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giovedì 8 giugno 2017

I Vorrei e i Grazie per

Fra i molti blog che seguo, che siano a tema 'maternità' (da un po' di tempo a questa parte) oppure no, ce n'è uno che mi è particolarmente caro ed è piuttosto famoso: il blog di Claudia De Lillo, alias Elastigirl. Il suo ultimo post si intitola 'Vorrei terapeutici' e dipana con la sua consueta ironica malinconia la lista dei desideri ingoiati con i quali ha a che fare in quanto mamma di tre figli maschi, e lavoratrice instancabile, e donna sempre alle prese con una vita che è un frullatore. Fra i commenti che ha ricevuto questo post, uno recita, all'incirca, 'vanno bene i vorrei, ma se ci si concentrasse anche sui 'grazie per', forse si vivrebbe meglio'.

Ho pensato a me, alla mia vita attuale, a quanto è diversa da quella di uno, due anni fa e mi sono detta che ho moltissimi 'vorrei' da parte, e forse altrettanti 'grazie per' che meritano di farsi strada nella mia quotidianità.

Quindi ecco, l'argomento non è originale, ma l'esercizio è, come dice Elastigirl, terapeutico.

Vorrei dormire otto ore di seguito e svegliarmi di mia sponte, possibilmente riposata.
Vorrei il freddo, adesso, e il gusto di farmi abbracciare dalle mie due personali stufette.
Vorrei il mio corpo indietro, non solo e non tanto con cinque chili in meno, ma con le sue naturali, riconoscibili risposte agli stimoli esterni, che non includano fuoriuscite di latte e capelli che cadono e ormoni che ballano.
Vorrei tornare al lavoro, e questo succederà presto, ma vorrei farlo senza lo spauracchio di un contesto che mi accoglierà con più problemi che altro.
Vorrei non temere la mancanza del pargolo, quando tornerò a lavoro.
Vorrei non desiderare almeno una volta ogni giorno di essere altrove.
Vorrei stare meno tempo da sola.
Vorrei la mia famiglia più vicina, per poter stare insieme a tutti e a ciascuno senza tempi stabiliti da partenze e arrivi e, quindi, senza dover concentrare tutto in poche ore, o giorni, per poi stare mesi senza.
Vorrei avere più soldi, per non dover pensare con preoccupazione a come far quadrare il bilancio familiare.
Vorrei guardare mio figlio sempre con entusiasmo e stupore, mai con noia o insofferenza.
Vorrei sapere più cose della vita dei miei amici e sentirmi indispensabile.

Ma grazie.
Grazie per la mia salute, perché sto bene, fatti salvi gli acciacchi.
Grazie per la fortuna che abbiamo avuto: desiderare un figlio e averlo dopo poco, senza difficoltà.
Grazie perché è sano come un pesce, ed è bellissimo.
Grazie per il consorte, perché pur attraversando la tormenta, in questi mesi, siamo sempre ancora noi e per la maggior parte del tempo solo noi, e ce la facciamo, siamo bravi.
Grazie perché c'è un lavoro che mi aspetta anche se ho un figlio, e di questi tempi non è affatto scontato.
Grazie per i sorrisi gratis, per le risate sottovoce alle dieci di sera, per gli abbracci quando li chiedo e anche quando non li chiedo.
Grazie per le persone che abbiamo intorno, per i legami che ci stringono insieme, per la facilità di ritrovarci nonostante le difficoltà di ognuno.
Grazie per la prospettiva sul futuro, che è spaventosa, ma anche stimolante, e porta con sé le tracce di vita nuova, comunque piena.
Grazie perché basta un attimo per ritrovare la mia famiglia, sempre la stessa, sempre imperfetta e accogliente, forse un po' invecchiata, ma comunque in grado di riadattarsi ai nuovi equilibri e ai nuovi arrivi, con l'amore negli occhi.

Grazie per tutti i miei vorrei, perché non mi accontento, perché mi servono i progetti e la visione sul domani per riconoscermi, anche un po' per lamentarmi, per riflettere e riflettermi, e per sapere dove trovarmi.

domenica 14 maggio 2017

Festa

C'è stato il tempo del silenzio, quello che ha permesso la ricostruzione della routine e dell'equilibrio.
C'è stato il tempo di mettere le tessere a posto, incastri cauti, dal profilo basso, sottotraccia.

C'è stato il tempo di tornare a godersi casa, e impegni, e nullafare.

C'è stato il tempo di avere un orizzonte, anzi no, qualcosa di simile a un baratro, ma meno apocalittico, forse più simile alla cima di una cascata, o al vertice superiore di un ottovolante.

C'è stato il tempo di cercare, di pensare e cercare, il tempo di immaginare.
Di sperare, e di disperare, quello no. Non c'è stato il tempo.

C'è stato un vortice che risucchia, una vertigine emozionale che fa girare la testa e formicolare le dita di mani e piedi.
C'è stata l'ineluttabilità di prendere coscienza che tutto cambia, che tutto stava cambiando, era già cambiato.

C'è stata l'ostinazione di mantenersi fedeli a sé stessi, nonostante i cambiamenti, visibili e invisibili. Di procrastinare il più possibile il momento in cui l'identità avrebbe dovuto fare i conti col nuovo, con l'esplosione.

C'è stata la paura, c'è stato l'entusiasmo, c'è stata la felicità, a pezzetti, a briciole, a bocconi.
Nel silenzio di casa nostra, a contare i passi ed i momenti prima di.
Prima che.

Arrivassi.

E no, non lo so scrivere.
Annulli la capacità di mettere ordine nella testa, non ne dai il tempo, non c'è spazio per la riflessione.
C'è solo l'attimo, il presente, l'adesso.
Ed è così pieno, così pervasivo.

Tu che sei nuovo,
sei perfetto,
sei nostro.

E ci sorridi, ti avvinghi, ti contorci. E piangi, ti ubriachi, dormi.
Fai ridere, fai piangere, fai stancare.

Sei l'orgoglio e la scommessa.
Ogni giorno, ogni ora diverso.
Ed io, sempre la stessa, sempre diversa.
Ancora zoppicante, incastrata a fatica.
Ma in equilibrio, su funi altissime.
Fiera di r-esistere, con te.
Per te.
Che mi regali questa posizione scomoda ed eletta, preziosissima.

Che vento, che vista che c'è.
Auguri a me.

domenica 15 febbraio 2015

Cose belle #7

La dirimpettaia di scrivania che ti fa scoprire che Bergonzoni fa uno spettacolo a 15 euro a 5 Km di casa tua, il fatto di andarci insieme con consorti al seguito e altri due amici neofiti, scongiurando d'un subito la malefica combo aureolata sanvalentino-sanremo.




lunedì 19 gennaio 2015

Buona idea, Cattiva idea #11



Buona idea: per far fronte al Blue Monday, regalarsi un bicchiere di rosso, a pranzo.

Cattiva idea: per la depressione da Blue Monday, non dire di no al secondo bicchiere di rosso, a pranzo, e dover affrontare poi un pomeriggio di lavoro che prevede calcoli difficili, precisione e concentrazione.

venerdì 7 novembre 2014

Ho scollinato

Ho scollinato.
E' venerdì sera, è il 7 novembre e io ho scollinato definitivamente.
Sapete quando camminate in salita, quella sensazione di agognare la cima per godersi il panorama e poter poi agevolmente ridiscendere, un piede dopo l'altro, caracollando giù per la discesa erbosa? Ecco.

Io sono lì.

Non so bene come ci sia riuscita, ma ho percorso una strada ripidissima, durante le ultime tre settimane, un sentiero puntellato di: responsabilità crescenti, appuntamenti sovrapposti, aspettative altissime caricatemi addosso, ansie da prestazione, impegni affastellati in agenda, scadenze improrogabili, straordinari non considerati. E magoni in gola per la sensazione di non farcela, o peggio, di fare brutta figura, di non essere all'altezza, di sentirsi male anche, di chiedere troppo a mente e corpo e cuore.

Eppure eccomi, ci sono, ce l'ho fatta.

Mi succedeva sistematicamente, appena dopo aver dato un esame all'università, ma qualcosa adesso è cambiato, qualcosa di fondamentale, di definitivo, di scomodo anche, che è: sono stanca.
Stanca di una stanchezza che, spiace ammetterlo, è anagrafica, prima di tutto.
Gna' fo' più come una volta.

Perdo capelli, il mal di testa è troppo frequente e troppo forte, mi addormento nel bel mezzo di una discussione fra amici, tendo a deconcentrarmi troppo facilmente.

E no, non è proprio possibile.
Quindi stop, ho scollinato.
Da oggi, anche basta.
Da oggi, voglio la mia routine autunnale fatta di tempo per lavorare e tempo per riposarsi, tempo per fare sport, tempo per comprare un divano nuovo più comodo, tempo per godersi la casa, tempo per specchiarsi.
Dio, neanche mi specchio più prima di uscire, tanto i minuti sono preziosi.

E poi ecco, un'altra cosa.
Devo impedire che accada di nuovo.
Già l'anno scorso ho scritto di novembre, del fatto che il suo essere penultimo mese lo fa automaticamente corrispondere ad un basso profilo, un cammino sotto traccia che però, per ciò stesso, autorizza a prendere decisioni senza l'ansia del capodanno, a farlo a cuor leggero, diciamo pure spavaldo.
Quindi questo è il mio fioretto per l'anno nuovo, che per me comincia da subito: devo imparare a dire di no.
Facile, dite voi?
No che non lo è. Non lo è se lavorare precariamente vi constringe alla costante, bruciante, maledetta sensazione di pensare sempre 'grazie', che mi stai offrendo un lavoro, 'grazie', per avere scelto me e non un altro, 'grazie', perché lavoro e mi paghi. E come corollario: ogni lasciata è persa. Quindi sì, sempre sì, comunque sì, che fai non lo fai? E se poi perdi questa occasione? E se non ti richiamano? E se e se e se... Basta.
No, grazie. Due parole facili. Ce la posso, ce la devo fare.

No, grazie. No grazie, no, grazie.
Come dice (per altri, più nobili, motivi) Cyrano de Bergerac.

Che poi, alla fine, sono brava.
Alla fine, le soddisfazioni, pure alla spicciolata, ma arrivano.
E allora chi se ne fotte del resto.
Chi se ne fotte di te, lettore maligno, che mi leggi e mi gufi contro per invidia o maldicenza.
Chi se ne fotte delle paturnie di troppo, della modestia, dell'anonimato.

Io no.
Io ho scollinato.
Io sto in cima, per ora, per oggi.

E la vista, di quassù, è bellissima.

 

martedì 23 settembre 2014

Siamo bravi

Siamo bravi, noi, a rendere morbide le sveglie.
Siamo bravi a lasciare il mondo fuori, a soffiare dentro inverosimili cerchi saponati e tuffarci dentro bolle fragili e luminescenti, che il resto faccia un po' ciò che vuole, noi restiamo qui.
Siamo bravi, quando capita, a creare trincee e fronti comuni: guai a chi prova a scalfirci. Che poi, noi e gli altri non ci incontriamo poi così spesso.
Siamo bravi a stare soli, perché io con te e tu con me non possiamo sentirci soli, mai.
E siamo bravi ad accenderci, a metterci in moto, a constatare quanto sei bravo tu da solo e a ricevere i tuoi occhi orgogliosi di me.
Siamo bravi ad aspettare, a trovare il tempo giusto, io che vorrei tutto e subito tu che invece anche dopo, fra un po', poi vediamo.
E alla fine facciamo cose, creiamo ambienti, inventiamo colori adatti e luci perfette.
Siamo bravi a prendere decisioni che ci investono come TIR impazziti sulla statale, a crogiolarci dentro l'ipotesi di come ciò che abbiamo immaginato si concretizzerà, e come gli altri ci guarderanno, ci considereranno bravi, io e te, insieme.
Siamo bravi, siamo meglio di prima, siamo potenziale ancora inespresso e storie da raccontare, ricordi da creare.
Siamo bravi a riconoscerci nelle illustrazioni colorate, a riconoscerci allo specchio, guardaci, siamo noi, ancora noi, non cambiamo,
aspetta,
fatti un po' più in là, fammi posto, anzi abbracciami, tienimi stretta, così, ancora un po'.


sabato 6 settembre 2014

Lettera al pomodoro

Mio diletto,
come stai? Da tanto non ci vediamo, né sentiamo e il mio animo è straziato.
Mi manchi.
Lo so, è infantile, sdolcinato e perfino patetico dirlo, ma che posso fare: è così.
Immagino il tuo sapore croccante e acidulo spargersi sul mio palato, ti immagino lottare nell'impari lotta con la mozzarella (ti ricordi quella volta, a Capri?), ti vedo ancora cotto (innamorato!) scivolare giù per gli spaghetti, aggrappandoti solo ad una foglia di basilico.
E' troppo. Non ce la faccio.

Mi guardo intorno e sei dappertutto.
Nel panino al bar, nella conserva di mammà, nel ketchup - dio! nel ketchup!

E' un periodo difficile, sai? Sono debole, fragile.
Questo esilio mi costa tanta, troppa fatica.

Subisco gli attacchi incrociati di chi credevo mi volesse bene, almeno quanto gliene voglio io.
La melanzana, per dire, quella stronza.
L'ho vista pavoneggiarsi tronfia a mo' di caponatina mentre ero in vacanza a Palermo. Sfacciata.
E, alla faccia mia e della mia scarsa melanina, si è portata pure dietro a Torino i segni della grigliata. E la menta. E l'aceto balsamico.
Ma io niente, te lo giuro: impassibile. Una statua di sale.
Non si merita le mie attenzioni, se è tanto insensibile ai miei problemi.

Quell'altro poi, il peperone. Manco a dirlo, non mi degna neanche di un saluto. Come ogni anno si è rintanato a Carmagnola alla sagra in suo onore e niente: non mi ha neanche invitato. Ma forse è meglio così. Sì, forse i miei deboli nervi allora non avrebbero retto e sarei capitolata.

Una cosa invece, te la devo confessare, mio dolce, dolcissimo tesoro.
Alla fine l'ho fatto.
Sì, non mi rimproverare, te ne prego.
Ci hanno provato, il kamut e il farro, a tenermi lontana. La segale si è messa in mezzo di prepotenza.
Il riso, invece, si è messo a ridere. Lui lo sapeva che non ce l'avrei fatta.
Prima ha fatto lo stalker. Si è appostato sotto casa mia, con quella sua mollica invitante e quella crosta saporita; e ancora in spiaggia, travestito da tarallino alle olive. Poi è uscito allo scoperto, mi ha aggredita e non ho resistito al suo fascino. Ha sfoderato la sua arma segreta ed è arrivato così, con la sua veste migliore: morbida, lucida, dolce brioche. Ed ecco, l'ho fatto. L'ho fatto e l'ho rifatto, con la granita, col gelato, e ancora, e ancora, fino a sentirmi male.
No, non giudicarmi.
Ho provato a dimenticarlo uscendo di nascosto con due patatine, ma è stato peggio.
In fondo è colpa mia, è solo colpa mia: sapevo che anche loro mi avrebbero solo fatto stare male.

Tu sei il solo che può capirmi. Il tuo cuore (di bue) è gentile e la nostra relazione non teme le distanze.
So che mi aspetterai, come io sto aspettando te.
Sei maturo al punto giusto.
Io tornerò, tornerò presto.
E allora
sarà Passata.

Sempre tua
V.

[NdB: per un rapido aggiornamento, vedi qui al punto nove]


martedì 22 luglio 2014

Sono sette

Ti vengo a prendere a Termini, col motorino.
Intanto, mica facile salirci, scavalcando il bauletto, dall'alto del mio metro e cinquantotto.
Ma vabbè, caracollo, ci sei? Ci sono.

Sampietrini, sempre loro. Stravolti, sbreccati e slivellati. Sobbalzo.
Via Marsala, via Milazzo, viale dell'Università - ma quel ristorante da quando c'è? - la Sapienza - mo' c'è pure il parcheggio interno? - via De Lollis, il Verano che si spampina dopo il semaforo.
Sono le dieci e mezza di un venerdì sera qualunque e Roma non sa che la guardo con occhi sorridenti, accesa com'è nella sua afa, nei suoi turisti, nei rumori consueti e nuovi.
Come sempre, mi era mancata.

Metti poi un vino da finire.
Metti un letto da condividere.
Metti una prospettiva, grande quanto un borsone da 48 ore scarse.

Poche ore di sonno.
Tanta la voglia di rivederle, ci sono quasi tutte.

Sette, sono sette.

Con cinque condivido il dialetto e la destinazione delle vacanze di Natale e d'estate.
Con due i ricordi di aule universitarie e di aneddoti bislacchi, il punto di partenza di tre strade diverse.
Con quattro le mura di una casa da fuorisede, i primi passi da romana, la familiarità nel parlare pure della cacca.
Con due i banchi di scuola, la memoria quattordicenne, la tentazione di nasconderla, la certezza di riconoscersi sempre, vuoi o non vuoi, tali e quali.

Tre di loro hanno fidanzati o compagni, in quattro ne hanno avuti di importanti e hanno detto loro addio, quattro sono single e ce la fanno benissimo.
Due abitano da sole e hanno comprato casa, quattro la condividono con fratelli o sorelle, una convive e ha due cani. Una ha un gatto.
Tutte lavorano, incastrano impegni-persone-passatempi.

Queste femmine hanno la effe maiuscola.

Ho un velo posticcio attaccato a un cerchietto; trova posto anche lui, nel borsone risistemato per la ripartenza.
Fiumicino e già mi mancano, dannazione.

Ripenso che basta poco, basta niente e sembra quasi - quasi - come non essere mai andata via.
La verità è
che vorrei avervi più spesso, amiche mie.


lunedì 7 luglio 2014

Da sola

Mi chiedo, nel dormiveglia insofferente dei crampi allo stomaco, alle 4 del mattino: ce la farei, da sola?

Da sola, senza quel calore e quel respiro di fianco a me, senza le due tazze sulla tavola della colazione, senza l'archivio condiviso della musica e delle foto: ce la farei?

Mentre si approssima come il treno del celeberrimo primo film al cinematografo la scadenza in cui dirò sì, ecco sì, da oggi in avanti, ma anche ieri, facciamo i passi insieme, mi chiedo: ma senza scherzi, io, da sola, ce la farei?

Ce la farei ad accettare il silenzio della casa e la catena di altre cose con cui popolare una vita, un lavoro, un'esistenza nel mondo?

E riuscirei a non perdermi, a non inabissarmi nell'horror vacui, a bastare a me stessa, realizzata, singola identità, monade felice e soddisfatta?

Mi chiedo, non cadrei forse nell'apatia dei sentimenti, nella disillusione più bieca, nella nebbia di un'assenza di progetti condivisi?

O forse no? Forse avrei bisogno di tutto questo per dire: ecco, questa sono io, io da sola, valgo per me stessa e tanto basta, splendo, rifulgo, vivo, a prescindere da, nonostante.

Ci penso, rigirandomi e scontrando i miei piedi con i suoi, mi dico, d'istinto:
No.

Non ce la farei, da sola.
E' debole, questa femmina che parla?
E' incerta sulle piante dei suoi piedi?
Traballa?

Forse.
Si appoggia, non ad ogni passo, ma con la consapevolezza che il sostegno c'è.
Come le rotelle della bici che in realtà neanche lo toccano, l'asfalto.

Mi chiedo, mi domando, penso:
ce la farei, da sola?

No.

Ma servo, servo anch'io.
Sostegno uguale e contrario, per quel respiro - che ci respiro a fianco - per quel calore - che rinfresco e lenisco.
E questo equilibrio, questa bilancia degna di Minerva io, signori miei, non la cambierei con nulla al mondo.
Non per un'isola in cui vivo da sola, neppure per una corona da imperatrice dell'autostima e dell'autogestione.

Mi chiedo: ce la farei da sola?
Non ce la farei.
Non voglio farcela.


venerdì 20 giugno 2014

#Soundintrip, prima di andare via

Ho letto il post de La Folle e questa idea mi è piaciuta da morire!
Ho letto che il colpo di genio è stato di dm, blogger viaggiatrice che seguo appassionatamente.
Quando ho cominciato a scrivere questo post, ho intravisto quello analogo di Lila che mi ha anticipato di un gnente, ma non le voglio male per questo, anzi: non sentiamoci mainstream, ma meravigliosamente concordi negli intenti.

L'idea è questa: 5 canzoni per 5 viaggi, musiche che hanno l'effetto della madelaine proustiana, note che quando le senti inevitabilmente ti riproiettano nel passato, a un viaggio verso un altrove, con qualcuno, con qualcosa da ricordare.

Poiché assecondare la vena nostalgica è sempre una tentazione irresistibile e poiché sto per partire per una minivacanza, decido di farlo anch'io, questo #soundintrip, e vediamo che ne esce...

1. Luna di lana - Valeria Rossi
Agrigento, Luglio 2003. Un'auto torrida in viaggio da Palermo con i finestrini abbassati, dentro 4 scapestrati - fra i quali la me stessa neodiplomata - tanti succhi di frutta e merendine al cioccolato irrimediabilmente sciolte. Davanti la prospettiva di un tuffo nel Mediterraneo ghiacciato e di una mega brioche col gelato alla Gelateria Le Cuspidi.

2. Occhi bassi - Tre allegri ragazzi morti
Non è proprio la colonna sonora di un viaggio. O forse sì, visto che associo questa canzone al mio trasferimento a Roma, nel settembre del 2003. A un cd che mi ha accompagnato sul treno e ha scandito i passi dei primi giorni verso le aule universitarie.

3. Franco Battiato - Bandiera bianca
Uno qualunque dei tanti viaggi autostradali Torino-Umbria fatti col consorte per andare a trovare mio fratello. Ma quanto ci piace cantare le canzoni di Battiato imitandone la voce...

4. Talco - La danza dell'autunno rosa
A parte che questa canzone è spettacolare e se non la conoscete vi invito caldamente ad ascoltarla, associo questa musica (e direi anche l'intero album) al viaggio verso Londra di giugno dell'anno scorso, sparata a palla mentre vedevamo avvicinarsi l'aeroporto.

5. ...
Il quinto posto lo lascio vuoto, perché sto per partire.
Stasera sarò a Berlino per un luuungo weekend (w san Giovanni, patrono di Torino) e non so ancora quale musica, quale canzone farà da didascalia acustica a questo nuovo trip.

Facciamo che ve la dico quando ritorno...
;)


lunedì 21 aprile 2014

Mangia, l'ho fatto io

Dalle mie parti il cibo è un segno di affetto.
Se cucino per te, vuol dire che ti voglio bene.
Se mangi quello che io ho cucinato, vuol dire che mi vuoi bene.
Più ci vogliamo bene, più cuciniamo e mangiamo.

Le donne, dalle mie parti, cucinano da dio. Di conseguenza - o di premessa - vogliono bene come pochi sanno fare. Incondizionatamente e in modo totalizzante.

Vivo lontana dalla mia terra da tantissimi anni ormai, ma più passa il tempo più la mia identità ancestrale ha voglia di venire fuori. Anche a 1300 km di distanza, anche se qui non c'è il mare e non c'è la stessa salsa di pomodoro.

Io: Pasquepasquetta fa brutto, restiamo a casa.
Consorte: Ok.
Io: Faccio gli gnocchi.

Cugina emigrata neotorinese: allora che cuciniamo a pasquepasquetta?
Io: Io faccio gli gnocchi. E la parmigiana di melanzane.
Cugina emigrata neotorinese: Ottimo. Io faccio la crostata di ricotta al caffè e cioccolato. E la secre con la mundicata [bietola saltata in padella con mollica di pane e parmigiano. NdB]. Ma quanti siamo?
Io: Mh... Quest'anno sono tutti partiti... Siamo noi tre.
Cugina emigrata neotorinese: Allora porto anche il mio hard disk da enne Terabyte e ci spacchiamo di film. Ma puoi chiedere a tua madre la ricetta della crostata?
Io: Ok, ok.

Il corollario del teorema di partenza Cibo = Amore è questo: Indipendentemente dal numero di commensali, tu cucina sempre per dodici-quindici.

Io: Mamma, mi serve la ricetta degli gnocchi. E della crostata alla ricotta.
Mamma: E che ci vuole? Una fesseria. Per gli gnocchi... quanti siete?
Io: siamo tre.
Mamma: Due chili e mezzo di patate rosse basteranno. E 500 g di farina.
Io: O_o
Mamma: Per la crostata.. blablabla... il caffè 'a occhio'... blabla... per la consistenza ti regoli... blablabla... il forno a 180°, anche 200°, vedi tu. Che ci vuole?
Io: Vabbè... inutile chiedere dosi più precise, vero?
Mamma: Vero.

Che poi l'identità ancestrale viene fuori quando meno te l'aspetti...

Io: Ha patate rosse?
Fruttivendolo: Sì, quante gliene servono?
Io: TRE chili.

Il passaggio dell'eredità culinaria è qualcosa di prezioso, di solenne, quasi di sacro.
Se sei una donna del sud, cucinare i piatti della tua tradizione familiare è una specie di rito di passaggio, una sorta di iniziazione alla vita adulta.

Mamma: e com'erano gli gnocchi?
Io: buoni... ne sono avanzati metà...
Zia L. (mamma della cugina emigrata neotorinese, di sottofondo): domani li scalda e sono ancora buoni, ma nel forno, non in padella!
Mamma: sì però finiteli, che dopo due giorni la patata va a male

Un'ora dopo

Mamma: e com'era la crostata?
Io: non l'abbiamo ancora aperta... siamo ancora sazi dal pranzo...
Mamma: ah... noi stiamo mangiando lo zuccotto di ziaelisa, è buonissimo.
Ziaelisa (di sottofondo): ma poi il pandispagna [la cui ricetta le avevo chiesto un mese fa] è venuto buono?
Mamma: com'era il pandispagna?
Io: buono, buono.
Mamma: e stasera?
Io: stasera cosa?
Mamma: stasera che mangiate?
Io: O_o
Mamma: domani restatine? ['avanzi' NdB]
Io: Veramente faccio la parmigiana. E la frittata agli asparagi.
Mamma: ah, brava, brava. Al limite quello che avanza lo surgeli.

Il freezer è la panacea a qualunque tsunami gastronomico calabrese.
Il freezer, congiuntamente alla grappa, alla tisana al finocchio, alle sane dormite.

In letargo, come il pitone, che dopo aver mangiato digerisce in sei mesi.

A me, avere alle spalle dieci ore di sonno ininterrotto, per affrontare la pasquetta mi sembra un buon inizio.


venerdì 21 marzo 2014

La Nuova

Quando ero bambina amavo le videocassette, ne avevo una collezione sterminata che andava dai classici disney ai film che dava in allegato l'Espresso con qualche mila lire in più sul prezzo di copertina.
Fra le tante raccolte, ce n'era una particolarmente ben fatta dedicata agli spettacoli teatrali dei comici più in vista degli anni novanta: Giobbe Covatta, Gioele Dix, i primissimi Aldo, Giovanni e Giacomo e Antonio Albanese.
Ecco, Antonio Albanese. Il suo spettacolo intitolato 'Uomo' l'avrò visto decine di volte e ogni volta mi scatafasciavo a terra dalle risate. Un mito, un genio. Citavo a memoria pezzi interi dei monologhi dei suoi personaggi, adattissimi a chiosare le più disparate situazioni.

Perché metti - per dire - che torni sfatta a Torino dopo una giornata di lavoro.
Metti - per dire - che riemergi dalla stazione sotterranea di Porta Susa contenta di poter finalmente pedalare agilmente verso casa e stravaccarti sul divano in meno di un quarto d'ora.
Metti - per dire - che vaghi cercando la tua amata dueruote fra gli archi delle rastrelliere con la faccia sempre più inebetita perché non riesci a trovarla.
Metti - per dire - che realizzi che te l'hanno beatamente fregata.

Niente.
Non c'è niente.
Vuoto.
Nulla.
Deserto.

Alex Drastico si impossessa di te.



Maledicendo l'universo mondo conosciuto e sconosciuto, declamando con filologica puntualità tutti i calendari di qualunque sistema cronologico presente, passato e futuro, badando di dare la priorità ai santi tutti, alle feste comandate, agli angeli e agli arcangeli, me ne sono tornata a casa a piedi.

Tristezza e amarezza.

Dopo 4 anni di onorato servizio, l'ho dovuta rimpiazzare in men che non si dica con il primo usato disponibile, ché senza bici ho le gambe tagliatissime.

E così è arrivata in cortile la Nuova.

La Nuova è un catorcio bello e buono. La vernice neanche se la ricorda più, zero portapacchi, zero cestino, zero luci. Quando pedalo fa tipo: tatatractaciunf tatatractaciunf. Però va eh, ruote revisionate e freni ottimi.
Il venditore me l'ha classificata nella specie di 'bici da ferrovia': quelle che le puoi lasciare dove ti pare, che manco i ladri le vogliono. 
Sospetto fortemente che il lucchetto valga di più della bici stessa.
Ma tant'è non voglio dover piangere di nuovo, se dovesse risuccedere di non trovarla più.

E tuttavia almeno un dettaglio, un optional, una briciola di lusso, un po' come il volante in pelle umana dentro a una fiat 126 dell'82, ho voluto regalarglielo, così, per benvenuto.

Sarà pure un rottame, la Nuova, ma che si sappia: ha un campanello fashionissimo!



venerdì 28 febbraio 2014

Roma e poi basta

Roma ci arrivo, mi lascio indietro giorni di stanca, pesante trafila.
Roma la vedo di sera, lungo i binari della stazione, mi dico, le dico: rieccomi ancora.
Roma c'è un'aria che non trovo in nessun altro altrove.

Roma mi abbraccia, mi rende d'impulso un pacchetto di nostalgia.
Roma i suoi suoni, le vie di cui mi ricordo i nomi, non volendo, giro angoli che so cosa trovo, là dietro.
Roma è una luce, non c'è altro da dire, se non quel l'increspatura del cuore che tira più forte se mi ci trovo immersa con scarpe e valigia e minuti da dare, da regalare, da riosservare.

Roma è la mia moltitudine di facce amiche, di gente che abbraccio, da quanto non ci vediamo? E quando ci riincontreremo? Chissà. Quella prossima volta, di nuovo, qui a Roma.
Roma ha il sapore di dieci anni fa. Roma ha i miei capelli lunghi e i miei quaderni, i libri fotocopiati, l'emmepitre nelle orecchie, sempre la stessa playlist.
Roma ha l'odore della mia stanza, la polvere di una moquette, la vita che ho scelto da sola, la mia costruzione più bella, il mio sorriso appena sveglia, la notte di un sonno da giusta.
Roma la cosa più giusta che ho fatto.

Roma è una radice più grossa delle altre, un grumo di fatti e persone incastrato in un tempo che più che vissuto è creato, dopo essere stato a lungo e con stomaco e cuore immaginato, voluto, trovato.

Roma la pioggia ti bagna ed io senza ombrello ti guardo, ti dico: sei bella. Che dannazione la lacrima che mi accompagna mentre ti dico: ora vado, semmai ci vediamo più tardi, o un'altra volta, quando di nuovo il contachilometri mi porterà ancora qui.
Quando un ennesimo ancora mi farà inanellare parole già usate
L'amore
La casa
Il passato

La mia identità.



venerdì 24 gennaio 2014

Orchidea

Le parole sono importanti.
Dire alle persone care quanto lo sono, perché lo sono, farlo spesso, farlo per bene, è necessario, oltre che giusto.
Compiere azioni che dimostrino i sentimenti che ci legano a loro è anche meglio.

Ultimamente il tempo che ho per fare tutto questo è poco, troppo poco.
Mi ritrovo a sentirmi in colpa nel tentativo di non soccombere alla ruota dei giorni uno sull'altro, alla velocità con cui il tempo ha preso ad andare.

Succede, però, di scoprire di avere appigli e ancore impolverati, nascosti sotto il letto, dentro l'armadio o in soffitta, che, al momento giusto, tornano a splendere di luce propria, ti sostengono, ti danno coraggio.

Succede che possono passare i mesi e a volte gli anni senza dirsi una parola, senza raccontarsi nulla, vivendo su binari paralleli e lontanissimi e che poi dal nulla basti un niente e tutto ritorna vivido e forte come l'avevi lasciato.

E ti dà il coraggio e la speranza che cercavi.


Otto mesi senz'acqua, il caldo torrido, l'aria secca dei termosifoni.
Non ti ho guardato neanche, non ti ho buttato chissà perché.
E tu, adesso, non si sa come, fiorisci.

La cura è essenziale, la fiducia e la pazienza lo sono di più.


martedì 26 novembre 2013

Strategie vincenti

Domani vado a Roma.
C'è una cosa abbastanza istituzionale e abbastanza importante, lavorativamente parlando, che magari poi vi racconto al ritorno, giusto per tediarvi un po'.
Ma concentriamoci sul focus, perdiana: domani vado a Roma!

Si vede il sorriso a trentadue denti?

No perché non ce n'è: Roma è una droga di quelle che ti fa andare in crisi di astinenza, se non provvedi con una dose almeno una volta l'anno. E io, fatti due conti, manco da Roma esattamente da novembre dell'anno scorso.

In quell'occasione fui baciata da un cardinale.
Ma sorvoliamo, per carità.

Insomma, ve l'ho detto che domani vado a Roma? Sì?
E quindi niente, sto preparando la valigia per i prossimi cinque giorni, perché, già che sono in zona, sabato e domenica faccio un'altra puntatina in Umbria dalla nipotina ultima arrivata (che anche lì, quanto a crisi di astinenza, non si scherza).
La settimana scorsa, complice la venuta in Sabaudia della mater, ho fatto acquisti.
Non sia mai che ti presenti al mondo professionale come una sciancata!
Fortunatamente ho evitato l'ipotesi tailleur-seduta-di-laurea e in compenso ho un sacco di nuovi vestitini.
Promod ti amo con tutta me stessa. La nuova collezione c'ha pure le gonne svasate. Luccichiii invadono prepotentemente i miei occhi.
Per cui in valigia ci metto soprattutto gonne e vestiti svolazzanti ma casual, adatti all'occasione seria ma anche al weekend familiare.

Unico neo: son tutti di cotone.
Dice, ma è fine novembre, fuori fa meno tre e c'è il sole solo se ti dice culo.
Ci ho pensato, malfidati che non siete altro.
Sotto al vestitino primaverile, se e quanto sarà d'uopo, c'ho la canottiera lanaeseta.

Tiè.
Che fine stratega.
Napoleone lèvate.



martedì 12 novembre 2013

Metti due nipoti per casa

Che poi uno dice: non aggiorni mai il blog, che fine hai fattto?, non è che sparisci un'altra volta?
No, non lo farò.

E' che, come ho piuttosto laconicamente anticipato, il periodo è di quelli fitti fitti di cose e per davvero il tempo del cazzeggio informatico è ridotto a meno enne.

Se poi ci metti che pure il weekend viene trascinato da altre più importanti priorità, allora...

Perché metti due nipoti per casa.
Metti ste due che una sull'altra non arrivano alla tua infinitesimale altezza, metti che sono due femmine nel pieno del loro manifestarsi in duecentocinquanta sfumature di rosa - vadasé, anche rosa glitterato - e canzoncine e balletti.
Metti che si sono fatte con mamma e papà una transvolata dall'equatoriale Palermo all'autunnalissima Torino solo per andare a casa degli zii per un paio di giorni.

Embé, capisci che no, non c'ho avuto il tempo di sedermi a scrivere qua, sabato e domenica.

Che poi, in realtà, cominci ben prima dell'arrivo ad azzerare la tua pur minima autorità nei confronti di chi l'età la può mostrare ancora facendosi bastare le dita delle mani. E ti vedi, giuliva, fra le corsie del supermercato, mentre afferri compulsivamente nesquik, bauli morbidi amici, paneciok, minibrik di succo di pera e interi pollai di ovetti kinder (con le sorprese dei puffi due).
Ci sarà un motivo se il nucleo portante della parola 'viziare' è proprio ZIA.

Poi arrivano, e te ne fotti se rischi lo sfratto perché saltano e strillano nel tuo appartamento condominiale con le pareti di cartone, e te ne fotti del caos, dei colori in giro, dei fazzoletti smoccolati, perché ce le hai lì solo per te e ti fai colonizzare, ti godi le loro scarpe rosse che ci stanno tutte e quattro in una mattonella e i loro accademici discorsi sui Mylittlepony (che dio li strafulmini, sti equini, però!).

E la grande, che compie otto anni pochi giorni prima della zia (che ne conta 20 in più) che è già così grande e sa un sacco di cose. Lei che ti ricorda Hermione per quella sua saccenza fragilissima e insieme anche te stessa alla sua età, sotterrata alternativamente da libri e barbie, da scuole di danza e silenzi lunghissimi. E tu te la ricordi, quando è nata, e dici 'ma quanto tempo è passato?' e anche 'ma come ha fatto a passare così velocemente, che ieri ti tenevo in braccio infagottata in una copertina e adesso guardati, guardami'.

E la piccola, che è così dirompentemente ribelle e divertente, così allergica alle imposizioni e alla noia, così indipendente. Lei che ti guarda, mentre a stento nascondi uno sghignazzo per qualche sua buffa frase, e ti dice 'ti faccio ridere, eh zia?' C'ha tre anni e mezzo, sta disgraziata, come si fa? Io gliel'ho detto, ai genitori, che prima dei dodici gli porta il fidanzato con i piercing e poi vediamo se il tempo mi darà ragione... 

Hanno fatto il pieno di foglie e di ghiande da riportare ai maestri, ché loro in Sicilia l'autunno lo vedono quasi solo sui sussidiari, e quelle sfumature di rosso e quel rumore fragrante delle foglie cadute sotto le scarpe non li conoscono, e nemmeno quanto può essere grande un fiume e che odore ha, e se somiglia a quello del mare, ma senza il sale.

Sono ripartite ieri e ci hanno lasciato Peppapig ritratta sul frigo con i pixel colorati calamitati e un disegno con due conigli con le orecchie fucsia e blu elettrico.

Le vediamo troppo poco, ecco la verità. E ci accorgiamo tutto di un botto quanto crescono, nell'intanto che accumuliamo chilometri e miglia aeree, e ci commuove il fatto che non si dimenticano di noi, anche se passano mesi, da una volta all'altra.

Ho mostrato loro le foto di Anna sul cellulare: 'questa è la nuova nipotina degli zii', una bimba come voi, che riazzera il conto dell'infanzia e ci sottopone di nuovo daccapo a questo amore immenso e a questo strazio delle distanze. Ma sarà comunque bellissimo e privilegiato, come lo è con voi.
Perché a chi mi ha detto 'questa è la figlia di tuo fratello, adesso sei zia per davvero, è un'altra cosa', rispondo che no, non è un'altra cosa, non c'è differenza.
Non c'è davvero nessunissima differenza.

lunedì 28 ottobre 2013

Anna

Anna, sei nata 9 giorni fa.
Non ho scritto nulla su di te, perché volevo prima prenderti in braccio.
Sei nata di sabato pomeriggio, mezza Italia più in giù di me, mezza Italia più in su di dove io e tuo padre siamo nati e cresciuti.
Tuo padre. Cioè, mio fratello.
Già questo basterebbe a capire con quanta enorme forza tu e i tuoi tre chili scarsi siate riusciti a sconvolgere ogni equilibrio conosciuto.



 Dio, se sei bella.
Così piccola e perfetta.
Profumi di bambina piccola.
E sei emozione allo stato puro.

Fai le smorfie, sorridi, ti corrucci con le stesse rughe fra gli occhi di tua madre, sei buffa e leggerissima.
Come ti incastri con naturalezza nelle braccia dei grandi, atterriti di gioia ed impauriti dal tuo essere così fragile e così nuova.
Ridisegni ogni relazione.

E mi regali uno sguardo più pulito, più luminoso sul mondo.

Benvenuta.


sabato 5 ottobre 2013

Buona idea, Cattiva idea #4



Buona idea: Organizzare una maratona cinematografica di Harry Potter con un paio di amici

Cattiva idea: Organizzare una maratona cinematografica di Harry Potter e di conseguenza sognare di essere Hermione Granger, che deve fare pipì, ma non può andare nel bagno delle ragazze in quanto, avendo bevuto la Pozione Polisucco, ha le fattezze di Harry Potter.


lunedì 19 agosto 2013

Elogio della Settimana Enigmistica

Riemergo dal silenzio degli ultimi dieci giorni per testimoniare che no, non sono stata risucchiata da un vortice di gelato, né inglobata in un'arancina gigante, semplicemente le mie vacanze sicule si stanno dimostrando vieppiù (che bella parola!) fancazziste e con la clausola irrinunciabile di tenermi il più possibile lontana da monitor, tastiera e mouse.
Però, che diamine, non mi par bello far perdere le mie tracce, sia pure ferragostane e desertiche, quindi eccomi qua, pronta a discettare su ciò che più di tutto in questi giorni sta tenendo in allenamento il mio placido e satollo e pigrissimo neurone: la Settimana Enigmistica.

Non so voi, ma io la prima cosa che faccio, immancabilmente e necessariamente, è la Pista Cifrata a pagina 8.
Unisci i puntini da 1 a 49. E viene fuori un omino che si fa mangiare da uno squalo.
Che vi devo dire, mi dà un senso di pace e armonia con il cosmo, tutto è al suo posto e niente può andare storto. Niente a che vedere con il vicino "Che cosa apparirà", che prevede un dispendio inutile di tempo e inchiostro, nell'accanimento ad annerire tutti gli spazi col puntino. No, non ne vale la pena.

Poi, soprattutto d'estate, quando la rivista che vanta innumerevoli tentativi d'imitazione è contesa da nuclei familiari allargati, l'essenziale è accaparrarsi le pagine migliori, ovvero i cruciverba senza schema. Vi do una dritta, casomai non lo sapeste: l'ultimo dei tre canonici contenuti è quello più difficile. Solitamente è quello di Bartezzaghi. Quello da battere. Quello che malignamente ti fotte con una definizione di due lettere la cui risposta non ti sarà fornita neanche dalla Treccani e che, ovviamente, non ha incroci con altre parole. E a me quella casellina bianca rimasta mi manda in bestia.
L'acerrimo nemico di Bartezzaghi è ovviamente Ghilardi (Di Muro, pure spesso presente, è tipo la Svizzera: noioso e non schierato), che vanta le peggiori definizioni di stampo geografico mai concepite, tipo (cito testualmente): "La Alma città più popolosa del Kazakhstan". Seh.

Ancora due gruppi di giuochi degni di nota.
Il primo, quelli per i solutori più abili: cornici concentriche, incroci obbligati, ricerca di parole crociate, parole crociate senza schema e, solo di tanto in tanto, triplici incroci obbligati (amichevolmente detti 'i triplici'), parole crociate ad anello, bobine. Difficilerrimi, ma quanta soddisfazione danno!
Il secondo, i giochi di parole: il bersaglio è il mio preferito, ma non disdegno neanche rebus, indovinelli, sciarade, lucchetti e via dicendo.

A parte invece è il discorso per tutti quei giochi che non prevedono la scrittura delle parole o delle soluzioni e che, quindi, sono tipici delle situazioni in cui ti manca una penna: in spiaggia se hai incautamente cambiato borsa, o in bagno quando tipicamente l'unica rimasta sulla lavatrice decide di non scrivere. Fanno parte di questo ameno gruppo di intrattenimenti in extremis le trovate di "Se vi foste il giudice", "Suspance!", "Il professor De Nuvolis", oltre naturalmente a tutta la schiera di investigatori e/o ladri incapaci che in sei o otto vignette propongono misteri da risolvere andando a caccia di indizi celati nei disegni.

Ancora, e la smetto, una parola sulle barzellette: ok, non fanno ridere, ok, sono vecchie e desuete, ma io le adoro. Ecco, in condizioni di calma vengono subito dopo la Pista Cifrata. Perché raccontano un mondo immutabile e stereotipato, ma tutto sommato gentile, genuino, innocuo. Il capo che bastona il dipendente, la moglie che aspetta alzata il marito col mattarello in mano, il bandito col passamontagna. E' un universo sicuro, non so come dire, un'oasi in cui il tempo si ferma, a prescindere da tutto quello che succede nel mondo reale. Tu lo sai, che potrai sempre fare una 'risata a denti stretti' e che potrai 'rinfrancar lo spirito fra un enigma e l'altro'. Il resto non conta, il resto non esiste, perché la Settimana Enigmistica è rimasta intatta ed immutabile da ottant'anni a questa parte. Ed è bello così. E' una certezza.

Io gli voglio bene, al Corvo parlante, alla Susi, a Carlo e Alice, a Lillo il cane saggio, ad Aguzzate la vista, allo Strano ma vero e all'Edipeo enciclopedico, alle Spigolature e al Forse non tutti sanno che...

E, manco a dirlo, alle soluzioni, che non guardo mai, ma che lo so che stanno sempre a pagina 46.


lunedì 5 agosto 2013

Wii-chend (ma anche We can't)

Io l'ho detto che detesto l'estate.
L'ho detto che mi rende insofferente e irascibile.
E dopo una notte durante la quale ho dormito per circa tre ore non continuative, inframezzate da rotolamenti a destra e a sinistra, gocce di sudore che dalle tempie scendono lentamente e inesorabilmente lungo il collo e fino alla nuca, alzate repentine per permettere al materasso di ritornare a una temperatura inferiore a quella della graticola e contemporaneamente mettere sotto l'acqua gelata braccia e collo, e ancora non in ultimo da un ventilatore che al massimo della sua potenza è riuscito solo a simulare le macchinette per asciugare le mani che si trovano negli autogrill a fianco ai lavandini, ecco dopo tutto questo, la mia convinzione iniziale si tinge di una sfumatura che - come dire - mi fa assomigliare ad Hannibal Lecter. Anzi no, a Jack Torrance.

Detto questo (dove 'questo' mi rendo conto essere un periodo inutilmente lungo e mal strutturato, di cui darò la colpa al mio neurone assonnato, il solo che non è già andato in ferie e che mi costringe ad errori di battitura molteplici del tipo 'smufatura', che manco Dotto dei 7 nani, e Diomio lo sto facendo di nuovo, vi prego abbattetemi), la mia idea iniziale era di raccontare il weekend appena trascorso, anzi il 'Wii-chend', come recita il titolo, mutuando una trovata paroliera del consorte ispirato.

Gli ho regalato la Wii.
Per i suoi trent'anni.

Il che mi rende la fidanzata migliore dell'orbe terracqueo e anche di pianeti limitrofi e galassie confinanti.
Almeno, così mi hanno assicurato.
Ci sono poi delle velenose voci di corridoio che millantano che l'avrei fatto perché sotto sotto la volevo pure io, ma sono serpi in malafede, non date loro ascolto, soprattutto quando vi mostreranno i miei record a Trauma Center New Blood e i miei punteggi di Lego Harry Potter. Quelli sono con tutta evidenza esperimenti scientifici serissimi che mi hanno permesso - per dire - di affermare con sicurezza che avrei potuto diventare un brillante chirurgo, in una vita parallela, e che la transcodificazione del linguaggio nel passaggio libro-film-videogioco soffre sì di innegabili perdite, ma guadagna di certo svariati punti creatività.

Sì.
Uhm.
A-ah.

Insomma, per farla breve, complici le temperature sahariane che ci impongono di vivere come i vampiri Cullen, esposti all'aria aperta solo quando non splende il sole, abbiamo trascorso la gran parte del sabato e della domenica a videogiuocare col nuovo giocattolino, con buona pace dei fondamentalisti per i quali il videogioco è il male assoluto e che ci vorrebbero tutti (dove 'tutti' sta per 'tutti i bambini') con le ginocchia sbucciate per le partitelle a pallone e/o per le cadute dalla bici. A costoro, il 5 d'agosto, io rispondo: Vacce te. Aka: ne riparliamo quando Torino avrà il mare.

Gesù, sto sbadigliando in loop.
Noncelapossofare.
La città è semideserta in modo imbarazzante, i mezzi pubblici continuano a non avere l'aria condizionata e stamattina non ho manco potuto prendere un caffè al bar: tutti chiusi. Maledetti.
E devo lavorare ancora fino a venerdì, coprendo i turni della collega in ferie.
E il mio compagno di stanza ha deciso di mettere solo musica latinoamericana. Carico da undici.
Le mie manie omicide stanno pogando furiosamente.
Ho delle occhiaie che manco lo zio Fester, ormai le chiamo affettuosamente Anastasia e Genoveffa.
Voglio morire. O almeno dormire (ciao, Hamlet).
Ma niente, non si può.
No. 
We can't.