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martedì 13 gennaio 2015

Stream of Consciousness

Difficile a dire consciousness consciousnss conciou cons maledetto treno che barcolla e mi fa sbagliare i tasti maledetta base d'appoggio instabile benedetto il mio ultrabook supersottile e superleggero (ma che bel giocattolino che mi sono regalata) l'ho comprato per poter andare e venire andare e venire e avere l'agio la tranquillità il tempo e la voglia di saltabeccare nell'internet oh gaudio oh divertimento oh povere pupille mie già così stanche ché son le seiemmezza di sera e ancora non rinunci a ticcheggiare e touchscreenare manco mentre torni a casa - casa casa casa un plaid un divano l'ennesimo episodio di grey's anathomy (a tutti gli effetti è diventato una droga) e più ci penso più mi dico è un anno oggi è un anno il 13 gennaio un anno fa cominciava la mia vita pendolare torino milano torino milano torino milano andare e venire per lavorare mi piace il mio lavoro mi piace molto mi dà soddisfazione e stanchezza e insofferenza alle volte e stress ma più di tutto soddisfazione torino milano torino milano mi piace anche lavorare a casa in pantofole mi piace preparare il pranzo e mangiarlo subito senza scaldarlo al microonde mi piace guardare dalla finestra e vedere la luce di Torino mi piacciono i miei ciclamini resistenti e persistenti mi piace la calma e mi piace skype e le videochiamate con la mia collega in inghilterra quella giovane e brava e preparata davvero ha la mia età e un figlio di due anni come diavolo fa io non lo so non lo so questo natale è stato strano questo natale tutti lì a guardarci e dirci eh beh e quando vi date una mossa e che aspettate eh aspettiamo caro lei aspettiamo certo che aspettiamo non se ne parla levatevelo dalla testa tutti e tutti più uno per carità percaritàdiddio ho ripreso la routine sì ho ripreso il corso di yoga il corso di striding il corso in piscina ho ripreso a fare la spesa con tante verdure ho ripreso a preparare il caffè la sera per la mattina e vado in bici vado tanto in bici domenica per dire abbiamo fatto 22 km fino a Stupinigi e ritorno bellissimo una giornata da dio peccato il vento alla fine che fra un po' ci si porta via che poi il vento a torino quando mai manco fossimo a catanzaro forse è stato per darmi un accenno di nostalgia forse chissà forse chissà i miei genitori hanno fatto i biglietti per venire da noi a marzo tre giorni mi ritrovo a consultare il calendario e avere i dettagli fino a giugno o quasi come è possibile come a febbraio roma e venezia a marzo i miei ad aprile pasqua con mio fratello (forse) poi il torino comics che quest'anno si cosplayzza alla grande ma prima (forse) scendo di nuovo a catanzaro magari un weekend e poi ancora salamanca e forse barcellona e poi la puglia a giugno ma a maggio c'è la fiera del libro che fai te ne scordi ed ecco è un attimo che devi programmare le vacanze estive una pazzia insomma una pazzia mi va di stare ferma mi va di vivere casa mia casa mia per piccina che tu sia non vai quasi più bene dobbiamo cercarne una nuova che per caso qualcuno di voi vende casa in zona porta susa massimo massimo zona tribunale? qua le chiacchiere stanno a zero tocca cominciare a cercare immobiliare.it come pagina iniziale e via ecco non so se ne saremo capaci non lo so e un po' ho paura un po' mi sembra una cosa più grande di noi ma non sia mai che ce ne stiamo troppo tempo con le mani in mano non sia mai che ci annoiamo quei due giorni e due notti no no non fa per noi e allora di che ti lamenti ma no di niente è che era un po' che non scrivevo e dovevo aggiornare tutti ma tutti chi tutti quelli che passano che sia uno che siano cento poco importa ora va meglio ora sì posso tornare al dondolio al barcollamento frecciarosso dovrei essere arrivata e non lo sono sarà in ritardo eh sì sarà in ritardo 'tacci sua magari rileggo sto sproloquio magari sì dai così correggo gli errori di battitura e mi rilasso e poi collasso e metto un punto punto.

lunedì 15 dicembre 2014

Alice nel paese dei call center

E' stato più o meno un anno e mezzo fa quando per la prima volta sono entrata nel blog di Dalila: Le mie prigioni (Silvio Pellico stava meglio). Ricordo che per me era un periodaccio, una di quelle curve negative della sinusoide dell'umore che testardamente si ostinava a durare tanto, ma tanto.
Ho sbirciato dalla finestra di Dalila e ho trovato un'anima affine alla mia. Una sorta di transfert di freudiana memoria, quella sensazione che ti fa dire: guarda, siamo uguali. Dalila lavorava in un call center e raccontava la sua tragicomica esistenza professionale in post agrodolci, spesso malinconici, sempre ironici. Quello che ci voleva, in quel momento, per me.

Ho continuato a leggere le sue evoluzioni - e continuo tuttora - perché sempre, come quella prima volta, mi succede di riconoscermi nelle sue parole e nei suoi stati d'animo, nonostante non ci conosciamo davvero, viviamo in posti differenti, abbiamo storie diverse.

Succede che Dalila ha scritto un libro. Io l'ho comprato, subito. E l'ho letto.

Torino-Milano, Milano-Torino, Torino-Milano. Ci ho messo tre tratte da pendolare sul Frecciarossa, la metà del tempo abbarbicata al vano porta-valigie, all'impiedi, ché il treno era pieno.
L'ho letto sbuffando le due volte che ho dovuto interromperlo per scendere dal treno e andare a lavoro e portandomi dietro entrambe le volte la sensazione di consueta simmetria tra i miei pensieri e quelli di Dalila, tra le sue parole e quelle che io avrei voluto dire.

Alice nel paese dei call center è la storia di una ragazza italiana, quasi trentenne, laureata, che per campare, per essere autonoma e indipendente, si impone di resistere al contratto precario che la lega a un call center per sei mesi, temendo e sperando quando la fine del contratto si avvicina, combattendo contro i demoni che tutti quelli che fanno parte della mia generazione e si sono avventurati alla ricerca di un lavoro conoscono fin troppo bene: frustrazione, precarietà, senso di inadeguatezza, rabbia.

Io non ho mai lavorato in un call center. Per fortuna. Non ho mai sperimentato la realtà grottesca e spesso umiliante che racconta Dalila nelle sue pagine (e nei suoi post). Per fortuna.
Ma ecco.

Lo sforzo di chiedere i soldi ai genitori, quando un lavoro non lo trovi.
Il senso soffocante di sconfitta che ti assale, quando consideri l'eventualità di ritornare nella tua meridionale città di provincia, con le pive nel sacco, e insieme la sensazione di trovarti fuori posto ogni volta che ci torni per periodi più lunghi di un weekend e il pensiero che forse se fossi rimasta, se non avessi saputo cosa c'è fuori, nel bene e nel male.
La consapevolezza dell'inutilità di anni di studio, e fatica, e contemporaneamente la rabbia per non averlo capito subito, a vent'anni, cosa c'era nel mondo fuori. La voglia di gridare in faccia alle matricole: pensateci bene, ma bene davvero, al tempo che state spendendo (perdendo) in queste aule universitarie.
L'invidia per chi ha una vita programmata, un posto sicuro, una routine che magari l'annoia.

Tutto questo, con colori così vividi e contorni così netti, io lo conosco. L'ho vissuto. Ci ho fatto i conti spesso e bene.

Per questo credo che il libro di Dalila valga la pena di essere letto. Anche da chi - come me - non ha mai messo piede in un call center. Anche - soprattutto! - da chi non sa cosa significa fare parte di questa massa di giovani inadatti, troppo preparati o con troppo poca esperienza, troppo poco choosy, svalutati, immiseriti dal mercato del lavoro. Troppo grandi o troppo piccoli. Come Alice, che non riesce a passare dalla porticina e subito dopo annega nel suo mare di lacrime.

Perché bisogna provare a capire, ad immedesimarsi. Oppure a riconoscersi, a lasciarsi andare alla consapevolezza di non essere da soli.

Perché per persone come me e come Dalila, ostinatamente, le parole sono speranze.


[Il libro, se volete, lo trovate qui]

sabato 26 luglio 2014

Buona idea, Cattiva idea #9


Buona idea: il venerdì, dopo il lavoro, trattenersi a Milano per un aperitivo piuttosto alcolico e godersi la sensazione alticcia dovuta a quattro prosecchi e un margarita.

Cattiva idea: il venerdì, dopo il lavoro, trattenersi a Milano per l'aperitivo organizzato dal capo, che si rivela molto alcolico, ed essere inopportunamente alticci a causa di quattro prosecchi e un margarita.

[Pessima idea: il capo è molto, molto più alticcio di voi.]



giovedì 6 marzo 2014

Buona idea, Cattiva idea #7


Buona idea: preparare il pranzo da ufficio curando di tenersi leggeri per non crollare Di sonno sulla tastiera nel primo pomeriggio.

Cattiva idea: tenersi leggeri a pranzo, in ufficio, e crollare di fame sulla tastiera nel primo pomeriggio.

[Buona idea in calcio d'angolo: avventarsi su un trancio di pizza acquistato in stazione alle 17 e 30]

domenica 9 febbraio 2014

Gruppo di famiglia in un esterno

La signora bionda
La signora bionda la trovo al binario ogni mattina alla stessa ora, sempre bionda, sempre infagottata. Ha gli occhiali. Secondo me è una professoressa precaria. Perché, altrimenti, partire alle sette e venti per scendere dal treno a Vercelli, solo una mezzoretta più in là? La signora bionda sale sempre sull'ultima carrozza e si siede dove capita. Abbonata.
La ragazza col piumino attillato
La ragazza col piumino attillato non la vedo mai salire sul treno, ma so che c'è sempre, quando stiamo per arrivare a Milano Centrale. Puntuale, anche quando - sempre - il treno è in ritardo, si palesa in movimento lungo le carrozze che risalgono il serpentone del treno, veloce più di quanto sarebbe se camminasse per strada, ché si muove nella stessa direzione del mezzo. Arriva, come me, in testa alla prima carrozza e lì scende, di corsa. Ha guadagnato strada e lo fa di routine. Ho molto da imparare.

Il poeta
Di giorno fa il manager e si vede. Giacca, cravatta, orologio costoso,  Ipad, auricolare bluetooth. Di sera, quando sta tornando a casa, smette. Posa tutta la ferraglia elettronica e tira fuori un quadernetto con la copertina di carta riciclata e i fogli senza righe, tira fuori una penna che scopro stilografica e comincia a scrivere. Scrive, guarda fuori, pensa, scrive. Riempie le righe con una calligrafia minuscola e inclinata, con una cura e una costanza che deriva certamente dall'attitudine all'ordine, che permea la sua vita. Così non grigia. Se mi vede, chissà cosa pensa.

Il barbone
All'incrocio fra le due uscite della Metropolitana, linea verde, fermata Centrale FS, è seduto a terra con un cartello in mano: "HO FAME". Tutto il giorno, tutti i giorni. Ha trovato un punto strategico che gli permette di intercettare il flusso dei viaggiatori in uscita verso tutte le direzioni. Ahimè, tutti vanno di fretta. Dietro l'angolo, appena dopo nella linea di fuga prospettica di chi sta uscendo dai tornelli, appare un altro mendicante, molto più giovane, nascosto in modo che il primo non lo veda. Ha un cartello anche lui: "IO DI PIU'".

Il millantatore
Viaggia in un gruppo di cinque o sei persone. E' certamente il più spigliato e anche quello con meno sonno di tutti. La giornata è limpida, il sole sta salendo sulla linea dell'orizzonte e illumina tutto di una strana luce bianca e rossa. Le Alpi innevate si impongono solennemente nel paesaggio, fuori dal finestrino.
- Guardate che meraviglia! Sembrano le montagne dell'Afganisthan!
- Dici? Ma perché, sei stato in Afganisthan?
- No che c'entra, ma le ho viste... in televisione.
- ...
- Beh è come esserci stati, no?

L'uomo con i calzini a righe verticali verde acqua e bluette
Che non ha decisamente bisogno di didascalie.

venerdì 17 gennaio 2014

Tabella di marcia

Metto la sveglia: 6.15 a.m.
Fuori piove, ma ho avuto il buon senso di coprire il sellino della bici con una busta di plastica.
Mi addormento.
Mi sveglio. Mi addormento. Mi sveglio. Guardo l'ora. Presto. Mi addormento. Mi sveglio di nuovo. Presto ancora. Dormicchio. Mi sveglio: 6.10.
Mi alzo.
Cerco di non fare rumore.

Cucina, accendo la luce. Fuori è buio, buio e silenzioso. Caffè-preparazione-piumino pesante.
Guanti, paraorecchie, sciarpa.

6.50. Scendo.
Non piove tanto, dai.
Bici (l'ho fatta riparare apposta la settimana scorsa), bici per forza. Per principio. Con qualunque meteo.
Freddo. Accendo i led, bianco davanti, rosso dietro. Parto.

In giro non c'è quasi nessuno, il tabacchino sta aprendo, stanno montando il mercato, posso pedalare sul marciapiede senza dare fastidio. La strada l'ho provata l'altroieri, bastano dieci-dodici minuti per arrivare a porta susa stazione.
Infatti.
Lego la bici e scendo al binario.
7.19 Freccia bianca per Venezia.

Salgo, mi siedo, provo invano a dormire un po'. Ascolto la radio dal nuovo smartphone.
Guardo, piano piano, il paesaggio riempirsi di luce, la vita del giorno farsi strada con naturalezza.
Arrivo a Milano Centrale alle 8.45. Facciamo 8.50, che quei cinque minuti di ritardo non si negano a nessuno.

Milano non mi piace per nulla.
Dì una cosa di Milano? Mi fa schifo. Vabbè, il Duomo non vale. Quello è bellissimo.
Ma basta.

Corro. Supero tutti, pure sulle scale mobili. Prendo la Metro Verde. 3 fermate per il Politecnico, là c'è l'ufficio. Arrivo: 9.15.
Quasi in tempo dai.

Lavoro.
Lavoro lavoro lavoro.
La mia nuova collega è simpatica e siamo stranamente sulla stessissima lunghezza d'onda.
Ottimo.
Lavoro ancora, faccio la diplomatica, l'esperta, la novellina, l'accomodante, la polemica.
Tutto con abbastanza scioltezza, per essere ancora all'inizio.

17.30. Vado.
Percorso inverso.
Velocizziamo. Cammino-Metro-Stazione-Treno(in ritardo)-Torino-Bici verso casa.

Rientro che sono le 20.30.
Domani di nuovo, daccapo.
Sì ok, solo tre o due giorni a settimana, che c'ho il part-time.

Che dici, va bene?
Stringo i denti, pensando a quanto sarà faticoso, da oggi in avanti.
Sorrido, pensando che questo lavoro è bello, è il mio, me lo devo tenere strettissimo e mi lascia spazio per altro.
Altro che devo trovare, ancora.

Penso che sì, mi va benissimo.