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martedì 23 gennaio 2018

Maggiore età

Chi l'avrebbe mai detto, allora, che ci saremmo piaciuti.
Chi l'avrebbe mai detto che a parlare, e parlare, e parlare, saremmo diventati l'una il salvagente dell'altro, l'altro dell'una, in quello strano stagno melmoso che è l'adolescenza.
Chi l'avrebbe mai detto che a furia di calamitarci, avremmo reso possibile l'andare e il venire, lo stare nello stesso posto sempre per poco.
Chi l'avrebbe mai detto che saremmo cresciuti, che avremmo messo da parte i sogni e le ipotesi e avremmo cominciato a costruire, pezzo a pezzo, uno spazio e un tempo da vivere insieme.
Chi l'avrebbe mai detto che non ci sarebbe bastato mai il presente, che il bello dello stare sarebbe stato il proiettarsi in avanti, sempre con un progetto da realizzare, qualcosa a cui tendere.
Chi l'avrebbe mai detto che saremmo stati in grado di creare qualcuno che non c'era, e ora c'è, si muove e pretende di esserci, non può farne a meno, non ne potremmo più fare a meno.
Chi l'avrebbe mai detto che saremmo stati in grado di stracciare ogni schema, ogni abitudine, di piegarci e non spezzarci sotto il peso della stanchezza e del tempo che manca.
Chi l'avrebbe mai detto che le parole non sarebbero state sempre così necessarie, che ci sarebbe bastato il tempo di un respiro preso insieme, per sapere di sapere, per promettere e restare, per resistere e per vedere oltre, e scoprire la bellezza, insieme alla fatica.
Chi l'avrebbe mai detto che sarebbero passati questi anni, uno per uno, a sparigliare le carte in mille modi, e noi a trovarci sempre e comunque di fianco l'uno all'altra. Più è difficile, più siamo bravi.

Eppure.
Diciotto anni che ti so, che mi sai.
Non voglio nient'altro che questo. 

martedì 17 ottobre 2017

Cose belle #10

Sentirmi chiedere, in un messaggio: "Consigliami un libro".
Pensare alla persona che avanza la richiesta, al suo carattere, a ciò che ci accomuna e ci differenzia, alla sua età, ai suoi spigoli e ai suoi interessi.
Digitare con sicurezza: "Trilogia della città di K".
Leggere la risposta, immediata: "Sono alla quarta rilettura".
Sorridere, consapevoli del fatto che sono momenti come questo a rendere le distanze delle trascurabili inezie.


giovedì 8 giugno 2017

I Vorrei e i Grazie per

Fra i molti blog che seguo, che siano a tema 'maternità' (da un po' di tempo a questa parte) oppure no, ce n'è uno che mi è particolarmente caro ed è piuttosto famoso: il blog di Claudia De Lillo, alias Elastigirl. Il suo ultimo post si intitola 'Vorrei terapeutici' e dipana con la sua consueta ironica malinconia la lista dei desideri ingoiati con i quali ha a che fare in quanto mamma di tre figli maschi, e lavoratrice instancabile, e donna sempre alle prese con una vita che è un frullatore. Fra i commenti che ha ricevuto questo post, uno recita, all'incirca, 'vanno bene i vorrei, ma se ci si concentrasse anche sui 'grazie per', forse si vivrebbe meglio'.

Ho pensato a me, alla mia vita attuale, a quanto è diversa da quella di uno, due anni fa e mi sono detta che ho moltissimi 'vorrei' da parte, e forse altrettanti 'grazie per' che meritano di farsi strada nella mia quotidianità.

Quindi ecco, l'argomento non è originale, ma l'esercizio è, come dice Elastigirl, terapeutico.

Vorrei dormire otto ore di seguito e svegliarmi di mia sponte, possibilmente riposata.
Vorrei il freddo, adesso, e il gusto di farmi abbracciare dalle mie due personali stufette.
Vorrei il mio corpo indietro, non solo e non tanto con cinque chili in meno, ma con le sue naturali, riconoscibili risposte agli stimoli esterni, che non includano fuoriuscite di latte e capelli che cadono e ormoni che ballano.
Vorrei tornare al lavoro, e questo succederà presto, ma vorrei farlo senza lo spauracchio di un contesto che mi accoglierà con più problemi che altro.
Vorrei non temere la mancanza del pargolo, quando tornerò a lavoro.
Vorrei non desiderare almeno una volta ogni giorno di essere altrove.
Vorrei stare meno tempo da sola.
Vorrei la mia famiglia più vicina, per poter stare insieme a tutti e a ciascuno senza tempi stabiliti da partenze e arrivi e, quindi, senza dover concentrare tutto in poche ore, o giorni, per poi stare mesi senza.
Vorrei avere più soldi, per non dover pensare con preoccupazione a come far quadrare il bilancio familiare.
Vorrei guardare mio figlio sempre con entusiasmo e stupore, mai con noia o insofferenza.
Vorrei sapere più cose della vita dei miei amici e sentirmi indispensabile.

Ma grazie.
Grazie per la mia salute, perché sto bene, fatti salvi gli acciacchi.
Grazie per la fortuna che abbiamo avuto: desiderare un figlio e averlo dopo poco, senza difficoltà.
Grazie perché è sano come un pesce, ed è bellissimo.
Grazie per il consorte, perché pur attraversando la tormenta, in questi mesi, siamo sempre ancora noi e per la maggior parte del tempo solo noi, e ce la facciamo, siamo bravi.
Grazie perché c'è un lavoro che mi aspetta anche se ho un figlio, e di questi tempi non è affatto scontato.
Grazie per i sorrisi gratis, per le risate sottovoce alle dieci di sera, per gli abbracci quando li chiedo e anche quando non li chiedo.
Grazie per le persone che abbiamo intorno, per i legami che ci stringono insieme, per la facilità di ritrovarci nonostante le difficoltà di ognuno.
Grazie per la prospettiva sul futuro, che è spaventosa, ma anche stimolante, e porta con sé le tracce di vita nuova, comunque piena.
Grazie perché basta un attimo per ritrovare la mia famiglia, sempre la stessa, sempre imperfetta e accogliente, forse un po' invecchiata, ma comunque in grado di riadattarsi ai nuovi equilibri e ai nuovi arrivi, con l'amore negli occhi.

Grazie per tutti i miei vorrei, perché non mi accontento, perché mi servono i progetti e la visione sul domani per riconoscermi, anche un po' per lamentarmi, per riflettere e riflettermi, e per sapere dove trovarmi.

lunedì 22 maggio 2017

Inception - Mum edition

Quattro e quaranta del mattino, addormenti il pargolo al termine del solito tour tetta-fasciatoio-tetta-sorrisino notturno.
Ti addormenti pesantemente.
Sogni il tuo pargolo che, di notte, è sveglio e devi addormentarlo. Lo addormenti, ma lui si risveglia poco dopo perché vuole essere cambiato.
Ti risvegli e, realmente, il tuo pargolo è sveglio e vuole essere cambiato.

domenica 14 maggio 2017

Festa

C'è stato il tempo del silenzio, quello che ha permesso la ricostruzione della routine e dell'equilibrio.
C'è stato il tempo di mettere le tessere a posto, incastri cauti, dal profilo basso, sottotraccia.

C'è stato il tempo di tornare a godersi casa, e impegni, e nullafare.

C'è stato il tempo di avere un orizzonte, anzi no, qualcosa di simile a un baratro, ma meno apocalittico, forse più simile alla cima di una cascata, o al vertice superiore di un ottovolante.

C'è stato il tempo di cercare, di pensare e cercare, il tempo di immaginare.
Di sperare, e di disperare, quello no. Non c'è stato il tempo.

C'è stato un vortice che risucchia, una vertigine emozionale che fa girare la testa e formicolare le dita di mani e piedi.
C'è stata l'ineluttabilità di prendere coscienza che tutto cambia, che tutto stava cambiando, era già cambiato.

C'è stata l'ostinazione di mantenersi fedeli a sé stessi, nonostante i cambiamenti, visibili e invisibili. Di procrastinare il più possibile il momento in cui l'identità avrebbe dovuto fare i conti col nuovo, con l'esplosione.

C'è stata la paura, c'è stato l'entusiasmo, c'è stata la felicità, a pezzetti, a briciole, a bocconi.
Nel silenzio di casa nostra, a contare i passi ed i momenti prima di.
Prima che.

Arrivassi.

E no, non lo so scrivere.
Annulli la capacità di mettere ordine nella testa, non ne dai il tempo, non c'è spazio per la riflessione.
C'è solo l'attimo, il presente, l'adesso.
Ed è così pieno, così pervasivo.

Tu che sei nuovo,
sei perfetto,
sei nostro.

E ci sorridi, ti avvinghi, ti contorci. E piangi, ti ubriachi, dormi.
Fai ridere, fai piangere, fai stancare.

Sei l'orgoglio e la scommessa.
Ogni giorno, ogni ora diverso.
Ed io, sempre la stessa, sempre diversa.
Ancora zoppicante, incastrata a fatica.
Ma in equilibrio, su funi altissime.
Fiera di r-esistere, con te.
Per te.
Che mi regali questa posizione scomoda ed eletta, preziosissima.

Che vento, che vista che c'è.
Auguri a me.

lunedì 13 aprile 2015

Le luci nelle case degli altri

E' un romanzo, lo so.
Ne ho una copia in libreria che non è mia: me l'ha prestata sarà un anno la mia cognata sicula e ancora non l'ho letta. Non è una giustificazione, ma a mia discolpa posso dire che è alquanto voluminosa, quindi inadatta ad essere trasportata nelle borse pendolari, assieme alla schiscetta del cibo e a tutto il resto.

Allora che c'entra, direte voi, che siete lettori arguti e non vi sfugge nulla.
Ha un bel titolo, ecco che c'entra. Anzi di più: ha un titolo adatto, perfetto per la riflessione che mi ronza in testa da un po' e che testé srotolo in righe di pixel, in questo tardo pomeriggio raffreddato, respirato a bocca aperta, con troppi colpi di tosse a farmi sobbalzare.

Ne abbiamo viste tante, di case, in questi ultimi tre mesi. Alla ricerca della nostra, che ancora non è il momento di parlarne. Il punto è, a posteriori, ripensare al fatto di aver messo i piedi e gli occhi in delle vite altrui, così, quasi senza chiedere permesso, a volte un po' a casaccio, random.
Perché le case in vendita sono quasi tutte abitate, ci sono dentro persone che stanno lì da anni, da decenni, le vedi intridere gli angoli, gli stipiti delle porte, l'aria stessa.

Quello che io ho sentito, ogni volta, è di essere un invasore illegittimo. Girovagare in uno spazio intimo, che inevitabilmente racconta pezzi di vita che io ascriverei al pudore, alla dignità della riservatezza.

Che poi succede così: non stai a guardare solo i metri quadri, e l'esposizione, e le spese condominiali. Per forza di cose lo sforzo intellettuale ed emotivo ti porta ad immedesimarti nei volumi, a immaginare le tue cose, i tuoi ricordi già sparsi sulle mensole, il profumo del tuo cibo che cuoce sui fornelli e per riuscirci, per dare corpo alle tue visioni prospettiche, finisce che stai attenta ai dettagli spiccioli, quelli non sottolineati dall'agente immobiliare, e ricostruisci la vita che c'è dietro: le famiglie, le solitudini, le vecchiaie, le stanchezze. Chissà perché, ogni volta mi lasciano addosso la malinconia.

C'era la signora con le porte uguali a quelle di mia zia, le mattonelle della cucina sbreccate e la gentilezza a bassa voce, un poco velata dalla vedovanza. Una casa troppo grande, ora. Le ricette del medico ancora nello studio, rete quattro alla tv accesa.

C'erano gli indiani sorridenti, le scarpe affastellate in ogni angolo e uno che dormiva quando abbiamo acceso la luce nella stanza da letto.

C'era il ragazzo che sognava di andare via, l'abnorme differenza fra lui e la madre che abitava al piano di sotto, i due appartamenti collegati da una scala a chiocciola che sembrava il ponte fra due universi lontanissimi, uno fatto di svolazzi barocchi e ricchezza altoborghese ostentata, l'altro specchio del single che a stento cucina, la playstation prima di tutto.

C'erano i due pensionati, i disegni dei nipotini dappertutto. Una casa in pieno centro che non serve a nulla, se è lontano dai figli, dalle risate, dal caos.

Io mi chiedo, se venissero qui, gli estranei. Quando verranno - perché verranno - gli estranei a vedere casa nostra, prima del trasloco. Mi chiedo se guarderanno le cose come le ho guardate io e cosa noteranno di me, di noi, appiccicato sugli oggetti con cui lentamente, giorno dopo giorno, abbiamo riempito questa casa, fino ad ora.
Chissà come mi racconto, nello spazio che abito. Cosa dicono di me i miei libri? I colori dei mobili? Le cianfrusaglie? Quanto saltano all'occhio le imperfezioni che per me ormai fanno parte armonicamente del contesto che mi vede svegliarmi e addormentarmi ogni giorno, tutti i giorni?
E cosa noterei io, se non mi conoscessi, entrando qui? Forse i giocattoli, i lego, anche se non ci sono bambini. Forse le bislaccherie, tipo quelle foto, o quella decorazione natalizia che è ancora ostinatamente appesa sopra la porta della cucina. Magari, se fossi davvero attenta, noterei l'orologio che gira in senso antiorario.
Ma dovrei fermarmi qualche secondo, per accorgermene. Magari, se lo notassi, sorriderei.
E se io vedessi un estraneo sorridere, guardando il mio orologio, io sarei felice.
Sarei felice se, uscendo, si portasse dietro un singulto di ironia, al posto della malinconia. Se restasse colpito, divertito, rallegrato. Se ricordasse, ripensandoci, un posto caldo e bislacco, pieno di cose fuori posto e accenni ad altri luoghi e non luoghi, strabordanti e vivi.
Perché è esattamente così che vorrei che fosse casa mia, per tutti quelli che ci entrano.
E magari ci ritornano.

martedì 27 gennaio 2015

La memoria del giorno

"Valeriu', che stanno costruendo là?"
"E' un hotel, nonna"
"Bello! Mi sembrava una banca, però..."
"..."
"Valeriu'?
"Dimmi, nonna"
"Ma stanno costruendo una banca là?"
"No, nonna, è un hotel".

Mia nonna stira da dio. Se le dai una camicia comincia a svaporare di su, di giù, di lato, te la ripiega che manco quando è uscita dal negozio e quasi quasi ti pare male ad indossarla e sgualcirla di nuovo.
E' nata il 21 marzo del 1921, il giorno di inizio della primavera, prima femmina dopo tre figli maschi, era la Domenica delle Palme e per questo motivo le hanno dato un nome bizzarro: Irma Palma Maria.
E' alta per la sua generazione, quando esce in paese con le amiche deve camminare giù dal marciapiede, sennò si nota troppo la differenza.

"L'anello, l'anello con l'acquamarina, che fine ha fatto?"
"Dove l'hai messo?"
"Me l'ha preso qualcuno"
"Non ti ricordi dove l'hai messo?"
"Io non l'ho messo da nessuna parte"
E' qui. Appeso al polso di una delle mie bambole.

Mia nonna lavorava, da ragazza. Era impiegata all'anagrafe fascista, assegnava i ragazzini ai gruppi decisi dal duce in base all'età: giovani balilla, figli della lupa. Stipendio mensile: 300 lire.

"Venga signora, le faccio lo shampoo"
"Mio fratello Pepè mi fa ballare. Quando facciamo le piroette mi gira tutta la gonna! Valeriu' tieni, vammi a comprare le calze"
"Nonna, sono 50 lire..."
"E portami il resto".

Quando smette di passare la lucidatrice, prima che cominci la Ruota della Fortuna, mia nonna prende gli album delle fotografie della sua famiglia e mi racconta le storie del suo passato.
La memoria è una cosa importante. Non va sciupata. Va conservata, alimentata. Tramandata.

"E questo chi è?"
"Mio fratello Mario. Era bravissimo con i giochi di parole, le sciarade, i cruciverba. E scriveva poesie"
"E questo?"
"Lui è mio fratello Antonio. E' morto di tifo a quattordici anni. Le grida di mia madre ancora me le ricordo..."

Quando vengono a prendermi, Schindler's List è iniziato da poco. Hanno allestito una specie di sala cinema nella palestra della scuola per farci entrare tutte le terze classi del liceo. Sono ospite da mia zia, in questi giorni, perché i miei sono a Genova per vedere un medico che capisca qualcosa della malattia di mia madre, ma io non sono preoccupata: andrà bene.

"Dov'è?"
"Non lo so, è andata a buttare la spazzatura e non è rientrata!"
"Dobbiamo cercarla"
"Mamma, ma dove eri finita?"
"..."

Io mi ricordo gli occhi di mio cugino, fuori dalla palestra. E' venuto lui. Non c'è bisogno di dire niente, lo capisco in un istante, guardandolo. Non ho niente da dire. Solo un formicolio che parte dalla punta delle dita, e sale nello stomaco, alla gola, agli angoli degli occhi. Non so fare niente.

"Mamma, guardami, mi riconosci? Sono tua figlia!"
"Mia figlia? No, tu non sei mia figlia... Mia figlia è bellissima!"

Il brodo e la cioccolata calda. Io non lo so perché, ma tutte le volte è così: portano il brodo e la cioccolata calda. Dice che quando muore qualcuno si usa. Ho chiesto di tornare a casa mia. Sono da sola. I miei, nel frattempo, sono sull'aereo del ritorno. Io mi chiudo in casa, non rispondo al telefono, guardo un film. Metto la musica di Tracy Chapman, che mi pare adatta. Sono un'adolescente che ama scrivere. Scrivo. Esorcizzo. Ricordo mia nonna.

Gli ultimi mesi non era più lei. Siamo andati a salutarla per l'ultima volta almeno tre volte.
Che cosa buffa.
Salutare una persona pensando che sarà l'ultima volta che la vedi viva.
Si è rimpicciolita. Non è più tanto alta. Mi sembra inverosimile.

Bizzarra, alle volte, la vita.
Mia nonna, per dire, che decide di morire di Alzheimer giusto il giorno della Memoria.
Fa quasi ridere, detta così.

Io lo so che non è giusto, che non è storicamente corretto, che non è ortodosso.
Eppure.
Più ci penso, più non mi sembra possibile un'altra via.

Che non è così assurdo ricondurre le tragedie universali ai propri, intimi terremoti emotivi.
Che forse il modo giusto per capirla, la storia, è guardarla attraverso la lente di ciò che noi viviamo.
Introiettare gli eventi personalizzandoli.

Comprendere a fondo cosa significa avere paura di perdere tutto, la propria famiglia, la propria identità, i propri ricordi.

Per me è questo, oggi.
L'immagine che ho negli occhi, quattordici anni dopo la sua morte.
Ha il colore dei suoi capelli biondi, quando ancora erano biondi.
Ha l'odore del ferro da stiro, quando ancora riusciva a stare in piedi.
Ha la consistenza della cipria, quando ancora la custodiva gelosamente nell'anta destra dell'armadio.
Ha il gusto di pane, olio e pomodoro, quando ancora me lo preparava, i pomeriggi dei miei sette-otto-nove anni.
La mia memoria, il mio ricordo, oggi, è solo questo.
La voce dei suoi ricordi, quando ancora li aveva tutti, e me li regalava.


lunedì 29 dicembre 2014

Cose belle #6

Festeggiare l'arrivo del tuo compleanno insegnando a tuo suocero a fare tequila-sale-limone.



lunedì 29 settembre 2014

A cose fatte

C'è stato il sole.
Un sole che neanche a luglio, neanche nelle cartoline, figurati poi a fine settembre, a Torino.
Ho aperto gli occhi alle sei e mezza (la sveglia sarebbe stata mezzora più tardi), ho aperto la finestra e ho fotografato l'alba.

Tranquilla.
Con un'aura di beatitudine, di allegrezza sulla faccia, negli occhi.
Gente che bussa alla mia stanza, che mi saluta e sorride, gente che mi abbraccia, mi stringe emozionata.

Mi sono impigliata nel vestito da sposa.
Le braccia alte, l'acconciatura già fatta, il vestito bloccato per una cerniera che avevo lasciato tirata su.
Leggero smadonnamento.
Vabbè, passa.

Mi metto il velo.
Eh beh. Sono vestita da sposa. Sono una sposa. Guarda là.
E se mi viene da ridere?
Meglio.
Sì, meglio.

Quando scendo - non senza difficoltà - dall'auto e ti vedo, ti dico ciao, e la banda balcanica comincia a suonare io so che è tutto perfetto, tutto come me l'ero immaginato, mio padre mi guarda mentre avanziamo a braccetto ballicchiando a ritmo e mi dice è bellissimo.
Lo è, è bellissimo.

Ci teniamo per mano, mentre le parole scorrono, parole che hanno il potere di cambiare lo stato delle cose. Che bizzarra magia, questa.

Mi emoziona, questa cornice, ma tutti, tutti, sorridono, perché una cosa così non l'hanno vista mai.
Così allegra, bislacca, fuori dagli schemi, ironica. Così simile a noi.
Che cacchio se siamo belli, oggi.

Ho ballato - resistendo sul tacco tredici - come se fossi a un concerto in un centro sociale, ho fatto ballare grandi e piccoli, incrociando sguardi arresi: se te lo chiede la sposa non puoi dire di no. Figata.

Ho mangiato. Incredibile. Su qualcosa ho pure fatto il bis. Alla faccia di chi dice che gli sposi non mangiano mai al proprio matrimonio.
Ho bevuto, brindato con tutti i colori del vino, e tutte le gradazioni. Nel mio bicchiere e in quello di altri. Fino alla notte, fino a quando non abbiamo salutato tutti, ancora abbracci, ancora sorrisi.

Ho avvolto lo strascico intorno al corpo come un bozzolo per riuscire ad entrare nella tua auto, siamo tornati a casa nostra, che buffo fare le scale e salire in ascensore conciati così, ma tanto è notte, non ci vede nessuno.

Al letto mia madre e tua madre hanno messo le lenzuola che mia nonna mi ha regalato quando ero ancora una bambina, apposta per questa sera.
Mi sa che l'aveva immaginata tutta diversa, all'epoca. Vabbè.

A cose fatte, le cose nuove.
Come mi chiami e come ti chiamo,
i fiori dappertutto per casa
e quel bagliore di oro giallo che lasciamo muovendo le mani.


sabato 27 settembre 2014

Oggi mi sposo

Oggi mi sposo.
Dice, state insieme da dodici anni, convivete da cinque, che sarà mai?
Cosa ti cambia, nella sostanza?
Niente.
Davvero, niente.

È che questa stanza d'albergo, da sola, a quest'ora.
È avervi intorno, tutti quanti, in questa maniera caotica e polilocale, così rara, no unica, quando mai ricapiterá di nuovo così in una volta.
Sono i biglietti di auguri e quelle certe espressioni velate dalla commozione agli angoli delle ciglia.
È sapere che ci guarderete diversamente, ma anche che vi godrete con noi questa festa.
È che mi somiglia tutto, oggi, fino all'ultimo dettaglio, e io una cosa così anche giammai..

È salutarti e dirti buonanotte.
Domani io e te, maritoemoglie.
Niente.
Eppure qualcosa.
Eppure, dannazione, anche tutto.


martedì 23 settembre 2014

Siamo bravi

Siamo bravi, noi, a rendere morbide le sveglie.
Siamo bravi a lasciare il mondo fuori, a soffiare dentro inverosimili cerchi saponati e tuffarci dentro bolle fragili e luminescenti, che il resto faccia un po' ciò che vuole, noi restiamo qui.
Siamo bravi, quando capita, a creare trincee e fronti comuni: guai a chi prova a scalfirci. Che poi, noi e gli altri non ci incontriamo poi così spesso.
Siamo bravi a stare soli, perché io con te e tu con me non possiamo sentirci soli, mai.
E siamo bravi ad accenderci, a metterci in moto, a constatare quanto sei bravo tu da solo e a ricevere i tuoi occhi orgogliosi di me.
Siamo bravi ad aspettare, a trovare il tempo giusto, io che vorrei tutto e subito tu che invece anche dopo, fra un po', poi vediamo.
E alla fine facciamo cose, creiamo ambienti, inventiamo colori adatti e luci perfette.
Siamo bravi a prendere decisioni che ci investono come TIR impazziti sulla statale, a crogiolarci dentro l'ipotesi di come ciò che abbiamo immaginato si concretizzerà, e come gli altri ci guarderanno, ci considereranno bravi, io e te, insieme.
Siamo bravi, siamo meglio di prima, siamo potenziale ancora inespresso e storie da raccontare, ricordi da creare.
Siamo bravi a riconoscerci nelle illustrazioni colorate, a riconoscerci allo specchio, guardaci, siamo noi, ancora noi, non cambiamo,
aspetta,
fatti un po' più in là, fammi posto, anzi abbracciami, tienimi stretta, così, ancora un po'.


mercoledì 10 settembre 2014

Incubi prematrimoniali #3

La metà degli invitati non può venire poiché ha contratto il virus dell'ebola.
Alè.

[Combo: anche mia cognata ha cominciato a fare incubi sul mio matrimonio, per dire, stanotte ci sposavamo nel bagno di mia suocera... O_o]




venerdì 23 maggio 2014

Quattro mesi, quattro giorni

E poi.

E poi...

E poi - Annunciazione, Annunciazione - squillino le trombe, rullino i tamburi, cantino i galli e scoppino i fuochi d'artificio,

poi, carissimi tutti, CI SPOSIAMO!



:)



sabato 3 maggio 2014

La casa del nonno

La casa del nonno ha il campanello che trilla fortissimo e con lo stesso rumore assordante squilla il citofono, quando qualcuno arriva.
La casa del nonno ha pavimenti di graniglia diseguali, anni 60, e porte che scricchiolano, che quando le chiudi si sente il vetro, malamente incastrato nella cornice di legno, che vibra. Un vibrare diverso per ogni stanza. Se sei lontano, riesci a riconoscere quale porta si apre, quale si chiude, grazie a quel suono.
La casa del nonno ha mobili tutti diversi, e poltrone pesanti di uno strano marrone retrò.
Ha una vetrina bellissima, dentro ci sono servizi da the, da caffè, servizi di bicchieri di cristallo col filo d'oro, coppe da champagne che lo champagne non l'hanno mai visto.
La casa del nonno ha la nonna, che sbuca silenziosa dagli angoli, una presenza leggera e costante.
Come il ricordo che mi porto dietro, io piccola, piccola tanto, a stento ricordo i suoi occhiali, la sua sedia a rotelle, la sua voce.

La casa del nonno trasuda mio nonno, che l'ha abitata per più di vent'anni da solo.
I quadri storti.
I tappeti inchiodati al pavimento, così non si muovono.
Lo scotch che ripara ogni cavo elettrico, ogni manico di padella usurata.

Se alzi un oggetto qualunque ci trovi un post it.
'Alla nipote Valeria'.
'Al figlio'.
'Alla nuora'.

Esorcismi precisi.
I pensieri netti, senza sfumature, del maresciallo della forestale.

Mio nonno non c'è più da quasi due anni.

E' morto e io ho chiesto: 'E' stata una morte veloce, indolore?'.
Che questo era quello che mi importava.
Mio nonno ha vissuto tantissimo, era l'ultimo dei miei nonni.

La casa del nonno. Non ci ho mai camminato con tanta familiarità.

Nel bagno c'è un mobiletto di legno con un cassetto. Lo apro. Ci trovo biglietti di auguri da parte di tutta la famiglia. Per Natale. Per gli 80 anni. Per i 90.

La casa del nonno ha una stanza più piccola delle altre, dentro c'è un baule gigante, di quelli con gli angoli rinforzati in metallo.
Il baule che apro e sprigiona l'odore pungente della canfora, quello più acre del chiuso.

I gesti lenti, rituali.
Il mio vestito della comunione.
L'abito da sposa di mia madre.
Il mio corredo.
Lenzuola ricamate, asciugamani, tovaglie di fiandra, copriletti tessuti al telaio.

Il nonno e le nonne, lì dentro, mi hanno vista già grande.


lunedì 21 aprile 2014

Mangia, l'ho fatto io

Dalle mie parti il cibo è un segno di affetto.
Se cucino per te, vuol dire che ti voglio bene.
Se mangi quello che io ho cucinato, vuol dire che mi vuoi bene.
Più ci vogliamo bene, più cuciniamo e mangiamo.

Le donne, dalle mie parti, cucinano da dio. Di conseguenza - o di premessa - vogliono bene come pochi sanno fare. Incondizionatamente e in modo totalizzante.

Vivo lontana dalla mia terra da tantissimi anni ormai, ma più passa il tempo più la mia identità ancestrale ha voglia di venire fuori. Anche a 1300 km di distanza, anche se qui non c'è il mare e non c'è la stessa salsa di pomodoro.

Io: Pasquepasquetta fa brutto, restiamo a casa.
Consorte: Ok.
Io: Faccio gli gnocchi.

Cugina emigrata neotorinese: allora che cuciniamo a pasquepasquetta?
Io: Io faccio gli gnocchi. E la parmigiana di melanzane.
Cugina emigrata neotorinese: Ottimo. Io faccio la crostata di ricotta al caffè e cioccolato. E la secre con la mundicata [bietola saltata in padella con mollica di pane e parmigiano. NdB]. Ma quanti siamo?
Io: Mh... Quest'anno sono tutti partiti... Siamo noi tre.
Cugina emigrata neotorinese: Allora porto anche il mio hard disk da enne Terabyte e ci spacchiamo di film. Ma puoi chiedere a tua madre la ricetta della crostata?
Io: Ok, ok.

Il corollario del teorema di partenza Cibo = Amore è questo: Indipendentemente dal numero di commensali, tu cucina sempre per dodici-quindici.

Io: Mamma, mi serve la ricetta degli gnocchi. E della crostata alla ricotta.
Mamma: E che ci vuole? Una fesseria. Per gli gnocchi... quanti siete?
Io: siamo tre.
Mamma: Due chili e mezzo di patate rosse basteranno. E 500 g di farina.
Io: O_o
Mamma: Per la crostata.. blablabla... il caffè 'a occhio'... blabla... per la consistenza ti regoli... blablabla... il forno a 180°, anche 200°, vedi tu. Che ci vuole?
Io: Vabbè... inutile chiedere dosi più precise, vero?
Mamma: Vero.

Che poi l'identità ancestrale viene fuori quando meno te l'aspetti...

Io: Ha patate rosse?
Fruttivendolo: Sì, quante gliene servono?
Io: TRE chili.

Il passaggio dell'eredità culinaria è qualcosa di prezioso, di solenne, quasi di sacro.
Se sei una donna del sud, cucinare i piatti della tua tradizione familiare è una specie di rito di passaggio, una sorta di iniziazione alla vita adulta.

Mamma: e com'erano gli gnocchi?
Io: buoni... ne sono avanzati metà...
Zia L. (mamma della cugina emigrata neotorinese, di sottofondo): domani li scalda e sono ancora buoni, ma nel forno, non in padella!
Mamma: sì però finiteli, che dopo due giorni la patata va a male

Un'ora dopo

Mamma: e com'era la crostata?
Io: non l'abbiamo ancora aperta... siamo ancora sazi dal pranzo...
Mamma: ah... noi stiamo mangiando lo zuccotto di ziaelisa, è buonissimo.
Ziaelisa (di sottofondo): ma poi il pandispagna [la cui ricetta le avevo chiesto un mese fa] è venuto buono?
Mamma: com'era il pandispagna?
Io: buono, buono.
Mamma: e stasera?
Io: stasera cosa?
Mamma: stasera che mangiate?
Io: O_o
Mamma: domani restatine? ['avanzi' NdB]
Io: Veramente faccio la parmigiana. E la frittata agli asparagi.
Mamma: ah, brava, brava. Al limite quello che avanza lo surgeli.

Il freezer è la panacea a qualunque tsunami gastronomico calabrese.
Il freezer, congiuntamente alla grappa, alla tisana al finocchio, alle sane dormite.

In letargo, come il pitone, che dopo aver mangiato digerisce in sei mesi.

A me, avere alle spalle dieci ore di sonno ininterrotto, per affrontare la pasquetta mi sembra un buon inizio.


mercoledì 20 novembre 2013

Rinnovi

- Ho chiamato la padrona di casa
- Per...?
- Per il rinnovo del contratto, sono passati quattro anni.

Ah.
Caspita. 
Me lo ricordo bene, il giorno in cui siamo andati a mettere la firma in agenzia, c'erano i padroni di casa veri ultranovantenni che a stento tenevano la penna in mano e scrivevano con la calligrafia di un bambino delle elementari, e la figlia (la padrona effettiva) che continuava a chiamarti 'ingegnere' pernsando di darti un tono.

L'agente ci ha dato il mazzo di chiavi con un portachiavi orrendo, a forma di casa, con l'indirizzo scritto a inchiostro blu di sopra e ci ha detto: 'auguri'.

Noi siamo andati a festeggiare nella pizzeria sotto casa - casa nostra - io ero a dieta e ho preso l'ananas, tu i profiteroles.

Se ci penso, mi sembra di aver fatto una follia.
Due mesi prima tutto era così diverso nei miei progetti, così chiaro e concreto. 
E se niente è andato come volevo che andasse, forse è stata una benedizione.
No, è stato un miracolo.

Che davvero, alla fine, le cose che non ti aspetti, che non programmi, si rivelano le più stupefacenti. Nonostante siano faticosissime.

Quattro anni fa a quest'ora tornavo a Roma a impacchettare le ultime cose e a salutare la casa che avevo occupato per 6 anni, anni che ancora mi porto addosso, con tutto il loro carico di esperienze e cambiamenti e persone e luoghi.
Abbiamo caricato un furgone scassatissimo che ci avrebbe obbligato a un viaggio epico e tragicomico da Roma a Torino, passando per Assisi, sotto venti fortissimi e acquazzoni che non hanno risparmiato i libri e il materasso, là dietro nel cassone.
Ricordo che poco prima di partire la mia coinquilina (che poi davvero coinquilina è riduttivo) si è improvvisata vigile urbano per farci fare un pezzo di vicolo contromano nell'ora di punta e dopo, a salutare lei e l'altra, ce l'ho fatta per un pelo a non crollare.

Abbiamo montato mobili e continuiamo a montarne ancora, in questo posto che abitiamo e che ci somiglia ogni giorno di più, con i miei libri che sono sempre troppi e il tuo cioccolato e la tua raccolta di scontrini che occupano gli angoli più bui.

Ieri, per dire, abbiamo comprato dodici bicchieri. 
Perché quelli che avevamo non bastano per la cena di Natale.

E queste stanze sono davvero più belle quando si riempiono di gente, perché ci siamo noi ad aprire la porta, noi che siamo un'entità riconoscibile e questo contesto che ci accoglie comodo ed intatto, e le persone che di mese in mese, di anno in anno, ci piace avere intorno per tutto quello che rappresentano: tutto quello che abbiamo costruito e tutto quello che da loro prendiamo, a mani basse.
E se mai è possibile trovare un puntolino di significato, allora è proprio questo. 
Ed è l'unica cosa che voglio chiamare: casa.




martedì 12 novembre 2013

Metti due nipoti per casa

Che poi uno dice: non aggiorni mai il blog, che fine hai fattto?, non è che sparisci un'altra volta?
No, non lo farò.

E' che, come ho piuttosto laconicamente anticipato, il periodo è di quelli fitti fitti di cose e per davvero il tempo del cazzeggio informatico è ridotto a meno enne.

Se poi ci metti che pure il weekend viene trascinato da altre più importanti priorità, allora...

Perché metti due nipoti per casa.
Metti ste due che una sull'altra non arrivano alla tua infinitesimale altezza, metti che sono due femmine nel pieno del loro manifestarsi in duecentocinquanta sfumature di rosa - vadasé, anche rosa glitterato - e canzoncine e balletti.
Metti che si sono fatte con mamma e papà una transvolata dall'equatoriale Palermo all'autunnalissima Torino solo per andare a casa degli zii per un paio di giorni.

Embé, capisci che no, non c'ho avuto il tempo di sedermi a scrivere qua, sabato e domenica.

Che poi, in realtà, cominci ben prima dell'arrivo ad azzerare la tua pur minima autorità nei confronti di chi l'età la può mostrare ancora facendosi bastare le dita delle mani. E ti vedi, giuliva, fra le corsie del supermercato, mentre afferri compulsivamente nesquik, bauli morbidi amici, paneciok, minibrik di succo di pera e interi pollai di ovetti kinder (con le sorprese dei puffi due).
Ci sarà un motivo se il nucleo portante della parola 'viziare' è proprio ZIA.

Poi arrivano, e te ne fotti se rischi lo sfratto perché saltano e strillano nel tuo appartamento condominiale con le pareti di cartone, e te ne fotti del caos, dei colori in giro, dei fazzoletti smoccolati, perché ce le hai lì solo per te e ti fai colonizzare, ti godi le loro scarpe rosse che ci stanno tutte e quattro in una mattonella e i loro accademici discorsi sui Mylittlepony (che dio li strafulmini, sti equini, però!).

E la grande, che compie otto anni pochi giorni prima della zia (che ne conta 20 in più) che è già così grande e sa un sacco di cose. Lei che ti ricorda Hermione per quella sua saccenza fragilissima e insieme anche te stessa alla sua età, sotterrata alternativamente da libri e barbie, da scuole di danza e silenzi lunghissimi. E tu te la ricordi, quando è nata, e dici 'ma quanto tempo è passato?' e anche 'ma come ha fatto a passare così velocemente, che ieri ti tenevo in braccio infagottata in una copertina e adesso guardati, guardami'.

E la piccola, che è così dirompentemente ribelle e divertente, così allergica alle imposizioni e alla noia, così indipendente. Lei che ti guarda, mentre a stento nascondi uno sghignazzo per qualche sua buffa frase, e ti dice 'ti faccio ridere, eh zia?' C'ha tre anni e mezzo, sta disgraziata, come si fa? Io gliel'ho detto, ai genitori, che prima dei dodici gli porta il fidanzato con i piercing e poi vediamo se il tempo mi darà ragione... 

Hanno fatto il pieno di foglie e di ghiande da riportare ai maestri, ché loro in Sicilia l'autunno lo vedono quasi solo sui sussidiari, e quelle sfumature di rosso e quel rumore fragrante delle foglie cadute sotto le scarpe non li conoscono, e nemmeno quanto può essere grande un fiume e che odore ha, e se somiglia a quello del mare, ma senza il sale.

Sono ripartite ieri e ci hanno lasciato Peppapig ritratta sul frigo con i pixel colorati calamitati e un disegno con due conigli con le orecchie fucsia e blu elettrico.

Le vediamo troppo poco, ecco la verità. E ci accorgiamo tutto di un botto quanto crescono, nell'intanto che accumuliamo chilometri e miglia aeree, e ci commuove il fatto che non si dimenticano di noi, anche se passano mesi, da una volta all'altra.

Ho mostrato loro le foto di Anna sul cellulare: 'questa è la nuova nipotina degli zii', una bimba come voi, che riazzera il conto dell'infanzia e ci sottopone di nuovo daccapo a questo amore immenso e a questo strazio delle distanze. Ma sarà comunque bellissimo e privilegiato, come lo è con voi.
Perché a chi mi ha detto 'questa è la figlia di tuo fratello, adesso sei zia per davvero, è un'altra cosa', rispondo che no, non è un'altra cosa, non c'è differenza.
Non c'è davvero nessunissima differenza.

lunedì 28 ottobre 2013

Anna

Anna, sei nata 9 giorni fa.
Non ho scritto nulla su di te, perché volevo prima prenderti in braccio.
Sei nata di sabato pomeriggio, mezza Italia più in giù di me, mezza Italia più in su di dove io e tuo padre siamo nati e cresciuti.
Tuo padre. Cioè, mio fratello.
Già questo basterebbe a capire con quanta enorme forza tu e i tuoi tre chili scarsi siate riusciti a sconvolgere ogni equilibrio conosciuto.



 Dio, se sei bella.
Così piccola e perfetta.
Profumi di bambina piccola.
E sei emozione allo stato puro.

Fai le smorfie, sorridi, ti corrucci con le stesse rughe fra gli occhi di tua madre, sei buffa e leggerissima.
Come ti incastri con naturalezza nelle braccia dei grandi, atterriti di gioia ed impauriti dal tuo essere così fragile e così nuova.
Ridisegni ogni relazione.

E mi regali uno sguardo più pulito, più luminoso sul mondo.

Benvenuta.


martedì 15 ottobre 2013

Beep-Beep

Quando il corriere citofona, non immaginerebbe mai che mi sta aprendo le porte della consapevolezza.




Ora lo so.
Divido il mio tetto con Wile Coyote.


martedì 1 ottobre 2013

Odore

Che poi, alla fine, l'odore di casa è sempre lo stesso, ogni volta che ci torno.
Lo percepisco appena varco il portellone dell'aereo atterrato a Lamezia Terme, e si fa strada fino a quando non si posteggia davanti al cancello.
Odore di quando, da ragazzina, tornavo a casa da scuola e aprivo la casa, accendevo le luci dell'ingresso, mi sedevo sulla poltrona in cucina di traverso e aspettavo che i miei tornassero da lavoro.
Odore della mia stanza che ha cambiato letto e colore quando sono andata all'università, odore delle mie tantissime candele che accendevo solo una volta l'anno tutte insieme, il giorno del mio compleanno, col rischio di dare fuoco alla casa.
Odore del mio armadio che è lo stesso di quando ero bambina e ora se ci appendo i vestiti, toccano terra o non ci vanno del tutto.
Odore di fresco e umido nel salone, dei due divani messi ad elle, del plaid infeltrito e delle mie videocassette preferite.
Odore delle lenzuola che è sempre odore di sole.

E rumore.
Cigolio del cancello d'entrata e del mobiletto del bagno.
Mio padre che sbatte la porta del salone.
La signora che abita sopra che pulisce la ringhiera alle 7 di mattina.
Le macchine che passano a razzo in curva, sotto casa.
Le campane di Gagliano.
Il vento.

Il vento che c'è.

Fa buio presto, qui, non come a Torino.
Quando cambierà l'ora il pomeriggio praticamente non esisterà più. E allora mi verrà - mi verrebbe - voglia che sia già natale, anche se senza neve, senza ghiaccio.

Domani riparto, la pausa è finita.
E questo vento l'ho inspirato a più non posso, fino in fondo.

Non voglio più stare in apnea.