luminoso, di prezioso che riescono a rintracciare in una quotidianità fatta di povertà, di scarsi servizi, di libertà limitata.
Win mi dice che a lui è andata bene. Ci sono stati suoi compagni di università che per una manifestazione hanno fatto due, tre, dieci anni di prigione. Mentre ci muoviamo per il Paese, da una città all'altra, lui si ferma in un negozio, in una bottega di artigiani, parla con i titolari e con gli operai per portare notizie dalla metropoli, aggiornamenti e speranze.

E' quasi sera quando arriviamo alla meta principale qui a Yangon, la Shwedagon Pagoda.
Dobbiamo toglierci le scarpe e le calze: nei templi buddisti si entra solo a piedi nudi, è un modo per testimoniare che tutti gli uomini sono uguali, a prescindere dallo stato sociale, culturale, economico.
Ho sempre avuto in testa l'idea che i templi buddhisti fossero simili alle nostre chiese: posti silenziosi, spirituali, quasi trascendenti. Tutto sbagliato: qui la religiosità è routine quotidiana, pregare è come parlare e camminare, ogni momento è buono e non c'è bisogno alcuno di ritagliare spazi di concentrazione mentale condivisi: ciascuno fa da solo, anche se intorno c'è il caos.





La pagoda è una gigantesca piazza piena di persone che camminano, si inginocchiano, attaccano foglie d'oro e orchidee alle statue del buddha, recitano versi in lingue antiche, fanno l'elemosina ai monaci. Mi stravolge la contrapposizione fra l'opulenza di questo monumento e la povertà delle persone che brulicano al suo interno, eppure sono loro ad alimentarla, con le offerte continue in soldi e in materia. A questo non possono rinunciare.

La mattina dopo siamo a Bagan, la città dei duemila stupa. Una sorta di gigantesca Valle dei Templi di Agrigento, ma al posto delle colonne greche ci sono templi buddhisti costruiti nel medioevo e abbandonati nel corso del tempo, fino a quando - pochi anni fa - questo posto è diventato sito di interesse archeologico e studiosi ed equipe di restauratori di tutto il mondo hanno investito tempo e risorse per recuperarlo.
Bagan è spazio vuoto, sterminato. Non ci sono le strade affollate di Yangon, non ci sono i palazzi alti e fatiscenti. Ci sono villaggi, mercati, zebù. Le donne si truccano tutte con una strana pasta gialla che serve per proteggere dal sole e per prevenire le rughe. In un villaggio una signora anziana ci saluta con trasporto: siamo noi gli intrusi qui, è evidente, ma l'ospitalità è sacra, la gentilezza è un gesto naturale. I suoi due figli, entrambi laureati, sono tornati qui per dare una mano all'attività di famiglia: costruire oggetti di bambù e resina da vendere ai turisti e agli hotel.




Questo viaggio sta incrinando i miei concetti di lavoro, soddisfazione, ansia, stress, felicità.





A Mandalay c'è uno dei più grandi monasteri della Birmania e uno dei pochi in cui sono ammessi visitatori "laici". Qui in Birmania è usanza comune mandare i propri figli, verso i dodici anni, a fare l'esperienza della vita del monaco, per almeno sei mesi. Win dice che per suo figlio sta aspettando l'anno prossimo. I monaci si svegliano all'alba, indossano una tunica rossa o arancione che gli viene tassativamente donata, così come il cibo che possono mangiare (ma non cucinare) altrettanto tassativamente entro mezzogiorno. Il resto è preghiera, vita eremitica, contemplazione silenziosa e lontana dal mondo. Per tanti ragazzi, il monastero è l'unica strada possibile per ricevere un'istruzione, così spesso succede che i sei mesi di prova si trasformano in una scelta di vita definitiva. I monaci sono comunque sul gradino più alto della scala sociale. E sono incredibilmente ragazzini.




L'ultima tappa del nostro viaggio è il Lago Inle, nel nord del paese. Qui fa più fresco, ma il sole brucia la pelle più che altrove. Le strade e le ferrovie, in Birmania, sono terribili. Percorrere un percorso di poche centinaia di Km può voler dire impiegare una decina di ore di viaggio, sobbalzando continuamente da uno sterrato all'altro. Per questo motivo, per spostarsi da un posto all'altro conviene prendere l'aereo: i voli durano al più una mezzoretta e lo stesso velivolo, un po' come un treno o un pullman, fa varie fermate intermedie per far scendere e salire i viaggiatori lungo un'unica tratta. Per la stessa ragione, anche sul lago gli spostamenti via terra sono evitati il più possibile, molto meglio salire in barca e percorrere il tragitto via acqua.

Le lance dei pescatori del Lago Inle sono un miracolo di equlibrio. Fanno salire anche noi su una di queste imbarcazioni, opportunamente resa più confortevole da sedie da giardino inchiodate all'interno dello scafo e rivestite da cuscini colorati - siamo turisti, ci trattano bene e soprattutto sanno che difficilmente saremmo capaci di non finire a mollo entro pochi secondi, se non ci dessero una mano loro. I pescatori remano restando all'impiedi sulla prua, con il remo lungo incastrato fra ginocchio e caviglia, come se fossero su un monopattino galleggiante. In questo modo riescono ad avere le mani libere per amministrare le reti. Sembrano aironi dal baricentro perfetto.



Il lago è sterminato, trovarcisi in mezzo senza riuscire a vedere altro che acqua e giunchi, fino all'orizzonte, dà le vertigini. Gli abitanti del posto vivono in simbiosi con l'acqua: le abitazioni sono palafitte, ogni famiglia ha almeno una barca, in acqua si svolgono le cerimonie religiose, la vita sociale, le compravendite.




Il silenzio che c'è, la sera.
La distanza da tutto il resto, da tutto ciò che conosco e riconosco come consueto, normale.
Quanto mi destabilizza, quanto mi riempie.

La luce, la luce opalescente che ammanta tutto, quando piove sul lago, irradia e raddoppia le immagini, senza più orizzonti, senza elementi alieni di disturbo.




Cosa mi resta?
Cosa mi salva, cosa ho salvato, dopo quasi quattro mesi?

La meraviglia, l'incanto, lo stupore,
avere negli occhi pezzi di umanità diversi, diversi davvero,
sapere che è possibile vivere in maniera differente,
con altri problemi, altre priorità,
aver incrociato sguardi e sorrisi e colori che mai prima d'ora ho agganciato e forse mai più rivedrò,
la pace ed il caos,
la guerra e la pazienza,
la cantilena e il silenzio,
il riso e la nafta,
i fiori,
i capelli raccolti,
le fotografie della Lady appese in tutti i locali,
la speranza,

la voglia di guardare più oltre, al futuro, a superare d'un balzo finanche l'immaginazione, la mia limitata creatività, pensare che si può migliorare e dare bellezza ai dettagli,
ai momenti,
alle piccole, minime cose.

Mingalabar.



martedì 13 gennaio 2015

Stream of Consciousness

Difficile a dire consciousness consciousnss conciou cons maledetto treno che barcolla e mi fa sbagliare i tasti maledetta base d'appoggio instabile benedetto il mio ultrabook supersottile e superleggero (ma che bel giocattolino che mi sono regalata) l'ho comprato per poter andare e venire andare e venire e avere l'agio la tranquillità il tempo e la voglia di saltabeccare nell'internet oh gaudio oh divertimento oh povere pupille mie già così stanche ché son le seiemmezza di sera e ancora non rinunci a ticcheggiare e touchscreenare manco mentre torni a casa - casa casa casa un plaid un divano l'ennesimo episodio di grey's anathomy (a tutti gli effetti è diventato una droga) e più ci penso più mi dico è un anno oggi è un anno il 13 gennaio un anno fa cominciava la mia vita pendolare torino milano torino milano torino milano andare e venire per lavorare mi piace il mio lavoro mi piace molto mi dà soddisfazione e stanchezza e insofferenza alle volte e stress ma più di tutto soddisfazione torino milano torino milano mi piace anche lavorare a casa in pantofole mi piace preparare il pranzo e mangiarlo subito senza scaldarlo al microonde mi piace guardare dalla finestra e vedere la luce di Torino mi piacciono i miei ciclamini resistenti e persistenti mi piace la calma e mi piace skype e le videochiamate con la mia collega in inghilterra quella giovane e brava e preparata davvero ha la mia età e un figlio di due anni come diavolo fa io non lo so non lo so questo natale è stato strano questo natale tutti lì a guardarci e dirci eh beh e quando vi date una mossa e che aspettate eh aspettiamo caro lei aspettiamo certo che aspettiamo non se ne parla levatevelo dalla testa tutti e tutti più uno per carità percaritàdiddio ho ripreso la routine sì ho ripreso il corso di yoga il corso di striding il corso in piscina ho ripreso a fare la spesa con tante verdure ho ripreso a preparare il caffè la sera per la mattina e vado in bici vado tanto in bici domenica per dire abbiamo fatto 22 km fino a Stupinigi e ritorno bellissimo una giornata da dio peccato il vento alla fine che fra un po' ci si porta via che poi il vento a torino quando mai manco fossimo a catanzaro forse è stato per darmi un accenno di nostalgia forse chissà forse chissà i miei genitori hanno fatto i biglietti per venire da noi a marzo tre giorni mi ritrovo a consultare il calendario e avere i dettagli fino a giugno o quasi come è possibile come a febbraio roma e venezia a marzo i miei ad aprile pasqua con mio fratello (forse) poi il torino comics che quest'anno si cosplayzza alla grande ma prima (forse) scendo di nuovo a catanzaro magari un weekend e poi ancora salamanca e forse barcellona e poi la puglia a giugno ma a maggio c'è la fiera del libro che fai te ne scordi ed ecco è un attimo che devi programmare le vacanze estive una pazzia insomma una pazzia mi va di stare ferma mi va di vivere casa mia casa mia per piccina che tu sia non vai quasi più bene dobbiamo cercarne una nuova che per caso qualcuno di voi vende casa in zona porta susa massimo massimo zona tribunale? qua le chiacchiere stanno a zero tocca cominciare a cercare immobiliare.it come pagina iniziale e via ecco non so se ne saremo capaci non lo so e un po' ho paura un po' mi sembra una cosa più grande di noi ma non sia mai che ce ne stiamo troppo tempo con le mani in mano non sia mai che ci annoiamo quei due giorni e due notti no no non fa per noi e allora di che ti lamenti ma no di niente è che era un po' che non scrivevo e dovevo aggiornare tutti ma tutti chi tutti quelli che passano che sia uno che siano cento poco importa ora va meglio ora sì posso tornare al dondolio al barcollamento frecciarosso dovrei essere arrivata e non lo sono sarà in ritardo eh sì sarà in ritardo 'tacci sua magari rileggo sto sproloquio magari sì dai così correggo gli errori di battitura e mi rilasso e poi collasso e metto un punto punto.

mercoledì 15 ottobre 2014

Batto un colpo

Ci siamo, siamo tornati.
Ancora preda di un orrido jetleg che ci fa svegliare alle 5 di mattina arzilli e pronti a cominciare la giornata (salvo poi crollare alle 7 di sera), ma ci siamo.
Ci sono.

Ho voglia di raccontare tutto quello che ho visto, di provare a condividere anche solo un decimo della bellezza, dell'unicità della cultura con cui sono entrata in contatto, di scriverne qui e lo farò, lo farò, promesso.
Con un attimo di calma, che al momento proprio latita.
Però ecco, volevo battere un colpo per dire che sì, ci sono e riprenderò i contatti sociali anche con il mio amato mondo blogghereccio.

Nel frattempo, visto che l'avevo promesso...



:D


venerdì 8 agosto 2014

Dieci ottime ragioni

Uno: il succo di pera
Il succo di pera - light - aperto, assaggiato con una smorfia di disappunto nell'accertare che ha un terribile, terribile sapore, è il solo superstite all'interno del frigo, visto che consapevolmente non facciamo la spesa da dieci giorni.

Due: il relatore e il diluvio
Che potrebbe benissimo essere il titolo di una puntata di Game of Thrones (tipo 'L'orso e la fanciulla') e invece è ciò che ha popolato i miei incubi durante l'ultima settimana: riincontrare il mio relatore di tesi ed essere trascinata via da un diluvio stile Noè (quest'ultimo, peraltro, drammaticamente vicino alla realtà di ieri sera)

Tre: gli operai delle fogne
Gli operai delle fogne, insieme a rari ed inquietanti esemplari di nerd non italiani con sandali e calzini, accomunati tutti da un indecoroso afrore di piedi al formaggio, sono stati gli unici altri abitanti del Politecnico di Milano (dove ho il mio ufficio) in questi primi giorni di agosto.

Quattro: le foto del mare
Tutti voi, che siete al mare, che sguazzate dal 2 di giugno, che fate foto all'alba, ma anche al tramonto, e perché no al pomeriggio, foto tutte indistintamente caratterizzate dalla presenza costante e sfacciata del mare jonico, tirrenico, adriatico, ligure, caraibico, oceanico.

Cinque: l'appuntamento
Lunedì alle dieci e mezza del mattino. Per la prima prova dell'abito da sposa.

Sei: le piccole donne
La più piccola, la caloabroumbra che fra pochi giorni compie dieci mesi e non la vedo - diomio - da marzo. E le due più grandi, le siculofemmine già abbronzate che mi faranno da damigelle e hanno un sacco di arretrati da raccontarmi.

Sette: la casa nuova
Dei miei ventotto anni e mezzo, diciassette li ho passati in una casa, i restanti sono stati costellati da ritorni in quella stessa dimora, almeno a natale e ad agosto, ma in verità ogni volta che è stato possibile. Quella casa non mi vedrà più, ce n'è un'altra, neoacquisto genitoriale, fresca di vernice ai muri e di mobili appena montati, con le sue travi a vista, il suo soppalco, il suo odore ancora sconosciuto.

Otto: la provola
Non c'è bisogno di altre spiegazioni.

Nove: lo stress metabolico
In farmacia ho ritirato gli esiti del biotricotest per i disturbi alimentari. Risultato: sono stressatissimissima (ma va'?), il mio corpo gna fa' più e pensa di essere sempre sveglio tipo delirio a Las Vegas, non mi riposo abbastanza e anche quando dormo in effetti non recupero. In più sono intossicata e devo eliminare: pomodori, patate, melanzane, peperon(cin)i e - respiro profondo - farina di frumento (leggi pane, pasta, pizza, biscotti). Per due mesi. Aiutatemi.

Dieci: il tempo
Tempo. Tempo per stare distesa a guardare le mosche ronzare e le cicale frinire. Tempo per leggere. Tempo per stare con i miei parenti e i miei amici.
Tempo per non lavorare.

Ecco.
Dieci ottime ragioni per cui, da adesso, sono in vacanza.
Tante care cose a tutti!


martedì 22 luglio 2014

Sono sette

Ti vengo a prendere a Termini, col motorino.
Intanto, mica facile salirci, scavalcando il bauletto, dall'alto del mio metro e cinquantotto.
Ma vabbè, caracollo, ci sei? Ci sono.

Sampietrini, sempre loro. Stravolti, sbreccati e slivellati. Sobbalzo.
Via Marsala, via Milazzo, viale dell'Università - ma quel ristorante da quando c'è? - la Sapienza - mo' c'è pure il parcheggio interno? - via De Lollis, il Verano che si spampina dopo il semaforo.
Sono le dieci e mezza di un venerdì sera qualunque e Roma non sa che la guardo con occhi sorridenti, accesa com'è nella sua afa, nei suoi turisti, nei rumori consueti e nuovi.
Come sempre, mi era mancata.

Metti poi un vino da finire.
Metti un letto da condividere.
Metti una prospettiva, grande quanto un borsone da 48 ore scarse.

Poche ore di sonno.
Tanta la voglia di rivederle, ci sono quasi tutte.

Sette, sono sette.

Con cinque condivido il dialetto e la destinazione delle vacanze di Natale e d'estate.
Con due i ricordi di aule universitarie e di aneddoti bislacchi, il punto di partenza di tre strade diverse.
Con quattro le mura di una casa da fuorisede, i primi passi da romana, la familiarità nel parlare pure della cacca.
Con due i banchi di scuola, la memoria quattordicenne, la tentazione di nasconderla, la certezza di riconoscersi sempre, vuoi o non vuoi, tali e quali.

Tre di loro hanno fidanzati o compagni, in quattro ne hanno avuti di importanti e hanno detto loro addio, quattro sono single e ce la fanno benissimo.
Due abitano da sole e hanno comprato casa, quattro la condividono con fratelli o sorelle, una convive e ha due cani. Una ha un gatto.
Tutte lavorano, incastrano impegni-persone-passatempi.

Queste femmine hanno la effe maiuscola.

Ho un velo posticcio attaccato a un cerchietto; trova posto anche lui, nel borsone risistemato per la ripartenza.
Fiumicino e già mi mancano, dannazione.

Ripenso che basta poco, basta niente e sembra quasi - quasi - come non essere mai andata via.
La verità è
che vorrei avervi più spesso, amiche mie.


mercoledì 25 giugno 2014

Alexanderplatz, aufwiedersehen...

Posto numero 5: Franco Battiato (ancora lui) - Alexanderplatz

No, non è per mancanza di fantasia.

Ti vedo stanca hai le borse sotto gli occhi
come ti trovi a Berlino Est?
Alexanderplatz aufwiedersehen
c'era la neve
faccio quattro passi a piedi
fino alla frontiera: 

vengo con te

Berlino ve la racconto senza foto.

Berlino non è Londra, Parigi o Roma, non ha maestose storie antiche o cartoline barocche, non ha fasti secolari, o se ce li ha li tiene sottotraccia, ballerine di fila, devi sporgerti molto e allungare il collo per vederli.

Berlino ha due ombre giganti e scure, come sciarpe sotto al cappotto.

La prima si chiama nazismo.
Lunga, eclatante ombra di catrame, orrore senza filtro, documentato.
Pesantissimo masso ereditato da portare al collo. Una colpa che, fra le mille spine appuntite, causa anche quell'ingiusto pregiudizio nei confronti di una lingua che tanto è bella quando è sussurrata, tanto diviene gracchiante e totalitaria negli slogan degli anni trenta e quaranta, nelle scritte in fraktur, nei messaggi radiofonici del Fuhrer.
I berlinesi non nascondono il nazismo. Non ci provano neanche. Hanno capito saggiamente che l'unico modo per affrancarsi da questo avo scomodo è dichiararsi il più cristallinamente possibili alieni, mostrare tutte le sfaccettature - anche le più triviali - di un fenomeno di massa assurdo, sbagliato, terribile, costoso.
Il nazismo fa schifo, va rinnegato, te lo faccio vedere chiaramente.

La seconda ombra si chiama muro.
E più che un'ombra è una nebbia grigiastra, lattiginosa, che si annida negli angoli, che salta fuori in rivoli che fanno tossire e arrossire.
Il muro - quello che ne resta - è sottile, non alto.
Lo guardi e ti chiedi: come diavolo è possibile.
Come è possibile che questa bobina di cemento che sembra così dannatamente fragile sia stata in grado di fare e rappresentare e condizionare la vita di esseri umani così tanto, per così tanto.
Ma il muro non c'è più, è caduto. Quasi 25 anni fa.
25 anni fa io avevo 4 anni.
Per i tempi della Storia, praticamente è stato ieri.
E forse questo è il problema.
I berlinesi non parlano del muro. Fanno finta che non ci sia, forse che non ci sia stato.
Non so se è stata una mia impressione - probabilmente sì - ma ho percepito come la tentazione di dimenticarlo, di nasconderlo come polvere sotto il tappeto, di dire: distruggiamolo definitivamente e che non se ne parli mai più.
Forse - ho pensato - è ancora troppo presto.
Forse il trauma è troppo recente, non si riesce a mettere bene a fuoco da questa distanza ravvicinata.
Camminavo per la strada e guardando le persone di mezza età mi dicevo: loro c'erano, loro l'hanno vissuto.
E come fanno?
Come fanno a non raccontarlo, a non parlarne?

Berlino è malinconica, nonostante tutto.
Nonostante le efficienze nordicissime, i mezzi puntuali e frequenti, le piste ciclabili, la raccolta differenziata, la civiltà tangibile.
Malinconica e piena di scudi: se piove la gente non usa l'ombrello, l'acqua le scivola addosso, prima o poi si asciugherà.
Non è un problema.
Prima o poi passerà.
Qualunque cosa.

Ci vediamo questa sera fuori dal teatro
Ti piace Schubert? 

 

venerdì 20 giugno 2014

#Soundintrip, prima di andare via

Ho letto il post de La Folle e questa idea mi è piaciuta da morire!
Ho letto che il colpo di genio è stato di dm, blogger viaggiatrice che seguo appassionatamente.
Quando ho cominciato a scrivere questo post, ho intravisto quello analogo di Lila che mi ha anticipato di un gnente, ma non le voglio male per questo, anzi: non sentiamoci mainstream, ma meravigliosamente concordi negli intenti.

L'idea è questa: 5 canzoni per 5 viaggi, musiche che hanno l'effetto della madelaine proustiana, note che quando le senti inevitabilmente ti riproiettano nel passato, a un viaggio verso un altrove, con qualcuno, con qualcosa da ricordare.

Poiché assecondare la vena nostalgica è sempre una tentazione irresistibile e poiché sto per partire per una minivacanza, decido di farlo anch'io, questo #soundintrip, e vediamo che ne esce...

1. Luna di lana - Valeria Rossi
Agrigento, Luglio 2003. Un'auto torrida in viaggio da Palermo con i finestrini abbassati, dentro 4 scapestrati - fra i quali la me stessa neodiplomata - tanti succhi di frutta e merendine al cioccolato irrimediabilmente sciolte. Davanti la prospettiva di un tuffo nel Mediterraneo ghiacciato e di una mega brioche col gelato alla Gelateria Le Cuspidi.

2. Occhi bassi - Tre allegri ragazzi morti
Non è proprio la colonna sonora di un viaggio. O forse sì, visto che associo questa canzone al mio trasferimento a Roma, nel settembre del 2003. A un cd che mi ha accompagnato sul treno e ha scandito i passi dei primi giorni verso le aule universitarie.

3. Franco Battiato - Bandiera bianca
Uno qualunque dei tanti viaggi autostradali Torino-Umbria fatti col consorte per andare a trovare mio fratello. Ma quanto ci piace cantare le canzoni di Battiato imitandone la voce...

4. Talco - La danza dell'autunno rosa
A parte che questa canzone è spettacolare e se non la conoscete vi invito caldamente ad ascoltarla, associo questa musica (e direi anche l'intero album) al viaggio verso Londra di giugno dell'anno scorso, sparata a palla mentre vedevamo avvicinarsi l'aeroporto.

5. ...
Il quinto posto lo lascio vuoto, perché sto per partire.
Stasera sarò a Berlino per un luuungo weekend (w san Giovanni, patrono di Torino) e non so ancora quale musica, quale canzone farà da didascalia acustica a questo nuovo trip.

Facciamo che ve la dico quando ritorno...
;)


martedì 10 giugno 2014

Simone si sposa

Ho conosciuto Simone il primo anno di università. 
Correvo da un'aula all'altra, preda della voglia di conoscere argomenti che mi apparivano bellissimi e persone che potessi, finalmente, scegliere io, non imposte dalla mia città, dalla mia scuola, dal mio nome.
Era - mi sembra - il corso di Glottologia e, come succede, ci siamo trovati. Visti e piaciuti.
Avevamo intorno uno straordinario puzzle di altre persone bislacche e capate una a una nel nugolo degli iscritti a lettere, ma fèrmati, Simone era diverso.
Con Simone è diventata una simbiosi.
E no, non una di quelle che si trasformano in una tresca: io già ero innamoratissima del consorte (che dimorava quegli 800 km più a sud) e lui, beh lui zigzagava qui e lì.
Io e Simone eravamo fratello e sorella, lui che era figlio unico e io che un fratello ce l'avevo, ma troppo più grande di me, e ancora troppo diverso e distante.
Prepariamo il piano di studi.
Studiamo per l'esame.
Facciamo il the.
Vieni a casa mia, apri la finestra per fumare, disturba le mie coinquiline.
Cantiamo a duetto le canzoni di Guccini, andiamo al mare a Ostia dopo l'ultimo esame di luglio.

Ci sei quando tentenno, ci sono quando urti contro gli spigoli del tuo carattere.

Per cinque anni, Simone è stata la persona con cui ho trascorso più tempo in assoluto.
Eravamo bravissimi, senza storie.

E poi succede come succede. Che le strade si biforcano e i percorsi si scelgono, divergenti, differenti.

Altre città, altre cose da fare, sogni da inseguire.

Ho salutato Simone che è ormai cinque anni fa, non l'ho più visto.

E così, come succede, succede anche di vivere sorprese e di aprire la porta a sorrisi inaspettati.
Come quando Simone ha lasciato un commento qui, sul mio blog.
Come quando, una briciola ogni tanto, una parola o due, sapere che c'è, sempre uguale, e sempre uguale io, e sotto sotto, noi.

Sai cosa? C'è che mi sposo, a settembre.
Sai cosa? Mi sposo anch'io, a giugno.

Dai.
Vieni? 
Sì.

T'ho rivisto, Simone, felice, stremato, innamorato, ambientato in un luogo che è diventato casa tua, anche se non è Roma, e certo: nessun posto è Roma. T'ho rivisto e non abbiamo avuto il tempo di riconoscerci, se non al volo, col non detto, con la promessa che poi.

Chi lo sa.

Ma sì. Certo che sì.
In altri modi, con altri tempi, e parole, e scenografie non condivise, magari.
Ma so che sei lì, ancora tu, ancora facile da riconoscere,
amico mio.


giovedì 10 aprile 2014

Dimmi cosa sogni...

Il ponte altissimo di una nave da crociera, me stessa sdraiata su un lettino a prendere il sole, la borsa poggiata sul tavolino di fianco a me.

Il capitano, reggendo il timone (?), mi si rivolge con una certa urgenza:

- scusi signorina, per l'Abruzzo?

La nonchalance, la sicurezza di google maps:

- giri subito qui a sinistra!

Virata improvvisa di 90°.
La borsa caracolla.
La borsa contro la forza centrifuga.
La borsa perde, scivola giù dal tavolino, giù lungo il ponte inclinato in curva, si dirige pericolosamente verso la ringhiera dell'altissima nave da crociera, la supera, scompare.
Pluff.

Lo sguardo inerme, inebetito, disperato.

Subito dopo, il risveglio.

Ho bisogno di una vacanza.

venerdì 28 febbraio 2014

Roma e poi basta

Roma ci arrivo, mi lascio indietro giorni di stanca, pesante trafila.
Roma la vedo di sera, lungo i binari della stazione, mi dico, le dico: rieccomi ancora.
Roma c'è un'aria che non trovo in nessun altro altrove.

Roma mi abbraccia, mi rende d'impulso un pacchetto di nostalgia.
Roma i suoi suoni, le vie di cui mi ricordo i nomi, non volendo, giro angoli che so cosa trovo, là dietro.
Roma è una luce, non c'è altro da dire, se non quel l'increspatura del cuore che tira più forte se mi ci trovo immersa con scarpe e valigia e minuti da dare, da regalare, da riosservare.

Roma è la mia moltitudine di facce amiche, di gente che abbraccio, da quanto non ci vediamo? E quando ci riincontreremo? Chissà. Quella prossima volta, di nuovo, qui a Roma.
Roma ha il sapore di dieci anni fa. Roma ha i miei capelli lunghi e i miei quaderni, i libri fotocopiati, l'emmepitre nelle orecchie, sempre la stessa playlist.
Roma ha l'odore della mia stanza, la polvere di una moquette, la vita che ho scelto da sola, la mia costruzione più bella, il mio sorriso appena sveglia, la notte di un sonno da giusta.
Roma la cosa più giusta che ho fatto.

Roma è una radice più grossa delle altre, un grumo di fatti e persone incastrato in un tempo che più che vissuto è creato, dopo essere stato a lungo e con stomaco e cuore immaginato, voluto, trovato.

Roma la pioggia ti bagna ed io senza ombrello ti guardo, ti dico: sei bella. Che dannazione la lacrima che mi accompagna mentre ti dico: ora vado, semmai ci vediamo più tardi, o un'altra volta, quando di nuovo il contachilometri mi porterà ancora qui.
Quando un ennesimo ancora mi farà inanellare parole già usate
L'amore
La casa
Il passato

La mia identità.



domenica 9 febbraio 2014

Gruppo di famiglia in un esterno

La signora bionda
La signora bionda la trovo al binario ogni mattina alla stessa ora, sempre bionda, sempre infagottata. Ha gli occhiali. Secondo me è una professoressa precaria. Perché, altrimenti, partire alle sette e venti per scendere dal treno a Vercelli, solo una mezzoretta più in là? La signora bionda sale sempre sull'ultima carrozza e si siede dove capita. Abbonata.
La ragazza col piumino attillato
La ragazza col piumino attillato non la vedo mai salire sul treno, ma so che c'è sempre, quando stiamo per arrivare a Milano Centrale. Puntuale, anche quando - sempre - il treno è in ritardo, si palesa in movimento lungo le carrozze che risalgono il serpentone del treno, veloce più di quanto sarebbe se camminasse per strada, ché si muove nella stessa direzione del mezzo. Arriva, come me, in testa alla prima carrozza e lì scende, di corsa. Ha guadagnato strada e lo fa di routine. Ho molto da imparare.

Il poeta
Di giorno fa il manager e si vede. Giacca, cravatta, orologio costoso,  Ipad, auricolare bluetooth. Di sera, quando sta tornando a casa, smette. Posa tutta la ferraglia elettronica e tira fuori un quadernetto con la copertina di carta riciclata e i fogli senza righe, tira fuori una penna che scopro stilografica e comincia a scrivere. Scrive, guarda fuori, pensa, scrive. Riempie le righe con una calligrafia minuscola e inclinata, con una cura e una costanza che deriva certamente dall'attitudine all'ordine, che permea la sua vita. Così non grigia. Se mi vede, chissà cosa pensa.

Il barbone
All'incrocio fra le due uscite della Metropolitana, linea verde, fermata Centrale FS, è seduto a terra con un cartello in mano: "HO FAME". Tutto il giorno, tutti i giorni. Ha trovato un punto strategico che gli permette di intercettare il flusso dei viaggiatori in uscita verso tutte le direzioni. Ahimè, tutti vanno di fretta. Dietro l'angolo, appena dopo nella linea di fuga prospettica di chi sta uscendo dai tornelli, appare un altro mendicante, molto più giovane, nascosto in modo che il primo non lo veda. Ha un cartello anche lui: "IO DI PIU'".

Il millantatore
Viaggia in un gruppo di cinque o sei persone. E' certamente il più spigliato e anche quello con meno sonno di tutti. La giornata è limpida, il sole sta salendo sulla linea dell'orizzonte e illumina tutto di una strana luce bianca e rossa. Le Alpi innevate si impongono solennemente nel paesaggio, fuori dal finestrino.
- Guardate che meraviglia! Sembrano le montagne dell'Afganisthan!
- Dici? Ma perché, sei stato in Afganisthan?
- No che c'entra, ma le ho viste... in televisione.
- ...
- Beh è come esserci stati, no?

L'uomo con i calzini a righe verticali verde acqua e bluette
Che non ha decisamente bisogno di didascalie.

sabato 28 dicembre 2013

Di ventotto ce n'è uno

E si dà il caso che sia il mio.
Compleanno intendo.
Ne compio ventotto di ventotto.

Mi è sempre piaciuto il giorno in cui sono nata: tre giorni dopo natale, tre giorni prima di capodanno, così non rompo le scatole a nessuno.
Una specie di effervescente brioschi post-triade 24-25-26 e prima delle lenticchie col cotechino.
Una quaterna a tombola.
Il secondo premio del mercante in fiera.
Il panettone senza canditi, o il pandoro ripieno di crema al caffè.
E anche lo spuntino verso le dieci di sera con gli avanzi del cenone del giorno prima, la sveglia tardi senza rimpianti, le carte dei regali raccolte tutte in una busta e portate al cassonetto.

Tutto ciò che non è comandato, ma che è parte della festa.
Nei miei natali, il mio compleanno è sempre stato esattamente questo: un dettaglio fra due mostri festaioli collettivi, che è mio soltanto, ed è irrinunciabile.

Per la prima volta, in ventotto anni, passo il mio compleanno lontano da casa: ho risposto alle telefonate di auguri appollaiata sulla ringhiera del traghetto verso Messina e mi sono goduta (fra un sonnellino e l'altro) il cambio di paesaggio, dalla Calabria alla Sicilia.
E tutto sommato, non mi dispiace: il movimento e il cambiamento saranno la cifra portante di questo mio anno da ventottenne, quindi perché non cominciare subito?

Per cui io brindo alla mia, e a tutti quelli che mi hanno dedicato un sorriso, un abbraccio, una parola, un minuto, e che mi accompagnano ogni giorno con un sorso di più ;)

giovedì 19 dicembre 2013

Cento, cento

Valigia pronta, carta d'imbarco stampata, casa pulita, acqua e gas chiusi.
Io partirei.

Prima o poi, lo giuro, ricomincerò a leggere i miei amati blog amici, confido nello spirito del natale presente.

Per intanto, visto che questo è il mio centesimo post, vi dedico un sempreverde



Lacrimucce in ogni dove... :°))


martedì 26 novembre 2013

Strategie vincenti

Domani vado a Roma.
C'è una cosa abbastanza istituzionale e abbastanza importante, lavorativamente parlando, che magari poi vi racconto al ritorno, giusto per tediarvi un po'.
Ma concentriamoci sul focus, perdiana: domani vado a Roma!

Si vede il sorriso a trentadue denti?

No perché non ce n'è: Roma è una droga di quelle che ti fa andare in crisi di astinenza, se non provvedi con una dose almeno una volta l'anno. E io, fatti due conti, manco da Roma esattamente da novembre dell'anno scorso.

In quell'occasione fui baciata da un cardinale.
Ma sorvoliamo, per carità.

Insomma, ve l'ho detto che domani vado a Roma? Sì?
E quindi niente, sto preparando la valigia per i prossimi cinque giorni, perché, già che sono in zona, sabato e domenica faccio un'altra puntatina in Umbria dalla nipotina ultima arrivata (che anche lì, quanto a crisi di astinenza, non si scherza).
La settimana scorsa, complice la venuta in Sabaudia della mater, ho fatto acquisti.
Non sia mai che ti presenti al mondo professionale come una sciancata!
Fortunatamente ho evitato l'ipotesi tailleur-seduta-di-laurea e in compenso ho un sacco di nuovi vestitini.
Promod ti amo con tutta me stessa. La nuova collezione c'ha pure le gonne svasate. Luccichiii invadono prepotentemente i miei occhi.
Per cui in valigia ci metto soprattutto gonne e vestiti svolazzanti ma casual, adatti all'occasione seria ma anche al weekend familiare.

Unico neo: son tutti di cotone.
Dice, ma è fine novembre, fuori fa meno tre e c'è il sole solo se ti dice culo.
Ci ho pensato, malfidati che non siete altro.
Sotto al vestitino primaverile, se e quanto sarà d'uopo, c'ho la canottiera lanaeseta.

Tiè.
Che fine stratega.
Napoleone lèvate.



mercoledì 20 novembre 2013

Rinnovi

- Ho chiamato la padrona di casa
- Per...?
- Per il rinnovo del contratto, sono passati quattro anni.

Ah.
Caspita. 
Me lo ricordo bene, il giorno in cui siamo andati a mettere la firma in agenzia, c'erano i padroni di casa veri ultranovantenni che a stento tenevano la penna in mano e scrivevano con la calligrafia di un bambino delle elementari, e la figlia (la padrona effettiva) che continuava a chiamarti 'ingegnere' pernsando di darti un tono.

L'agente ci ha dato il mazzo di chiavi con un portachiavi orrendo, a forma di casa, con l'indirizzo scritto a inchiostro blu di sopra e ci ha detto: 'auguri'.

Noi siamo andati a festeggiare nella pizzeria sotto casa - casa nostra - io ero a dieta e ho preso l'ananas, tu i profiteroles.

Se ci penso, mi sembra di aver fatto una follia.
Due mesi prima tutto era così diverso nei miei progetti, così chiaro e concreto. 
E se niente è andato come volevo che andasse, forse è stata una benedizione.
No, è stato un miracolo.

Che davvero, alla fine, le cose che non ti aspetti, che non programmi, si rivelano le più stupefacenti. Nonostante siano faticosissime.

Quattro anni fa a quest'ora tornavo a Roma a impacchettare le ultime cose e a salutare la casa che avevo occupato per 6 anni, anni che ancora mi porto addosso, con tutto il loro carico di esperienze e cambiamenti e persone e luoghi.
Abbiamo caricato un furgone scassatissimo che ci avrebbe obbligato a un viaggio epico e tragicomico da Roma a Torino, passando per Assisi, sotto venti fortissimi e acquazzoni che non hanno risparmiato i libri e il materasso, là dietro nel cassone.
Ricordo che poco prima di partire la mia coinquilina (che poi davvero coinquilina è riduttivo) si è improvvisata vigile urbano per farci fare un pezzo di vicolo contromano nell'ora di punta e dopo, a salutare lei e l'altra, ce l'ho fatta per un pelo a non crollare.

Abbiamo montato mobili e continuiamo a montarne ancora, in questo posto che abitiamo e che ci somiglia ogni giorno di più, con i miei libri che sono sempre troppi e il tuo cioccolato e la tua raccolta di scontrini che occupano gli angoli più bui.

Ieri, per dire, abbiamo comprato dodici bicchieri. 
Perché quelli che avevamo non bastano per la cena di Natale.

E queste stanze sono davvero più belle quando si riempiono di gente, perché ci siamo noi ad aprire la porta, noi che siamo un'entità riconoscibile e questo contesto che ci accoglie comodo ed intatto, e le persone che di mese in mese, di anno in anno, ci piace avere intorno per tutto quello che rappresentano: tutto quello che abbiamo costruito e tutto quello che da loro prendiamo, a mani basse.
E se mai è possibile trovare un puntolino di significato, allora è proprio questo. 
Ed è l'unica cosa che voglio chiamare: casa.




martedì 12 novembre 2013

Metti due nipoti per casa

Che poi uno dice: non aggiorni mai il blog, che fine hai fattto?, non è che sparisci un'altra volta?
No, non lo farò.

E' che, come ho piuttosto laconicamente anticipato, il periodo è di quelli fitti fitti di cose e per davvero il tempo del cazzeggio informatico è ridotto a meno enne.

Se poi ci metti che pure il weekend viene trascinato da altre più importanti priorità, allora...

Perché metti due nipoti per casa.
Metti ste due che una sull'altra non arrivano alla tua infinitesimale altezza, metti che sono due femmine nel pieno del loro manifestarsi in duecentocinquanta sfumature di rosa - vadasé, anche rosa glitterato - e canzoncine e balletti.
Metti che si sono fatte con mamma e papà una transvolata dall'equatoriale Palermo all'autunnalissima Torino solo per andare a casa degli zii per un paio di giorni.

Embé, capisci che no, non c'ho avuto il tempo di sedermi a scrivere qua, sabato e domenica.

Che poi, in realtà, cominci ben prima dell'arrivo ad azzerare la tua pur minima autorità nei confronti di chi l'età la può mostrare ancora facendosi bastare le dita delle mani. E ti vedi, giuliva, fra le corsie del supermercato, mentre afferri compulsivamente nesquik, bauli morbidi amici, paneciok, minibrik di succo di pera e interi pollai di ovetti kinder (con le sorprese dei puffi due).
Ci sarà un motivo se il nucleo portante della parola 'viziare' è proprio ZIA.

Poi arrivano, e te ne fotti se rischi lo sfratto perché saltano e strillano nel tuo appartamento condominiale con le pareti di cartone, e te ne fotti del caos, dei colori in giro, dei fazzoletti smoccolati, perché ce le hai lì solo per te e ti fai colonizzare, ti godi le loro scarpe rosse che ci stanno tutte e quattro in una mattonella e i loro accademici discorsi sui Mylittlepony (che dio li strafulmini, sti equini, però!).

E la grande, che compie otto anni pochi giorni prima della zia (che ne conta 20 in più) che è già così grande e sa un sacco di cose. Lei che ti ricorda Hermione per quella sua saccenza fragilissima e insieme anche te stessa alla sua età, sotterrata alternativamente da libri e barbie, da scuole di danza e silenzi lunghissimi. E tu te la ricordi, quando è nata, e dici 'ma quanto tempo è passato?' e anche 'ma come ha fatto a passare così velocemente, che ieri ti tenevo in braccio infagottata in una copertina e adesso guardati, guardami'.

E la piccola, che è così dirompentemente ribelle e divertente, così allergica alle imposizioni e alla noia, così indipendente. Lei che ti guarda, mentre a stento nascondi uno sghignazzo per qualche sua buffa frase, e ti dice 'ti faccio ridere, eh zia?' C'ha tre anni e mezzo, sta disgraziata, come si fa? Io gliel'ho detto, ai genitori, che prima dei dodici gli porta il fidanzato con i piercing e poi vediamo se il tempo mi darà ragione... 

Hanno fatto il pieno di foglie e di ghiande da riportare ai maestri, ché loro in Sicilia l'autunno lo vedono quasi solo sui sussidiari, e quelle sfumature di rosso e quel rumore fragrante delle foglie cadute sotto le scarpe non li conoscono, e nemmeno quanto può essere grande un fiume e che odore ha, e se somiglia a quello del mare, ma senza il sale.

Sono ripartite ieri e ci hanno lasciato Peppapig ritratta sul frigo con i pixel colorati calamitati e un disegno con due conigli con le orecchie fucsia e blu elettrico.

Le vediamo troppo poco, ecco la verità. E ci accorgiamo tutto di un botto quanto crescono, nell'intanto che accumuliamo chilometri e miglia aeree, e ci commuove il fatto che non si dimenticano di noi, anche se passano mesi, da una volta all'altra.

Ho mostrato loro le foto di Anna sul cellulare: 'questa è la nuova nipotina degli zii', una bimba come voi, che riazzera il conto dell'infanzia e ci sottopone di nuovo daccapo a questo amore immenso e a questo strazio delle distanze. Ma sarà comunque bellissimo e privilegiato, come lo è con voi.
Perché a chi mi ha detto 'questa è la figlia di tuo fratello, adesso sei zia per davvero, è un'altra cosa', rispondo che no, non è un'altra cosa, non c'è differenza.
Non c'è davvero nessunissima differenza.

lunedì 26 agosto 2013

La Sicilia, secondo me

La prima volta che sono stata in Sicilia avrò avuto otto o nove anni.
Mi ricordo il traghetto e il palazzetto dello sport di Catania dove, vestita da scoiattolo, partecipavo a una competizione di danza. Niente altro.

La seconda volta che sono stata in Sicilia era il 2001, ed è stata anche la seconda volta che ho rivisto il mio consorte dal vivo. Era Messina e lui saltò la scuola per prendere un treno che, da Palermo, lo portasse all'altro vertice dell'isola per passare due ore insieme.

La terza volta che sono stata in Sicilia è stato un anno dopo la seconda, e stavolta a Palermo ci sono andata io, a casa sua.
La prima di innumerevoli volte successive.

Descrivere la Sicilia non è facile affatto.
Qualcuno mi ha chiesto se davvero esista quella Sicilia che si vede nelle puntate di Montalbano, quella specie di mondo giallo e caldo in cui il tempo pare essersi fermato, o comunque, sembra andare avanti molto pigramente. Rispondo: esiste, anche se non è proprio così letteraria.
Meno sedie di paglia, meno vesiti neri da donna, più plastica, più rumore.

Ma lo stesso, incomprensibile, equilibrio a sè stante.

Non conosco tutta l'isola, ovviamente (anche se per paradosso ho visitato più posti in Sicilia che in Calabria), e certamente la mia opinione e il mio racconto partono da Palermo, anzi meglio da Bagheria (sì, quella di Tornatore, e della Maraini, e di Provenzano) che è la patria natia del consorte.
Quindi mi scusino i siciliani alla lettura se si sentono ingiustamente chiamati in causa.
E mi scusino pure i palermitani e i bagheresi, non si sa mai.

E anzi, partiamo proprio da qui: la Sicilia è permalosa.
Vieni pure, traghetta, guarda, fai il bagno, suda per il caldo, fotografa i templi, la storia, la polvere. Ma non giudicare. Non si tratta di semplice campanilismo. E' qualcosa di più simile alla gelosia. 
Se non ci sei nato non puoi capire.
Questo diventa una specie di mantra.

La Sicilia ama improvvisare. I siciliani sanno sbrigarsela prodigiosamente, nell'emergenza. Qualcosa che da queste sabaude parti è parente dell'impossibile. C'è una capacità innata nel trovare soluzioni a problemi quotidiani, a ostacoli antipatici, un tubo che perde, la precedenza ad un incrocio, un lavoro da inventarsi per campare.

La Sicilia possiede la bellezza dei dettagli. C'è una battuta famosa del film 'i cento passi', in cui Peppino Impastato descrive l'attitudine dei siciliani ad abituarsi a paessaggi orrendi, pur di aggiungere in essi qualcosa che li renda familiari. Una casa di lamiera, ma con le tendine e i gerani. Ecco, io credo che per vedere la bellezza, la tanta bellezza della Sicilia, bisogna imparare ad astrarre i dettagli dal contesto, ignorare i cassonetti straripanti di sacchetti e isolare il fregio antico di una villa, mettere da parte il metallo che pugnala certe case diroccate e concentrarsi su un golfo sul mare, su un fico d'india. Non voglio parlare per stereotipi ma credetemi, è difficile davvero dare un'idea esatta di cosa intendo.
Se non ci sei stato non puoi capire.
Lo vedete, ci casco pure io.

La Sicilia è in perenne equilibrio. Prima parlavo della facilità con cui i siciliani trovano soluzioni ai problemi. E' una grossa qualità, un talento creativo direi. Ma l'altra faccia della medaglia sta nel fatto che queste soluzioni sono sempre precarie, mai durature, mai lungimiranti. Finché riesco a far stare la mia busta di spazzatura nel mucchio senza farla rotolare via, allora non è un mio problema. Mi costa dire che anche dalle mie parti, purtroppo, si ragiona spesso così. Finché posso dipingere il mio palazzo di verde, o lasciarlo cadere a pezzi, nonostante tutto ciò che c'è intorno, allora non è un mio problema. I risultati possibili sono due: le cose non durano a lungo o, se durano, sono fatalmente brutte. Come direbbe mio suocero, l'antica arte dell'arripizzamento (il riparare alla bell'e meglio).

La Sicilia va piano. Con calma. Che fretta c'è. Pensiamoci. Poi vediamo. Aspetta. Siediti.
Ci sono momenti in cui questo approccio al mondo mi manca moltissimo. Ci sono strade in cui il tempo davvero sembra essersi fermato, vecchine affacciate come le racconta Camilleri, e sedie sull'uscio, e uomini vestiti di tutto punto col cappello bianco e il bastone accomodati a guardare il resto passare. Le auto arrivano a lambire gli alluci e loro non si spostano di un millimetro. Il vicolo è loro, sono loro a decidere la tua velocità. Quindi piano. Vai piano.

La Sicilia ha un'ironia fulminante. Certe trovate ti vengono solo se hai la mente allenata alle bizzarrie di una vita senza troppe regole. La lentezza del mondo che passa è compensata da una rapidità esagerata nel trovare il lato comico delle cose, nel dissacrarlo, nel farne slogan che sdrammatizza ed esorcizza. Andate a Ballarò, se vi capita. Cercate di decifrare il dialetto strettissimo dei mercanti che abbannìano per convincervi a comprare la loro roba. Per dire,ci sono perle come questa: 

La Sicilia, come dimenticarlo, è un'isola.
Scavalcate l'apparente banalità dell'affermazione. Io non l'avevo capito fino a quando il consorte una volta mi disse: se voglio, posso prendere qualunque treno, andare in posti che non conosco ed avere comunque la certezza di non uscire da qui; sul continente non è la stessa cosa: rischi di perderti e chissà dove arrivi. Il mare, tutto intorno, che abbraccia, che protegge, che tiene distante il resto.
Nel bene e nel male.
E' una specie di calamita, una madre possessiva che stenta a lasciarti andare, e non lo fa mai del tutto, se sei suo figlio. Se sei nato lì. E, al contrario, non riesce mai a farti entrare davvero nel suo cuore, se vieni da un'altra terra. Io lo vedo, su di me.
Perché la racconto senza essere siciliana.
E lo so, lo sento come un brivido dietro le orecchie, che questo ai siciliani non piacerà. Che non è un mio diritto.

Io, che la Sicilia la amo perché è la mia seconda casa (o la terza? o la quarta?), perché lì ho affetti che non si possono sradicare e perché la vedo riflessa nella pelle e nei gesti della persona che mi sta accanto ogni giorno. 
Perché adoro vederla apparire arrivando a Villa S. Giovanni in treno o in macchina.
E poter dire, con gli occhi familiari di una figlia acquisita, Ecco, sono tornata, ti riconosco.

venerdì 9 agosto 2013

E se poi te ne penti?

Oggi la mia coscienza ha le fattezze di Padre Maronno.

Come ormai tutto l'universo mondo sa, oggi è l'ultimo giorno di lavoro, prima delle due settimane di stop ferragostano, evviva evviva, cori di giubilo, crisi mistiche, coriandoli, ricchi premi e cotillon.

Quello che l'universo mondo non sa, tuttavia, è ciò che prevede la tabella di marcia della partenza, della permanenza e della ripartenza.


Jingle: E se poi te ne penti??

Padre Maronno, perché? Sto andando in vacanza, finalmente abbandono questa mentula di città polentona con le velleità climatiche del Cairo, posso bearmi del riposo di ben 16 giorni prima di ritornare a tumularmi nel loculo, e allora dài, dammi tregua, dassami stara (come direbbero i miei concittadini calabri)...

Ma no, Padre Maronno lo sa, mannaggia ai pescetti.

E se poi te ne penti??

Perché le prossime ore prevedono questo: passare il pomeriggio a impacchettare il necessario per campare due settimane in Sicilia, avendo cura di far entrare tutto nel più piccolo spazio possibile, visto che siamo in 4 in un auto sola, che di certo non è una station wagon e meno che mai un SUV.

E se poi te ne penti??

Lo so, lo so. Me, il consorte e i due suoceri in un minuscolo spazio vitale (cit.) per più di una mezzoretta continuativa potrebbe rivelarsi uno scenario problematico... ma su, su, possiamo farcela, siamo grandi, grossi e vaccinati...

Dice, a che ora partite? 
Eh.
Noi siamo partituri intelligenti.
TUTTI IN MACCHINA ALLE ZERO TRE E ZERO ZERO DEL DIECI CORRENTE MESE, SCATTAREEEE!
Giusto Cielo...
Padre Maronno mi tira per la mezza manica...

E se poi te ne penti??

Dice, ma quanta strada dovete fare?
Mmhh.. spetta che prendo un attimo Google Maps... dunque, da Torino a Catanzaro, destinazione casa dei miei, fanno più o meno, all'incirca, su per giù... 1262 chilometri.
Ah beh.
Comodi. Che, col bollino nero, nero come il carbon di domani, significa 15-16 ore di viaggio se ci dice culo.
Poi giusto il tempo di darsi una sciacquata all'ascella, dormire in un divano letto, chiacchierare un paio d'ore, e si riparte verso la ridente provincia palermitana.
Che, conti alla mano, fanno altri 371 chilometri.

E se poi te ne penti?? Alias: non era meglio un aereo? Comodo, un'oretta e mezza e passa la paura... No! Caro Padre Maronno dei miei stivali, ché in 4 facevano almeno 700 euro di biglietti. E sai com'è.

Comunque sia, una volta lì sarà tutto diverso, nipotine da viziare, brioche col gelato da divorare, mare, amici, e poi soprattutto il ferragosto da passare tutti insieme, ci saranno anche i miei che ci raggiungono in Siculandia per la prima volta dopo anni, evviva evviva, suoceri e consuoceri finalmente insieme...

E se poi te ne penti??

Padre Maronno, ti supplico, un po' di fiducia, sennò non ne esco viva...
Che vuoi che succeda, insomma?

Eh.
Oh.
...

Comunque il ritorno sarà diverso: abbiamo già prenotato la nave fino a Genova e il consorte mi ha assicurato che d'estate è una figata: piscina sul ponte, cinema, ristorante e quant'altro, e che la tragica esperienza del gennaio 2010 - mare forza nove per 27 ore di viaggio, vomito con la frequenza delle contrazioni di una partoriente - resterà un brutto, bruttissimo ricordo...
...
Che c'è?
Che vuoi ancora?

E se poi te ne penti??

Padre Maronno basta! Se vuoi venire con me vieni, ma stai buono e zitto per carità.
Che sto andando in vacanza.
Lo vedi? Sono serena e rilassata.
E pronta - quasi - a tutto.



venerdì 19 luglio 2013

Le rondini, il piccione, il cuculo

Le rondini, il piccione, il cuculo.
La mattina quando mi sveglio, in quest'ordine o in un rimescolamento a piacere.
Già a quest'ora, poi, le cicale.
Allora sei pronta? Sì, piego l'asciugamano e ho fatto. Ma la settimana enigmistica l'hai presa? L'ho presa. E il libro? L'ho preso. E la crema solare? L'ho presa.
Protezione 30. Mi brucio. Protezione 50+, quella per i bambini. Meglio. Ma rimettila dopo il bagno. Eh sì, sì. Non ti preoccupare.
E a pranzo che mangiamo? Frese al pomodoro va bene? O insalata di calamari. Tutteddue.
E la provolina, ovviamente.
La provolina è come il prezzemolo. Le prime due lettere in comune dovevano mettermi sull'avviso.
Vabbè, allora mi vado a stendere una mezzoretta. Ma dormi? No, che dormo, leggo un po', mi rilasso... A-ah.
Lo facciamo un caffè? Sì, però fallo tu. No tu. Vabbè, io lo faccio, ma non lo guardo.
Beh, io scendo al mare. Ma zia viene? Eh sì, più tardi arriva. Porta i bambini.
"La pissòla! La pissòla ad acqua! Ti sprusso!"
"Giochiamo? Facciamo il bagno? Facciamo i castelli/le formine/la capanna?"
Ma l'acqua è fredda. Ma che dici è un brodo! Sì vabbè, è gelata! Ma no, devi entrare poi si sta bene. Dài tuffati. No. Tuffati! No! Allora ti schizzo. E io ti affogo.

Milledduecento sfumature di blu.
Trasparente biancastro verde acqua celeste chiaro celeste scuro azzuro blu blu scuro. Bianco. E' passata una barca.
Che luce che c'è. Faiunafoto.

Ciao zi'. Ehi, Valeriù! Che bello che siete tutti qua. Sietetuttiqqua.
Che libri stai leggendo?
E a Torino come va?
Ne vuoi ancora? E provalo, l'ho fatto io.

Che gusti volete di gelato? Nocciolapistacchiocioccolato. Un po' di frutta per favore che io le uova crude...
La vuoi vedere l'ecografia? Il profilo? La mano? E' una mano? Boh. E il nome? Boh.

Vabbè allora io vado a letto. Diggià? E sì ho sonno. E dopo che il pomeriggio non dormi...
Buonanotte. Buonanotte.

Buongiorno. Buongiorno.
Ho fatto la crostata. Buonissima.
Allora andiamo? Dai che poi il sole è troppo forte. Faccaldo.
Sì arrivo, un minuto.
E spegni 'sto computer che sei in vacanza.
Sì ecco, ho finito.

Arrivo.