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giovedì 8 giugno 2017

I Vorrei e i Grazie per

Fra i molti blog che seguo, che siano a tema 'maternità' (da un po' di tempo a questa parte) oppure no, ce n'è uno che mi è particolarmente caro ed è piuttosto famoso: il blog di Claudia De Lillo, alias Elastigirl. Il suo ultimo post si intitola 'Vorrei terapeutici' e dipana con la sua consueta ironica malinconia la lista dei desideri ingoiati con i quali ha a che fare in quanto mamma di tre figli maschi, e lavoratrice instancabile, e donna sempre alle prese con una vita che è un frullatore. Fra i commenti che ha ricevuto questo post, uno recita, all'incirca, 'vanno bene i vorrei, ma se ci si concentrasse anche sui 'grazie per', forse si vivrebbe meglio'.

Ho pensato a me, alla mia vita attuale, a quanto è diversa da quella di uno, due anni fa e mi sono detta che ho moltissimi 'vorrei' da parte, e forse altrettanti 'grazie per' che meritano di farsi strada nella mia quotidianità.

Quindi ecco, l'argomento non è originale, ma l'esercizio è, come dice Elastigirl, terapeutico.

Vorrei dormire otto ore di seguito e svegliarmi di mia sponte, possibilmente riposata.
Vorrei il freddo, adesso, e il gusto di farmi abbracciare dalle mie due personali stufette.
Vorrei il mio corpo indietro, non solo e non tanto con cinque chili in meno, ma con le sue naturali, riconoscibili risposte agli stimoli esterni, che non includano fuoriuscite di latte e capelli che cadono e ormoni che ballano.
Vorrei tornare al lavoro, e questo succederà presto, ma vorrei farlo senza lo spauracchio di un contesto che mi accoglierà con più problemi che altro.
Vorrei non temere la mancanza del pargolo, quando tornerò a lavoro.
Vorrei non desiderare almeno una volta ogni giorno di essere altrove.
Vorrei stare meno tempo da sola.
Vorrei la mia famiglia più vicina, per poter stare insieme a tutti e a ciascuno senza tempi stabiliti da partenze e arrivi e, quindi, senza dover concentrare tutto in poche ore, o giorni, per poi stare mesi senza.
Vorrei avere più soldi, per non dover pensare con preoccupazione a come far quadrare il bilancio familiare.
Vorrei guardare mio figlio sempre con entusiasmo e stupore, mai con noia o insofferenza.
Vorrei sapere più cose della vita dei miei amici e sentirmi indispensabile.

Ma grazie.
Grazie per la mia salute, perché sto bene, fatti salvi gli acciacchi.
Grazie per la fortuna che abbiamo avuto: desiderare un figlio e averlo dopo poco, senza difficoltà.
Grazie perché è sano come un pesce, ed è bellissimo.
Grazie per il consorte, perché pur attraversando la tormenta, in questi mesi, siamo sempre ancora noi e per la maggior parte del tempo solo noi, e ce la facciamo, siamo bravi.
Grazie perché c'è un lavoro che mi aspetta anche se ho un figlio, e di questi tempi non è affatto scontato.
Grazie per i sorrisi gratis, per le risate sottovoce alle dieci di sera, per gli abbracci quando li chiedo e anche quando non li chiedo.
Grazie per le persone che abbiamo intorno, per i legami che ci stringono insieme, per la facilità di ritrovarci nonostante le difficoltà di ognuno.
Grazie per la prospettiva sul futuro, che è spaventosa, ma anche stimolante, e porta con sé le tracce di vita nuova, comunque piena.
Grazie perché basta un attimo per ritrovare la mia famiglia, sempre la stessa, sempre imperfetta e accogliente, forse un po' invecchiata, ma comunque in grado di riadattarsi ai nuovi equilibri e ai nuovi arrivi, con l'amore negli occhi.

Grazie per tutti i miei vorrei, perché non mi accontento, perché mi servono i progetti e la visione sul domani per riconoscermi, anche un po' per lamentarmi, per riflettere e riflettermi, e per sapere dove trovarmi.

domenica 14 maggio 2017

Festa

C'è stato il tempo del silenzio, quello che ha permesso la ricostruzione della routine e dell'equilibrio.
C'è stato il tempo di mettere le tessere a posto, incastri cauti, dal profilo basso, sottotraccia.

C'è stato il tempo di tornare a godersi casa, e impegni, e nullafare.

C'è stato il tempo di avere un orizzonte, anzi no, qualcosa di simile a un baratro, ma meno apocalittico, forse più simile alla cima di una cascata, o al vertice superiore di un ottovolante.

C'è stato il tempo di cercare, di pensare e cercare, il tempo di immaginare.
Di sperare, e di disperare, quello no. Non c'è stato il tempo.

C'è stato un vortice che risucchia, una vertigine emozionale che fa girare la testa e formicolare le dita di mani e piedi.
C'è stata l'ineluttabilità di prendere coscienza che tutto cambia, che tutto stava cambiando, era già cambiato.

C'è stata l'ostinazione di mantenersi fedeli a sé stessi, nonostante i cambiamenti, visibili e invisibili. Di procrastinare il più possibile il momento in cui l'identità avrebbe dovuto fare i conti col nuovo, con l'esplosione.

C'è stata la paura, c'è stato l'entusiasmo, c'è stata la felicità, a pezzetti, a briciole, a bocconi.
Nel silenzio di casa nostra, a contare i passi ed i momenti prima di.
Prima che.

Arrivassi.

E no, non lo so scrivere.
Annulli la capacità di mettere ordine nella testa, non ne dai il tempo, non c'è spazio per la riflessione.
C'è solo l'attimo, il presente, l'adesso.
Ed è così pieno, così pervasivo.

Tu che sei nuovo,
sei perfetto,
sei nostro.

E ci sorridi, ti avvinghi, ti contorci. E piangi, ti ubriachi, dormi.
Fai ridere, fai piangere, fai stancare.

Sei l'orgoglio e la scommessa.
Ogni giorno, ogni ora diverso.
Ed io, sempre la stessa, sempre diversa.
Ancora zoppicante, incastrata a fatica.
Ma in equilibrio, su funi altissime.
Fiera di r-esistere, con te.
Per te.
Che mi regali questa posizione scomoda ed eletta, preziosissima.

Che vento, che vista che c'è.
Auguri a me.

venerdì 16 ottobre 2015

Come stai?

Come stai?
Come sto? Che domanda... Come sto... Dipende, ecco, dipende, oggi per dire 'no schifo, ieri 'no schifo un po' di meno, due giorni fa alla grande. Va così.

Come stai?
Sto in bilico, tanto per cambiare. Equilibri instabili, solita storia. Abituarcisi mai.
E' che forse c'ho il baricentro più alto, da un po', e tendo a caracollare più facilmente.

Come stai?
Bah... Che vuoi che ti dica. Da due mesi guardo dritto davanti a me, senza sbirciare i piedi, chi si ferma è perduto. O è caduto, peggio. Non è lecito cadere, non si può. Bisogna. Restare. In piedi. Pilastri. E sì, alla fine sono stata brava, alla fine mi sembra di aver resistito bene.
Ho fatto tutto da sola.
Che bambina grande.

Come stai?
Sì ma tu chi sei? Chi sei tu, che me lo stai chiedendo? No perché mi sa che sei solo una voce nella mia testa, sei solo un'eco della mia voce. Come sto? Tanto vale che me lo chieda direttamente da sola.
E' questo il problema. Chiederselo da soli. Darsi una risposta sufficiente, esaustiva. Capire cosa c'è che non va, rimpicciolire il problema fino a farlo scomparire, o forse solo fino a renderlo minimo abbastanza da nasconderlo dietro a qualche sinapsi. Razionalizzare e reagire. Razionalizzare e metabolizzare. Ti piacciono queste parole, eh? Passerà. Passerà tutto e tornerai come prima.

Come stai?
Che poi succede che qualcuno te lo chiede davvero, come stai? Ed è come essere un castello di carte in mezzo alle correnti d'aria. Succede che crolli e non te lo aspetti. Succede che crolli quando meno te lo aspetti. E basta un niente.
Non ero così, io non ero così. E allora come è possibile che adesso.. Davvero volete convincermi del fatto che non è indolore questo meccanismo? Che mostrarsi incrollabile ti rode dall'interno come le termiti? Che non posso dominare le mie reazioni emotive?

Come stai?
Magari starei meglio, se me l'avessero chiesto di più, come stai? Sono arrabbiata, arrabbiata col mondo. Magari starei meglio, sarei meno satura, più lucida, se non avessi dovuto fare tutto maledettamente da sola, se l'intuito degli altri fosse arrivato a capire che bastava chiedere, come stai? E magari ascoltare. Magari farmi parlare un po' di più.

Mi manca la sicurezza dei rapporti profondi.
Il poter dire: parliamo. Lo sfogo. La lentezza di farmi ascoltare. E mi manca anche il racconto degli altri, le confidenze. Che sono qui. Parlatemi. Sono qui.
Dov'è che sbaglio?
E' il tempo?
E' il mio carattere? Sembro spocchiosa? Sarcastica? Superiore? Cosa?
Fatemi capire.
E capitemi, maledizione.

martedì 14 luglio 2015

Allosanfàn

Che il genere umano trova conforto nel ricondurre le proprie casualità a ordini precostituiti e coincidenze più o meno artificiali.

E chi siamo noi per dissentire?

Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.

Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.

C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.

Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.

Il giorno della gloria è arrivato.

Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)


lunedì 11 maggio 2015

Di intermittenze e di morte

E' lunedì. Questo già basterebbe.

E' lunedì e ho i capelli lisci. Li ho tagliati sabato, la parrucchiera ottimista mi ha fatto i boccoli con il ferro, son durati due ore a essere buoni, ora c'ho il caschetto. Ma stasera li lavo, eh.

E' lunedì, ho i capelli lisci e fra due ore rinnovo la patente scaduta sette mesi fa. Questo dovrebbe significare che ho l'intenzione di ritornare a guidare, o almeno, di ritornare a prendere confidenza con le 4 ruote, cosa che non faccio da almeno un paio d'anni. Bella l'ecosostenibilità, belli i mezzi pubblici che funzionano.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente e alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare comprato una settimana fa, quello che tieni in borsa e all'occorrenza sfoggi sul treno saturo e contrario a qualsivoglia norma di sicurezza, lo apri e ti siedi, magari pure nel vagone dove c'è l'aria condizionata. Expo dimmerda, ormai non si trova posto manco a pregare in turco-aramaico.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente, alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare e ho appena finito il libro di Saramago intitolato "Le intermittenze della morte". Manco a dirlo, capolavoro. Saramago non delude mai e ho pure quel certo senso di colpa per il fatto che ancora questo suo non l'avevo letto, nonostante sia di un po' di anni fa, nonostante lui sia morto già da cinque anni, dannazione.
Parlare della morte non è una cosa facile. Quando poi decidi di farne il personaggio, la protagonista di una narrazione, la difficoltà si amplifica, perché prova a mettertici, nei panni della morte. Se proprio vuoi fare un salto mortale, allora non solo parli della morte, non solo la fai agire come un personaggio, ma decidi che le sue azioni scardinano il consueto ciclo naturale cui noi umani siamo abituati, e cioè che - guarda un po' - a un certo punto si muore, ne abbiamo naturalmente paura, ne abbiamo naturalmente cognizione, fin da quando nasciamo, o poco più tardi; decidi, insomma, che la morte d'un tratto dica Basta, domani non muore più nessuno, e provi a immaginare la catena di eventi, di reazioni a cascata che una tale, devastante modifica al normale quotidiano riesce ad innescare. La crisi sociale ed economica di ospedali e case di riposo intasate, le rimostranze dei becchini disoccupati e degli assicuratori preoccupati, l'imbarazzo della Chiesa, il sempre più malcelato ribrezzo dei vivi nei confronti dei moribondi destinati al limbo, dei vecchi sempre più vecchi, dei malati terminali senza termine.
Devi essere un genio della letteratura per riuscire a incanalare con efficacia questo flusso di umanità e di meschinità in parole scritte, convincenti ed esatte. Devi essere uno dei pochi nell'olimpo degli scrittori per intravederne la gigantesca ironia e non cedere al cinismo, rimanere leggero, mentre la ri-racconti.
Saramago ci riesce, non c'è nulla da dire. E' per questo che con lui vado sempre a scatola chiusa, certa che la lettura di un suo libro non sarà mai solo intrattenimento, ma ricchezza intima e nitidezza maggiore nel vedere il mondo, una sfumatura, un dettaglio in più.
Circa un mese fa, ho finito di leggere un manga piuttosto famoso che si intitola "Death note". Di nuovo la morte, stavolta nei panni di un dio annoiato che, per diletto, lascia cadere nel mondo degli umani il suo quaderno, quello su cui scrive i nomi delle persone che decide di far morire. Il quaderno lo raccoglie un ragazzino, Light, annoiato pure lui, e con esso raccoglie anche la capacità di far morire i suoi simili con un tratto di penna.
L'ho detto: è difficile raccontare la morte. Mi dispiace, ma Death Note ci riesce solo a metà, perché l'idea è bella, è stimolante, ma non c'è nulla di quella saramaghesca capacità di interpretazione delle reazioni che gli esseri umani hanno di fronte alla fine della vita. Qualcosa che guarda agli istinti più ancestrali e alle convinzioni più nascoste riguardo se stessi e gli altri, riguardo il concetto di giustizia e di legame fra i simili.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente, alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare, ho appena finito il libro di Saramago intitolato "Le intermittenze della morte" e mi convinco che bisogna parlare di ciò che si sa, e sono contenta quando imparo qualcosa di nuovo, sono contenta quando consiglio un libro, quando discuto di un manga che non mi è piaciuto con un gruppo di amici, quando scrivo, ritagliando lo spazio e il silenzio necessari, nonostante i picchi negativi, e le altre priorità, e le ansie quotidiane.
Nonostante tutte le mie terrorizzanti intermittenze.


venerdì 3 aprile 2015

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello

A tentare di riordinare nella mente la vita passata dell'ultimo mese faccio una fatica boia.
Marzo m'è scivolato fra le dita con una velocità stratosferica, uno sguisccc di sapone sotto le tappine da doccia.

Mi giro e sono a Venezia, mi rigiro e devo fare la spesa per il pranzo di pasqua. 
Mh.

Marzo pazzerello, esce il sole e prendi l'ombrello, recita l'adagio infantile. Marzo sui sussidiari lo disegnano così: il sole velato da una nuvola, dalla quale cade a gocce spesse una pioggia trasversale. 
Mi pare un'immagine adatta.

Muovendomi a gran velocità, ho attraversato i giorni di questa fine d'inverno senza rendermi troppo conto del divenire, attenta al presente, tutt'al più alle cose da fare domani, poi domani si penserà al resto, e così via.

E la cosa buffa, la cosa a ben vedere assai marzolina di questo mio marzo, è il fatto che beh, in fin dei conti, qualcosa mi ha lasciato, questo terzo mese duemilaquindici, varie postille bizzarre, episodi estemporanei e cambi di manovra che sì, a pensarci prima, valeva la pena di scriverci sopra, ma niente, il vento mi ha trascinato ogni volta appena più in là, dove ormai diventava inutile e posticcio ridirne, vabbè, sarà per la prossima. Una novella Mary Poppins, direi, mi manca solo l'ombrello con la faccia da pappagallo petulante sul manico.

Indi per cui, estimatori degli amarcord e dei bullet points, vi faccio contenti dicendovi che nel corso di marzo ho:

RIP lavabo (novembre 2009-marzo 2015)
- rotto il lavandino del bagno: non il tubo, né alcuna parte idraulica, ma la vasca di ceramica. Come? Facendogli cadere dentro una boccetta di profumo che, a quanto pare, è fatta di diamante puro, visto che non si è nemmeno scalfita. Agevolo la testimonianza iconografica del fatto.

- cambiato corso di yoga: ho abbandonato la matta mistica catanese (bella la pronuncia etnea del sanscrito) a favore di un corso molto più serio e senza menate filobuddhiste, cosa che il mio animo ad altissima base illuminista ama visceralmente. Unico neo: con quello che costa, frampo' andavo a farlo direttamente in India. Vabbe'.

- parlato ad un serissimo e professionalissimo convegno, di un argomento serissimo e professionalissimo, senza andare in iperventilazione. Applausi, grazie.

- visitato, insieme al consorte, ventordicimilamilioni di case in vendita, ma su questo argomento spero, promitto e juro che ci farò un post quanto prima...

- partecipato al festival torinese del cibo di strada, che mi ha permesso di trangugiare indecorose quantità di roba fritta e unta e goduriosa. Peccato ci sia costato come una cena di pesce. Vabbe' bis.

- cominciato una nuova dipendenza telefilmica: Once upon a time. Graziosa, invero, primaverile al punto giusto e con un buon tasso di deriva dipendente.

- quasi finito Death Note e Breaking Bad: mancano tre puntate dell'uno e dell'altro. Dell'uno, in parallelo, l'ultimo volume del manga. Occidente vs Oriente 1-0. E approfondirò anche questo...

- comprato l'ennesimo libro di Saramago, incurante dei venti volumi in attesa di lettura fermi ai box da un pezzo.

- rotto e quasi perso l'unghia dell'alluce destro. C'è da dire che è stata l'occasione per vincere la fobia del medico di famiglia ancora sconosciuto. Confido fortemente che tornerà allo stato normale prima dell'avvento dei sandali.

- in ultimo, cominciato a fare fitness very strong in casa: completamente aggratis, youtube-ti-amo, zero tempi morti. Lo so che fa molto videocassette anni ottanta, ma al momento mi sembra il compromesso giusto fra leggerezza e gusto. E poi avere la doccia a due metri dal tappetino e il pigiama a due metri dalla doccia non si batte proprio!

Mi sembra tutto. Gli ultimi giorni sono stati molto, molto movimentati e il giro di boa di aprile mi sta sembrando alquanto catartico.
Prevedo cumulonembi alternati a soli splendenti e raffiche di vento e - forse - temporali. Ma sono pronta, sono carica, e per l'occasione riscomodo perfino il sussidiario elementare...

Quando piove non mi cruccio, vado a spasso col capuccio!

Mai rinunciare a una rima baciata... ;)

martedì 27 gennaio 2015

La memoria del giorno

"Valeriu', che stanno costruendo là?"
"E' un hotel, nonna"
"Bello! Mi sembrava una banca, però..."
"..."
"Valeriu'?
"Dimmi, nonna"
"Ma stanno costruendo una banca là?"
"No, nonna, è un hotel".

Mia nonna stira da dio. Se le dai una camicia comincia a svaporare di su, di giù, di lato, te la ripiega che manco quando è uscita dal negozio e quasi quasi ti pare male ad indossarla e sgualcirla di nuovo.
E' nata il 21 marzo del 1921, il giorno di inizio della primavera, prima femmina dopo tre figli maschi, era la Domenica delle Palme e per questo motivo le hanno dato un nome bizzarro: Irma Palma Maria.
E' alta per la sua generazione, quando esce in paese con le amiche deve camminare giù dal marciapiede, sennò si nota troppo la differenza.

"L'anello, l'anello con l'acquamarina, che fine ha fatto?"
"Dove l'hai messo?"
"Me l'ha preso qualcuno"
"Non ti ricordi dove l'hai messo?"
"Io non l'ho messo da nessuna parte"
E' qui. Appeso al polso di una delle mie bambole.

Mia nonna lavorava, da ragazza. Era impiegata all'anagrafe fascista, assegnava i ragazzini ai gruppi decisi dal duce in base all'età: giovani balilla, figli della lupa. Stipendio mensile: 300 lire.

"Venga signora, le faccio lo shampoo"
"Mio fratello Pepè mi fa ballare. Quando facciamo le piroette mi gira tutta la gonna! Valeriu' tieni, vammi a comprare le calze"
"Nonna, sono 50 lire..."
"E portami il resto".

Quando smette di passare la lucidatrice, prima che cominci la Ruota della Fortuna, mia nonna prende gli album delle fotografie della sua famiglia e mi racconta le storie del suo passato.
La memoria è una cosa importante. Non va sciupata. Va conservata, alimentata. Tramandata.

"E questo chi è?"
"Mio fratello Mario. Era bravissimo con i giochi di parole, le sciarade, i cruciverba. E scriveva poesie"
"E questo?"
"Lui è mio fratello Antonio. E' morto di tifo a quattordici anni. Le grida di mia madre ancora me le ricordo..."

Quando vengono a prendermi, Schindler's List è iniziato da poco. Hanno allestito una specie di sala cinema nella palestra della scuola per farci entrare tutte le terze classi del liceo. Sono ospite da mia zia, in questi giorni, perché i miei sono a Genova per vedere un medico che capisca qualcosa della malattia di mia madre, ma io non sono preoccupata: andrà bene.

"Dov'è?"
"Non lo so, è andata a buttare la spazzatura e non è rientrata!"
"Dobbiamo cercarla"
"Mamma, ma dove eri finita?"
"..."

Io mi ricordo gli occhi di mio cugino, fuori dalla palestra. E' venuto lui. Non c'è bisogno di dire niente, lo capisco in un istante, guardandolo. Non ho niente da dire. Solo un formicolio che parte dalla punta delle dita, e sale nello stomaco, alla gola, agli angoli degli occhi. Non so fare niente.

"Mamma, guardami, mi riconosci? Sono tua figlia!"
"Mia figlia? No, tu non sei mia figlia... Mia figlia è bellissima!"

Il brodo e la cioccolata calda. Io non lo so perché, ma tutte le volte è così: portano il brodo e la cioccolata calda. Dice che quando muore qualcuno si usa. Ho chiesto di tornare a casa mia. Sono da sola. I miei, nel frattempo, sono sull'aereo del ritorno. Io mi chiudo in casa, non rispondo al telefono, guardo un film. Metto la musica di Tracy Chapman, che mi pare adatta. Sono un'adolescente che ama scrivere. Scrivo. Esorcizzo. Ricordo mia nonna.

Gli ultimi mesi non era più lei. Siamo andati a salutarla per l'ultima volta almeno tre volte.
Che cosa buffa.
Salutare una persona pensando che sarà l'ultima volta che la vedi viva.
Si è rimpicciolita. Non è più tanto alta. Mi sembra inverosimile.

Bizzarra, alle volte, la vita.
Mia nonna, per dire, che decide di morire di Alzheimer giusto il giorno della Memoria.
Fa quasi ridere, detta così.

Io lo so che non è giusto, che non è storicamente corretto, che non è ortodosso.
Eppure.
Più ci penso, più non mi sembra possibile un'altra via.

Che non è così assurdo ricondurre le tragedie universali ai propri, intimi terremoti emotivi.
Che forse il modo giusto per capirla, la storia, è guardarla attraverso la lente di ciò che noi viviamo.
Introiettare gli eventi personalizzandoli.

Comprendere a fondo cosa significa avere paura di perdere tutto, la propria famiglia, la propria identità, i propri ricordi.

Per me è questo, oggi.
L'immagine che ho negli occhi, quattordici anni dopo la sua morte.
Ha il colore dei suoi capelli biondi, quando ancora erano biondi.
Ha l'odore del ferro da stiro, quando ancora riusciva a stare in piedi.
Ha la consistenza della cipria, quando ancora la custodiva gelosamente nell'anta destra dell'armadio.
Ha il gusto di pane, olio e pomodoro, quando ancora me lo preparava, i pomeriggi dei miei sette-otto-nove anni.
La mia memoria, il mio ricordo, oggi, è solo questo.
La voce dei suoi ricordi, quando ancora li aveva tutti, e me li regalava.


domenica 21 dicembre 2014

Capisci di essere invecchiata quando...

... Realizzi che tu andavi al cinema a vedere Titanic e intanto nascevano quelli che fra poco prenderanno la patente e avranno diritto di voto.

O_o


venerdì 5 dicembre 2014

Non luoghi, non io

Come immergersi in una piscina di yogurt, i tappi nelle orecchie e il formicolio alle punte delle dita delle mani e dei piedi.
Giù, con tutta la testa, ma con gli occhi aperti.
L'ovatta, tutto intorno. Riesci quasi a vederti da fuori. Un fischio persistente e lontano nelle orecchie, la sensazione che i limiti del corpo ci siano e non ci siano. Rarefatto, tutto.

E invece, sei in mezzo alla gente.
E invece, c'è il caos.

Non luoghi. Non io.

Succede a caso, di tanto in tanto.
Metti un piede sullo scalino della scala mobile, stai sulla destra, ti fai superare. Gente che ha fretta, che corre, e dovresti anche tu.
Pensi in un attimo: dietro ciascuno di questi individui c'è un mondo, una vita. Impossibile da rintracciare, non ora, non qui. Non luoghi, non io.

Pigiati nell'autobus, mentre gli ombrelli sgocciolano sui piedi di tutti e bagnano le cosce inevitabilmente attaccate. Odori senza nessun pudore, accavallati come nella più stretta intimità. Sembra quasi di vederti, appollaiata là in alto, mentre scruti tutta la scena come se non ti appartenesse, come se non ne fossi un pezzo anche tu. Chi, io? No. Non io.

E poi, di colpo, il vuoto.
Le otto di sera di un venerdì qualunque. La strada illuminata dai lampioni gialli, il riflesso nell'asfalto che moltiplica le luci per due. Nessuno cammina con te. Di colpo, hai spazio. Spazio. E respiri, rallenti i passi, ti godi ogni metro, ogni frammento di silenzio.
Se nessuno ti vede, tu non esisti.
Non esiste questo vuoto che non vuoi colmare. Non luogo, ancora, non io. Non tu.

Sei intermittente.
Accesa, spenta. Accesa, spenta. A mille, a zero. In quinta, in retromarcia. Fatichi un po', ammettilo.
Accesa, spenta.
Come le luci dell'albero di natale.
Lontano, vicino.
Toccare, abbracciare le persone. Sorridere.
Poi scrivere, tentare di spiegarti, come se fossi altrove, come se potessi trasferire tutti, di colpo qui.
Ancora un non luogo, ancora un non io.

Ritornare. Creare un post, dare un titolo.
Fare uno spazio e arredarlo.
Ti piace, stavolta, senza tappi nelle orecchie, senza yogurt di gente intorno, senza fretta.
Goderti il virtuale, assurdo non luogo che è qui.
Perché è un pezzetto di te.
Di me.
Di io.


venerdì 7 novembre 2014

Ho scollinato

Ho scollinato.
E' venerdì sera, è il 7 novembre e io ho scollinato definitivamente.
Sapete quando camminate in salita, quella sensazione di agognare la cima per godersi il panorama e poter poi agevolmente ridiscendere, un piede dopo l'altro, caracollando giù per la discesa erbosa? Ecco.

Io sono lì.

Non so bene come ci sia riuscita, ma ho percorso una strada ripidissima, durante le ultime tre settimane, un sentiero puntellato di: responsabilità crescenti, appuntamenti sovrapposti, aspettative altissime caricatemi addosso, ansie da prestazione, impegni affastellati in agenda, scadenze improrogabili, straordinari non considerati. E magoni in gola per la sensazione di non farcela, o peggio, di fare brutta figura, di non essere all'altezza, di sentirsi male anche, di chiedere troppo a mente e corpo e cuore.

Eppure eccomi, ci sono, ce l'ho fatta.

Mi succedeva sistematicamente, appena dopo aver dato un esame all'università, ma qualcosa adesso è cambiato, qualcosa di fondamentale, di definitivo, di scomodo anche, che è: sono stanca.
Stanca di una stanchezza che, spiace ammetterlo, è anagrafica, prima di tutto.
Gna' fo' più come una volta.

Perdo capelli, il mal di testa è troppo frequente e troppo forte, mi addormento nel bel mezzo di una discussione fra amici, tendo a deconcentrarmi troppo facilmente.

E no, non è proprio possibile.
Quindi stop, ho scollinato.
Da oggi, anche basta.
Da oggi, voglio la mia routine autunnale fatta di tempo per lavorare e tempo per riposarsi, tempo per fare sport, tempo per comprare un divano nuovo più comodo, tempo per godersi la casa, tempo per specchiarsi.
Dio, neanche mi specchio più prima di uscire, tanto i minuti sono preziosi.

E poi ecco, un'altra cosa.
Devo impedire che accada di nuovo.
Già l'anno scorso ho scritto di novembre, del fatto che il suo essere penultimo mese lo fa automaticamente corrispondere ad un basso profilo, un cammino sotto traccia che però, per ciò stesso, autorizza a prendere decisioni senza l'ansia del capodanno, a farlo a cuor leggero, diciamo pure spavaldo.
Quindi questo è il mio fioretto per l'anno nuovo, che per me comincia da subito: devo imparare a dire di no.
Facile, dite voi?
No che non lo è. Non lo è se lavorare precariamente vi constringe alla costante, bruciante, maledetta sensazione di pensare sempre 'grazie', che mi stai offrendo un lavoro, 'grazie', per avere scelto me e non un altro, 'grazie', perché lavoro e mi paghi. E come corollario: ogni lasciata è persa. Quindi sì, sempre sì, comunque sì, che fai non lo fai? E se poi perdi questa occasione? E se non ti richiamano? E se e se e se... Basta.
No, grazie. Due parole facili. Ce la posso, ce la devo fare.

No, grazie. No grazie, no, grazie.
Come dice (per altri, più nobili, motivi) Cyrano de Bergerac.

Che poi, alla fine, sono brava.
Alla fine, le soddisfazioni, pure alla spicciolata, ma arrivano.
E allora chi se ne fotte del resto.
Chi se ne fotte di te, lettore maligno, che mi leggi e mi gufi contro per invidia o maldicenza.
Chi se ne fotte delle paturnie di troppo, della modestia, dell'anonimato.

Io no.
Io ho scollinato.
Io sto in cima, per ora, per oggi.

E la vista, di quassù, è bellissima.

 

mercoledì 10 settembre 2014

Incubi prematrimoniali #3

La metà degli invitati non può venire poiché ha contratto il virus dell'ebola.
Alè.

[Combo: anche mia cognata ha cominciato a fare incubi sul mio matrimonio, per dire, stanotte ci sposavamo nel bagno di mia suocera... O_o]




venerdì 29 agosto 2014

I(n)spirazioni

Periodo caotico, questo.
Sono tornata dalle vacanza calabro-sicule da 5 giorni e già mi sembra come se non fossi mai andata via dalla mia routine torinese fatta di pendolarismi, maniche lunghe, cene a due, telefilm.
E si aggiunge, sempre più insistentemente, quella luce nell'angolino dello schermo, luce che diventa via via più grande, mi dice 'eccomi, sto arrivando', manca un mese, 30 giorni, 29 - merda, ventinove giorni!
Milioni di briciole cui trovare un posto, pensieri come punte di spillo che rendono la mia testa un porcospino, scuoto i ricci e mi dico: non vedo l'ora. E subito dopo: manca troppo poco tempo.
Inspiro.
Vorrei trovare più spazi per scrivere, per leggervi, e più ci provo, più i giorni si ostinano a terminare in fretta nel sonno del dopocena, la routine a raccontarla mi sembra sciapa, senza guizzi, poco ispirata.

Inspiro e ispiro.
Dany mi ha fatto trovare un regalo del rientro:


Che se c'era una cosa che non mi aspettavo di essere, quella è 'ispiratrice'!
Quindi ecco, mi butto a pesce sul premio, di cui ringrazio moltissimo la suddetta blogger viaggiatrice (lei sì che ispira, con i suoi racconti di mondi vicini e lontani, così belli da far venire in un momento la voglia di fare le valigie e andare) e onoro le sue regole:

- ringraziare il/la blogger che ha generosamente dato il premio (fatto)
- elencare le regole e inserire l'immagine del premio (in progress)
- dire 7 cose che ti riguardano (ora, ora...)
- rimbalzare il premio ad altri 15 blogger (ehm, magari facciamo diversamente)
- inserire il logo del premio nel blog e seguire chi te lo ha dato (Dany già la seguo, il logo campeggia sulla mia mensolina dei premi!)

Ecco le sette ciarliere bizzarrie che mi riguardano:

Uno: mi sto per sposare (come se non lo sapeste...). Dopo dodici anni di fidanzamento, di cui cinque di convivenza, ho chiesto al consorte (in barba a tutte le tradizioni e a tutti i film americani) di convolare a laiche, laicissime nozze.

Due: ho una serie di manie ossessivo-compulsive del tipo: l'ordine dei piatti, dei bicchieri e delle tazze nello sgocciolatoio, la maniera di rifare il letto (con riga e compasso, dice il consorte), i passi necessari a salire una rampa di scale...

Tre: in una vita precedente volevo fare la filologa romanza. Ci ho provato eh, ma il mondo accademico non mi è piaciuto e io non sono piaciuta a lui, quindi la mia strada mi ha portato verso il lavoro di bibliotecaria (che adoro!)

Quattro: conosco a memoria il ventiseiesimo canto dell'Inferno di Dante (quello di Ulisse).

Cinque: Ho la patente (che sta pure per scadere!!), ma guido pochissimo, solo quando torno in patria in Calabria e neanche sempre... qui a Torino sono ecosostenibile: mi muovo in bici e/o con i mezzi pubblici. Ma un proposito del prossimo autunno è imparare a guidare qui, fra viali e controviali.

Sei: ho una famiglia bizzarra... i miei genitori e i miei zii si sono accoppiati a tre a tre: due sorelle e un fratello di una famiglia con due fratelli e una sorella di un'altra famiglia, quindi io e i miei cugini abbiamo tutti gli stessi nonni e, paradossalmente, i miei genitori sono quasi cognati. E' stato un trauma, per me e per tutti noi 'figli' loro, scoprire alle elementari che le altre famiglie non funzionavano così!

Sette: adoro svisceratamente Italo Calvino. Qualunque suo romanzo, racconto, articolo, saggio per me è oro colato. Nessuno come lui sa rispecchiare il mio modo di vedere il mondo e di approcciarmi a chi mi sta intorno. O forse, è proprio grazie a lui che ragiono e agisco in questo modo.

Ecco, ora dovrei nominare 15 blog: troppi e troppo pochi! Facciamo così: visto che praticamente tutti i blog che seguo sono per me 'ispiratori', consideratevi tutti premiati e, se volete, lasciate nei commenti un elenco di sette cose che non so di voi...

E bentornata a me...


venerdì 8 agosto 2014

Dieci ottime ragioni

Uno: il succo di pera
Il succo di pera - light - aperto, assaggiato con una smorfia di disappunto nell'accertare che ha un terribile, terribile sapore, è il solo superstite all'interno del frigo, visto che consapevolmente non facciamo la spesa da dieci giorni.

Due: il relatore e il diluvio
Che potrebbe benissimo essere il titolo di una puntata di Game of Thrones (tipo 'L'orso e la fanciulla') e invece è ciò che ha popolato i miei incubi durante l'ultima settimana: riincontrare il mio relatore di tesi ed essere trascinata via da un diluvio stile Noè (quest'ultimo, peraltro, drammaticamente vicino alla realtà di ieri sera)

Tre: gli operai delle fogne
Gli operai delle fogne, insieme a rari ed inquietanti esemplari di nerd non italiani con sandali e calzini, accomunati tutti da un indecoroso afrore di piedi al formaggio, sono stati gli unici altri abitanti del Politecnico di Milano (dove ho il mio ufficio) in questi primi giorni di agosto.

Quattro: le foto del mare
Tutti voi, che siete al mare, che sguazzate dal 2 di giugno, che fate foto all'alba, ma anche al tramonto, e perché no al pomeriggio, foto tutte indistintamente caratterizzate dalla presenza costante e sfacciata del mare jonico, tirrenico, adriatico, ligure, caraibico, oceanico.

Cinque: l'appuntamento
Lunedì alle dieci e mezza del mattino. Per la prima prova dell'abito da sposa.

Sei: le piccole donne
La più piccola, la caloabroumbra che fra pochi giorni compie dieci mesi e non la vedo - diomio - da marzo. E le due più grandi, le siculofemmine già abbronzate che mi faranno da damigelle e hanno un sacco di arretrati da raccontarmi.

Sette: la casa nuova
Dei miei ventotto anni e mezzo, diciassette li ho passati in una casa, i restanti sono stati costellati da ritorni in quella stessa dimora, almeno a natale e ad agosto, ma in verità ogni volta che è stato possibile. Quella casa non mi vedrà più, ce n'è un'altra, neoacquisto genitoriale, fresca di vernice ai muri e di mobili appena montati, con le sue travi a vista, il suo soppalco, il suo odore ancora sconosciuto.

Otto: la provola
Non c'è bisogno di altre spiegazioni.

Nove: lo stress metabolico
In farmacia ho ritirato gli esiti del biotricotest per i disturbi alimentari. Risultato: sono stressatissimissima (ma va'?), il mio corpo gna fa' più e pensa di essere sempre sveglio tipo delirio a Las Vegas, non mi riposo abbastanza e anche quando dormo in effetti non recupero. In più sono intossicata e devo eliminare: pomodori, patate, melanzane, peperon(cin)i e - respiro profondo - farina di frumento (leggi pane, pasta, pizza, biscotti). Per due mesi. Aiutatemi.

Dieci: il tempo
Tempo. Tempo per stare distesa a guardare le mosche ronzare e le cicale frinire. Tempo per leggere. Tempo per stare con i miei parenti e i miei amici.
Tempo per non lavorare.

Ecco.
Dieci ottime ragioni per cui, da adesso, sono in vacanza.
Tante care cose a tutti!


lunedì 7 luglio 2014

Da sola

Mi chiedo, nel dormiveglia insofferente dei crampi allo stomaco, alle 4 del mattino: ce la farei, da sola?

Da sola, senza quel calore e quel respiro di fianco a me, senza le due tazze sulla tavola della colazione, senza l'archivio condiviso della musica e delle foto: ce la farei?

Mentre si approssima come il treno del celeberrimo primo film al cinematografo la scadenza in cui dirò sì, ecco sì, da oggi in avanti, ma anche ieri, facciamo i passi insieme, mi chiedo: ma senza scherzi, io, da sola, ce la farei?

Ce la farei ad accettare il silenzio della casa e la catena di altre cose con cui popolare una vita, un lavoro, un'esistenza nel mondo?

E riuscirei a non perdermi, a non inabissarmi nell'horror vacui, a bastare a me stessa, realizzata, singola identità, monade felice e soddisfatta?

Mi chiedo, non cadrei forse nell'apatia dei sentimenti, nella disillusione più bieca, nella nebbia di un'assenza di progetti condivisi?

O forse no? Forse avrei bisogno di tutto questo per dire: ecco, questa sono io, io da sola, valgo per me stessa e tanto basta, splendo, rifulgo, vivo, a prescindere da, nonostante.

Ci penso, rigirandomi e scontrando i miei piedi con i suoi, mi dico, d'istinto:
No.

Non ce la farei, da sola.
E' debole, questa femmina che parla?
E' incerta sulle piante dei suoi piedi?
Traballa?

Forse.
Si appoggia, non ad ogni passo, ma con la consapevolezza che il sostegno c'è.
Come le rotelle della bici che in realtà neanche lo toccano, l'asfalto.

Mi chiedo, mi domando, penso:
ce la farei, da sola?

No.

Ma servo, servo anch'io.
Sostegno uguale e contrario, per quel respiro - che ci respiro a fianco - per quel calore - che rinfresco e lenisco.
E questo equilibrio, questa bilancia degna di Minerva io, signori miei, non la cambierei con nulla al mondo.
Non per un'isola in cui vivo da sola, neppure per una corona da imperatrice dell'autostima e dell'autogestione.

Mi chiedo: ce la farei da sola?
Non ce la farei.
Non voglio farcela.


venerdì 4 aprile 2014

Manifesto



Oggi non lavoro, oggi non mi vesto
resto nudo e manifesto


Ho deciso di anticipare il weekend.

Ho mal di denti, quindi sono giustificata. Ah, non ce n'è bisogno, non siamo a scuola?
Va bene.

Sono fuori dal coro, nettamente diverso
le mode se ne vanno, io resto! E manifesto!


Perché non ho voglia di fare. Non ho voglia di vestire, di dimostrare, di portare prove a sostegno di.
Sono stanca. C'ho la stanchezza nella cervicale e nelle occhiaie.

Penso a meno stress e più farfalle
meno chiacchiere alle spalle


Più leggerezza, ci vuole. Meno pretese, cacchio. Meno bisogni inenarrabili di vedere le cose che vanno secondo una logica - la mia - che non fa sconti, che si basa su: lealtà, gentilezza, trasparenza.
Non succede? Sticazzi.
Resto nuda e manifesto.

Resistenza passiva al grigiume che mi vuole invadere.
Mi sono sbocciati i narcisi nel vaso, dannazione, non me lo posso permettere.

Contro ogni occasione persa
i calci di rigore sulla traversa


Capita a tutti di non avere visuali diritte verso l'orizzonte, no? E se capita anche a me, che male c'è? Dico, che male c'è? Posso avere anche io la possibilità di aggiustare la mira prima di tirare in porta? Posso imparare a farlo pure io, che c'è gente che lo fa da una vita e riesce a galleggiare beata vendendo fumo?

Oggi guardo il cielo

Non sembra primavera, è vero, ma tant'è. Anche il meteo stavolta non può farci nulla. E se mi va di ballare, se mi va di cantare, se mi va di roteare come una scema e godermi un tempo che non devo a nessuno, oggi lo faccio.

Faccio un gesto, e manifesto.







lunedì 31 marzo 2014

Malgrado me

Non comincio mai un nuovo post senza avere prima scelto in titolo.
Stavolta invece.

Non scrivo da tanto, da troppo forse, certamente da troppo se il mio fosse uno di quei blog organizzati nei quali puoi star certo di trovare un nuovo articolo ogni tre, massimo quattro giorni. Che poi magari nei mesi scorsi è anche stato così. Ma ora no, almeno, per ora no.

Ieri sera avevo un peso sull'anima.
Uno di quei macigni esistenziali che non sai come spiegarti e che ti tengono in ostaggio dalle sette di sera in avanti.

Sarà la primavera.
Sarà il cambio dell'ora.
Sarà la domenica.

Saranno tutte queste scuse e altre ancora, più futili e più banali.

Ieri sera ho aperto la finestra e ho sentito odore di pesce grigliato.
Il che, in un condominio torinese a fine marzo, è almeno strano.

Con l'odore ancora nel naso ho inghiottito più aria possibile cercando di fare luce sul mio magone.

Che cos'hai?
Niente.
Non lo so.
Insofferenza.
Paura.
Tachicardia.

Ho provato a descriverlo a parole, mentre mi stava a sentire.
Ho detto quel paio di frasi che in testa mi girano da un po' e con vividissima lucidità mi si ripresentano a notte fonda, peggio della peperonata, e non mi fanno dormire.
Quel paio di frasi che, per pudore e per qualcos'altro che forse capirete, non scriverò qui.

E' strano come mi basti poco per alleggerirmi.
Mi basta un dialogo, qualcuno che ascolti, che mi risponda, che mi prenda per mano.
Beh, no, non qualcuno così, a caso.

Non che abbia risolto gran che, ma la serata ha preso a girare diversamente, più fluida, meno grumosa, se per grumo riuscite a visualizzare quel blocco in gola, quel peso sul cuore.

Devo smetterla di pensare che basto a me stessa. Ho bisogno di
parole
presenza
comprensione
aiuto
sostegno

Di sapere che tutto andrà bene, in un modo o nell'altro.
Di sapere che posso prendere direzioni scegliendole, che gli eventi possono piegarsi in base al mio modo di agire.

Ho aperto gli occhi dopo sogni strani con indiani e metropolitane affrescate.
Mi sono alzata che è lunedì e io... beh io ancora un frammento di magone me lo porto dietro.
Cercando, mio malgrado, di addomesticarlo come non so fare.


lunedì 24 febbraio 2014

Del salvifico potere dello smalto rosso

Mi succede questa cosa strana e fastidiosa: non riesco ad addormentarmi.
'Spetta che la miglioro: non riesco ad addormentarmi se so che l'indomani mi devo svegliare presto.
E' un loop: non mi addormento, allora dormirò poco, quindi dovrei addormentarmi, ma non mi addormento perché so che dormirò poco. E così via.
Ricordo che questa sindrome ce l'avevo, da piccola, la notte prima del primo giorno di scuola e la sera del 6 gennaio, prima della ripresa post-vacanze.

Io lo so che è sciocco, eh. Il neurone illuminista me lo ripete con lucidità voltairiana: Tu es une coglion, voilà. Ma la parte irrazionale prende il sopravvento e mi manda le tachicardie che rimbombano nelle orecchie.

Ho provato ad ammazzarmi di palestra, a bere bibitoni di camomilla sogni d'oro, a rinunciare al caffè anche durante le ore di ufficio (e voi sapete che questo equivale al cilicio di Jacopone da Todi), ma niente da fare.

Allora ho pensato: mi serve un effetto placebo. Mi serve qualcosa che mi dia fiducia nelle mie stanche membra, che mi faccia percepire la mia strana routine come qualcosa di abituale, di giusto, di fattibile con naturalezza. Ché poi alla fine questo è: non mi ci sono ancora abituata.

Qualcosa che mi ricordi che sono una persona che può essere soddisfatta perché tiene in mano le redini della sua vita, che mi regali un pacchettino di autostima da femmina, una roba che è come fare il pieno di carburante, se sapete cosa intendo.

Lo smalto rosso.

Una passata, due passate, il lucido sopra. 
Fallo anche sulle unghie dei piedi. Fa nulla che è inverno e nessuno le vede. Tu lo sai.
Sentiti in ordine, sensuale, bella.
Aspetta paziente che s'asciughi, un po' prima di andare a letto.

E poi sfida quel sonno che non viene. Quando vedi che non arriva, accarezza la vernice che hai sulle punte delle dita. Immaginati a ticchettare sapiente sulla tastiera, il giorno dopo, consapevole di quello che fai, di quanto lo sai fare bene.

Sembra assurdo, ma funziona. Almeno un po'.

Non è solo l'abitudine che mi manca.
E' quel po' di sana presunzione che ti fa svegliare dicendo: quante cose da fare, meglio che cominci subito, ma con un accenno di autocompiacimento.

Voglio un solo pensiero:
Ho tutto quello che posso volere.

Basto a me stessa e sono forte.
Sono femmina con le unghie pittate.
Sono sul pezzo.
Sono nel giro.
Sono in viaggio.
Sono a tempo.

In perfetto equilibrio.

lunedì 17 febbraio 2014

Saturday Night Fever

Una vera donna in carriera lavora 40 ore a settimana più qualche straordinario pagato, programma le ferie con largo anticipo, ha lo smartphone sempre carico.
Una vera donna in carriera torna a casa la sera e ha ancora voglia di farvi una torta, di rassettare, stirare due cose, preparare il pranzo da portare in ufficio il giorno dopo.
Una vera donna in carriera prende un Danacol al giorno, va in palestra tre volte a settimana, non mangia fritto, il dolce solo quando è in vena di concedersi uno strappo alla regola.
Una vera donna in carriera sa come divertirsi, fa felice il suo uomo - che fa felice lei - il sabato sera esce e si dà alla pazza gioia, rientrando alle prime luci dell'alba con i cornetti caldi e il trucco leggermente sbavato.

La vera donna in carriera dista da me all'incirca 7 anni luce.

Lavoro precario, su e giù da un treno, ferie ahahahcosasono?, a casa mi accoglie la polvere e le croccole surgelate che andranno più che bene per cena, se ne avanzano me le porto domani in ufficio, in palestra ci vado, la bici la uso, ma tanto il mio metabolismo continua a fare l'orso yogi in letargo, il colesterolo dovrebbe essere più basso, alle 9 di sera sembro Sid il bradipo che la natura si vergogna di me.

Ma il sabato. Oh, il sabato.
Questo sabato, per dire.

Tony Manero chi?

Ok, forse ho un po' ecceduto, che c'ho n'età. Forse la combo pizza a pranzo-torta al cioccolato ricoperta di cioccolato-primo secondo contorno a cena-gelato di chiusura, il tutto annaffiato da abbondante vino fatto in casa, non è stata un'idea brillante.

Passata la mezzanotte, si accendono le luci della disco: crampi inenarrabili allo stomaco, conditi da dolori articolari diffusi e nausea da mare forza nove.
Ore 6:00: remake dell'Esorcista nel bagno, con tentativo sfiorato di collasso.
Ore 8:00: temperatura in crescita, mobilità ridotta, rantoli in lingue morte.
Ore 17:00: una mezza mela impavida si fa strada nelle fauci, forte del suo monito interiore 'la Tachipirina lo vuole!'
Ore 19:00: la tachipirina deusexmachina fa calare la temperatura da 38° a 37,6°. Grasse soddisfazioni.
Ore 21:00: crollo verticale dell'attenzione, mal di testa a livelli mai registrati, sonno tantissimo.

Vita vera molto rock 'n roll. Ma oggi va meglio, giuro. Solo non parlatemi di cibo, per carità.
Poi, si sa, sono una persona con un certo disprezzo del pericolo.
Quindi niente, vi saluto, vado a lavarmi i capelli.


domenica 9 febbraio 2014

Gruppo di famiglia in un esterno

La signora bionda
La signora bionda la trovo al binario ogni mattina alla stessa ora, sempre bionda, sempre infagottata. Ha gli occhiali. Secondo me è una professoressa precaria. Perché, altrimenti, partire alle sette e venti per scendere dal treno a Vercelli, solo una mezzoretta più in là? La signora bionda sale sempre sull'ultima carrozza e si siede dove capita. Abbonata.
La ragazza col piumino attillato
La ragazza col piumino attillato non la vedo mai salire sul treno, ma so che c'è sempre, quando stiamo per arrivare a Milano Centrale. Puntuale, anche quando - sempre - il treno è in ritardo, si palesa in movimento lungo le carrozze che risalgono il serpentone del treno, veloce più di quanto sarebbe se camminasse per strada, ché si muove nella stessa direzione del mezzo. Arriva, come me, in testa alla prima carrozza e lì scende, di corsa. Ha guadagnato strada e lo fa di routine. Ho molto da imparare.

Il poeta
Di giorno fa il manager e si vede. Giacca, cravatta, orologio costoso,  Ipad, auricolare bluetooth. Di sera, quando sta tornando a casa, smette. Posa tutta la ferraglia elettronica e tira fuori un quadernetto con la copertina di carta riciclata e i fogli senza righe, tira fuori una penna che scopro stilografica e comincia a scrivere. Scrive, guarda fuori, pensa, scrive. Riempie le righe con una calligrafia minuscola e inclinata, con una cura e una costanza che deriva certamente dall'attitudine all'ordine, che permea la sua vita. Così non grigia. Se mi vede, chissà cosa pensa.

Il barbone
All'incrocio fra le due uscite della Metropolitana, linea verde, fermata Centrale FS, è seduto a terra con un cartello in mano: "HO FAME". Tutto il giorno, tutti i giorni. Ha trovato un punto strategico che gli permette di intercettare il flusso dei viaggiatori in uscita verso tutte le direzioni. Ahimè, tutti vanno di fretta. Dietro l'angolo, appena dopo nella linea di fuga prospettica di chi sta uscendo dai tornelli, appare un altro mendicante, molto più giovane, nascosto in modo che il primo non lo veda. Ha un cartello anche lui: "IO DI PIU'".

Il millantatore
Viaggia in un gruppo di cinque o sei persone. E' certamente il più spigliato e anche quello con meno sonno di tutti. La giornata è limpida, il sole sta salendo sulla linea dell'orizzonte e illumina tutto di una strana luce bianca e rossa. Le Alpi innevate si impongono solennemente nel paesaggio, fuori dal finestrino.
- Guardate che meraviglia! Sembrano le montagne dell'Afganisthan!
- Dici? Ma perché, sei stato in Afganisthan?
- No che c'entra, ma le ho viste... in televisione.
- ...
- Beh è come esserci stati, no?

L'uomo con i calzini a righe verticali verde acqua e bluette
Che non ha decisamente bisogno di didascalie.

venerdì 24 gennaio 2014

Orchidea

Le parole sono importanti.
Dire alle persone care quanto lo sono, perché lo sono, farlo spesso, farlo per bene, è necessario, oltre che giusto.
Compiere azioni che dimostrino i sentimenti che ci legano a loro è anche meglio.

Ultimamente il tempo che ho per fare tutto questo è poco, troppo poco.
Mi ritrovo a sentirmi in colpa nel tentativo di non soccombere alla ruota dei giorni uno sull'altro, alla velocità con cui il tempo ha preso ad andare.

Succede, però, di scoprire di avere appigli e ancore impolverati, nascosti sotto il letto, dentro l'armadio o in soffitta, che, al momento giusto, tornano a splendere di luce propria, ti sostengono, ti danno coraggio.

Succede che possono passare i mesi e a volte gli anni senza dirsi una parola, senza raccontarsi nulla, vivendo su binari paralleli e lontanissimi e che poi dal nulla basti un niente e tutto ritorna vivido e forte come l'avevi lasciato.

E ti dà il coraggio e la speranza che cercavi.


Otto mesi senz'acqua, il caldo torrido, l'aria secca dei termosifoni.
Non ti ho guardato neanche, non ti ho buttato chissà perché.
E tu, adesso, non si sa come, fiorisci.

La cura è essenziale, la fiducia e la pazienza lo sono di più.