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giovedì 8 giugno 2017

I Vorrei e i Grazie per

Fra i molti blog che seguo, che siano a tema 'maternità' (da un po' di tempo a questa parte) oppure no, ce n'è uno che mi è particolarmente caro ed è piuttosto famoso: il blog di Claudia De Lillo, alias Elastigirl. Il suo ultimo post si intitola 'Vorrei terapeutici' e dipana con la sua consueta ironica malinconia la lista dei desideri ingoiati con i quali ha a che fare in quanto mamma di tre figli maschi, e lavoratrice instancabile, e donna sempre alle prese con una vita che è un frullatore. Fra i commenti che ha ricevuto questo post, uno recita, all'incirca, 'vanno bene i vorrei, ma se ci si concentrasse anche sui 'grazie per', forse si vivrebbe meglio'.

Ho pensato a me, alla mia vita attuale, a quanto è diversa da quella di uno, due anni fa e mi sono detta che ho moltissimi 'vorrei' da parte, e forse altrettanti 'grazie per' che meritano di farsi strada nella mia quotidianità.

Quindi ecco, l'argomento non è originale, ma l'esercizio è, come dice Elastigirl, terapeutico.

Vorrei dormire otto ore di seguito e svegliarmi di mia sponte, possibilmente riposata.
Vorrei il freddo, adesso, e il gusto di farmi abbracciare dalle mie due personali stufette.
Vorrei il mio corpo indietro, non solo e non tanto con cinque chili in meno, ma con le sue naturali, riconoscibili risposte agli stimoli esterni, che non includano fuoriuscite di latte e capelli che cadono e ormoni che ballano.
Vorrei tornare al lavoro, e questo succederà presto, ma vorrei farlo senza lo spauracchio di un contesto che mi accoglierà con più problemi che altro.
Vorrei non temere la mancanza del pargolo, quando tornerò a lavoro.
Vorrei non desiderare almeno una volta ogni giorno di essere altrove.
Vorrei stare meno tempo da sola.
Vorrei la mia famiglia più vicina, per poter stare insieme a tutti e a ciascuno senza tempi stabiliti da partenze e arrivi e, quindi, senza dover concentrare tutto in poche ore, o giorni, per poi stare mesi senza.
Vorrei avere più soldi, per non dover pensare con preoccupazione a come far quadrare il bilancio familiare.
Vorrei guardare mio figlio sempre con entusiasmo e stupore, mai con noia o insofferenza.
Vorrei sapere più cose della vita dei miei amici e sentirmi indispensabile.

Ma grazie.
Grazie per la mia salute, perché sto bene, fatti salvi gli acciacchi.
Grazie per la fortuna che abbiamo avuto: desiderare un figlio e averlo dopo poco, senza difficoltà.
Grazie perché è sano come un pesce, ed è bellissimo.
Grazie per il consorte, perché pur attraversando la tormenta, in questi mesi, siamo sempre ancora noi e per la maggior parte del tempo solo noi, e ce la facciamo, siamo bravi.
Grazie perché c'è un lavoro che mi aspetta anche se ho un figlio, e di questi tempi non è affatto scontato.
Grazie per i sorrisi gratis, per le risate sottovoce alle dieci di sera, per gli abbracci quando li chiedo e anche quando non li chiedo.
Grazie per le persone che abbiamo intorno, per i legami che ci stringono insieme, per la facilità di ritrovarci nonostante le difficoltà di ognuno.
Grazie per la prospettiva sul futuro, che è spaventosa, ma anche stimolante, e porta con sé le tracce di vita nuova, comunque piena.
Grazie perché basta un attimo per ritrovare la mia famiglia, sempre la stessa, sempre imperfetta e accogliente, forse un po' invecchiata, ma comunque in grado di riadattarsi ai nuovi equilibri e ai nuovi arrivi, con l'amore negli occhi.

Grazie per tutti i miei vorrei, perché non mi accontento, perché mi servono i progetti e la visione sul domani per riconoscermi, anche un po' per lamentarmi, per riflettere e riflettermi, e per sapere dove trovarmi.

lunedì 19 gennaio 2015

Buona idea, Cattiva idea #11



Buona idea: per far fronte al Blue Monday, regalarsi un bicchiere di rosso, a pranzo.

Cattiva idea: per la depressione da Blue Monday, non dire di no al secondo bicchiere di rosso, a pranzo, e dover affrontare poi un pomeriggio di lavoro che prevede calcoli difficili, precisione e concentrazione.

lunedì 15 dicembre 2014

Alice nel paese dei call center

E' stato più o meno un anno e mezzo fa quando per la prima volta sono entrata nel blog di Dalila: Le mie prigioni (Silvio Pellico stava meglio). Ricordo che per me era un periodaccio, una di quelle curve negative della sinusoide dell'umore che testardamente si ostinava a durare tanto, ma tanto.
Ho sbirciato dalla finestra di Dalila e ho trovato un'anima affine alla mia. Una sorta di transfert di freudiana memoria, quella sensazione che ti fa dire: guarda, siamo uguali. Dalila lavorava in un call center e raccontava la sua tragicomica esistenza professionale in post agrodolci, spesso malinconici, sempre ironici. Quello che ci voleva, in quel momento, per me.

Ho continuato a leggere le sue evoluzioni - e continuo tuttora - perché sempre, come quella prima volta, mi succede di riconoscermi nelle sue parole e nei suoi stati d'animo, nonostante non ci conosciamo davvero, viviamo in posti differenti, abbiamo storie diverse.

Succede che Dalila ha scritto un libro. Io l'ho comprato, subito. E l'ho letto.

Torino-Milano, Milano-Torino, Torino-Milano. Ci ho messo tre tratte da pendolare sul Frecciarossa, la metà del tempo abbarbicata al vano porta-valigie, all'impiedi, ché il treno era pieno.
L'ho letto sbuffando le due volte che ho dovuto interromperlo per scendere dal treno e andare a lavoro e portandomi dietro entrambe le volte la sensazione di consueta simmetria tra i miei pensieri e quelli di Dalila, tra le sue parole e quelle che io avrei voluto dire.

Alice nel paese dei call center è la storia di una ragazza italiana, quasi trentenne, laureata, che per campare, per essere autonoma e indipendente, si impone di resistere al contratto precario che la lega a un call center per sei mesi, temendo e sperando quando la fine del contratto si avvicina, combattendo contro i demoni che tutti quelli che fanno parte della mia generazione e si sono avventurati alla ricerca di un lavoro conoscono fin troppo bene: frustrazione, precarietà, senso di inadeguatezza, rabbia.

Io non ho mai lavorato in un call center. Per fortuna. Non ho mai sperimentato la realtà grottesca e spesso umiliante che racconta Dalila nelle sue pagine (e nei suoi post). Per fortuna.
Ma ecco.

Lo sforzo di chiedere i soldi ai genitori, quando un lavoro non lo trovi.
Il senso soffocante di sconfitta che ti assale, quando consideri l'eventualità di ritornare nella tua meridionale città di provincia, con le pive nel sacco, e insieme la sensazione di trovarti fuori posto ogni volta che ci torni per periodi più lunghi di un weekend e il pensiero che forse se fossi rimasta, se non avessi saputo cosa c'è fuori, nel bene e nel male.
La consapevolezza dell'inutilità di anni di studio, e fatica, e contemporaneamente la rabbia per non averlo capito subito, a vent'anni, cosa c'era nel mondo fuori. La voglia di gridare in faccia alle matricole: pensateci bene, ma bene davvero, al tempo che state spendendo (perdendo) in queste aule universitarie.
L'invidia per chi ha una vita programmata, un posto sicuro, una routine che magari l'annoia.

Tutto questo, con colori così vividi e contorni così netti, io lo conosco. L'ho vissuto. Ci ho fatto i conti spesso e bene.

Per questo credo che il libro di Dalila valga la pena di essere letto. Anche da chi - come me - non ha mai messo piede in un call center. Anche - soprattutto! - da chi non sa cosa significa fare parte di questa massa di giovani inadatti, troppo preparati o con troppo poca esperienza, troppo poco choosy, svalutati, immiseriti dal mercato del lavoro. Troppo grandi o troppo piccoli. Come Alice, che non riesce a passare dalla porticina e subito dopo annega nel suo mare di lacrime.

Perché bisogna provare a capire, ad immedesimarsi. Oppure a riconoscersi, a lasciarsi andare alla consapevolezza di non essere da soli.

Perché per persone come me e come Dalila, ostinatamente, le parole sono speranze.


[Il libro, se volete, lo trovate qui]

venerdì 7 novembre 2014

Ho scollinato

Ho scollinato.
E' venerdì sera, è il 7 novembre e io ho scollinato definitivamente.
Sapete quando camminate in salita, quella sensazione di agognare la cima per godersi il panorama e poter poi agevolmente ridiscendere, un piede dopo l'altro, caracollando giù per la discesa erbosa? Ecco.

Io sono lì.

Non so bene come ci sia riuscita, ma ho percorso una strada ripidissima, durante le ultime tre settimane, un sentiero puntellato di: responsabilità crescenti, appuntamenti sovrapposti, aspettative altissime caricatemi addosso, ansie da prestazione, impegni affastellati in agenda, scadenze improrogabili, straordinari non considerati. E magoni in gola per la sensazione di non farcela, o peggio, di fare brutta figura, di non essere all'altezza, di sentirsi male anche, di chiedere troppo a mente e corpo e cuore.

Eppure eccomi, ci sono, ce l'ho fatta.

Mi succedeva sistematicamente, appena dopo aver dato un esame all'università, ma qualcosa adesso è cambiato, qualcosa di fondamentale, di definitivo, di scomodo anche, che è: sono stanca.
Stanca di una stanchezza che, spiace ammetterlo, è anagrafica, prima di tutto.
Gna' fo' più come una volta.

Perdo capelli, il mal di testa è troppo frequente e troppo forte, mi addormento nel bel mezzo di una discussione fra amici, tendo a deconcentrarmi troppo facilmente.

E no, non è proprio possibile.
Quindi stop, ho scollinato.
Da oggi, anche basta.
Da oggi, voglio la mia routine autunnale fatta di tempo per lavorare e tempo per riposarsi, tempo per fare sport, tempo per comprare un divano nuovo più comodo, tempo per godersi la casa, tempo per specchiarsi.
Dio, neanche mi specchio più prima di uscire, tanto i minuti sono preziosi.

E poi ecco, un'altra cosa.
Devo impedire che accada di nuovo.
Già l'anno scorso ho scritto di novembre, del fatto che il suo essere penultimo mese lo fa automaticamente corrispondere ad un basso profilo, un cammino sotto traccia che però, per ciò stesso, autorizza a prendere decisioni senza l'ansia del capodanno, a farlo a cuor leggero, diciamo pure spavaldo.
Quindi questo è il mio fioretto per l'anno nuovo, che per me comincia da subito: devo imparare a dire di no.
Facile, dite voi?
No che non lo è. Non lo è se lavorare precariamente vi constringe alla costante, bruciante, maledetta sensazione di pensare sempre 'grazie', che mi stai offrendo un lavoro, 'grazie', per avere scelto me e non un altro, 'grazie', perché lavoro e mi paghi. E come corollario: ogni lasciata è persa. Quindi sì, sempre sì, comunque sì, che fai non lo fai? E se poi perdi questa occasione? E se non ti richiamano? E se e se e se... Basta.
No, grazie. Due parole facili. Ce la posso, ce la devo fare.

No, grazie. No grazie, no, grazie.
Come dice (per altri, più nobili, motivi) Cyrano de Bergerac.

Che poi, alla fine, sono brava.
Alla fine, le soddisfazioni, pure alla spicciolata, ma arrivano.
E allora chi se ne fotte del resto.
Chi se ne fotte di te, lettore maligno, che mi leggi e mi gufi contro per invidia o maldicenza.
Chi se ne fotte delle paturnie di troppo, della modestia, dell'anonimato.

Io no.
Io ho scollinato.
Io sto in cima, per ora, per oggi.

E la vista, di quassù, è bellissima.

 

sabato 26 luglio 2014

Buona idea, Cattiva idea #9


Buona idea: il venerdì, dopo il lavoro, trattenersi a Milano per un aperitivo piuttosto alcolico e godersi la sensazione alticcia dovuta a quattro prosecchi e un margarita.

Cattiva idea: il venerdì, dopo il lavoro, trattenersi a Milano per l'aperitivo organizzato dal capo, che si rivela molto alcolico, ed essere inopportunamente alticci a causa di quattro prosecchi e un margarita.

[Pessima idea: il capo è molto, molto più alticcio di voi.]



giovedì 6 marzo 2014

Buona idea, Cattiva idea #7


Buona idea: preparare il pranzo da ufficio curando di tenersi leggeri per non crollare Di sonno sulla tastiera nel primo pomeriggio.

Cattiva idea: tenersi leggeri a pranzo, in ufficio, e crollare di fame sulla tastiera nel primo pomeriggio.

[Buona idea in calcio d'angolo: avventarsi su un trancio di pizza acquistato in stazione alle 17 e 30]

venerdì 17 gennaio 2014

Tabella di marcia

Metto la sveglia: 6.15 a.m.
Fuori piove, ma ho avuto il buon senso di coprire il sellino della bici con una busta di plastica.
Mi addormento.
Mi sveglio. Mi addormento. Mi sveglio. Guardo l'ora. Presto. Mi addormento. Mi sveglio di nuovo. Presto ancora. Dormicchio. Mi sveglio: 6.10.
Mi alzo.
Cerco di non fare rumore.

Cucina, accendo la luce. Fuori è buio, buio e silenzioso. Caffè-preparazione-piumino pesante.
Guanti, paraorecchie, sciarpa.

6.50. Scendo.
Non piove tanto, dai.
Bici (l'ho fatta riparare apposta la settimana scorsa), bici per forza. Per principio. Con qualunque meteo.
Freddo. Accendo i led, bianco davanti, rosso dietro. Parto.

In giro non c'è quasi nessuno, il tabacchino sta aprendo, stanno montando il mercato, posso pedalare sul marciapiede senza dare fastidio. La strada l'ho provata l'altroieri, bastano dieci-dodici minuti per arrivare a porta susa stazione.
Infatti.
Lego la bici e scendo al binario.
7.19 Freccia bianca per Venezia.

Salgo, mi siedo, provo invano a dormire un po'. Ascolto la radio dal nuovo smartphone.
Guardo, piano piano, il paesaggio riempirsi di luce, la vita del giorno farsi strada con naturalezza.
Arrivo a Milano Centrale alle 8.45. Facciamo 8.50, che quei cinque minuti di ritardo non si negano a nessuno.

Milano non mi piace per nulla.
Dì una cosa di Milano? Mi fa schifo. Vabbè, il Duomo non vale. Quello è bellissimo.
Ma basta.

Corro. Supero tutti, pure sulle scale mobili. Prendo la Metro Verde. 3 fermate per il Politecnico, là c'è l'ufficio. Arrivo: 9.15.
Quasi in tempo dai.

Lavoro.
Lavoro lavoro lavoro.
La mia nuova collega è simpatica e siamo stranamente sulla stessissima lunghezza d'onda.
Ottimo.
Lavoro ancora, faccio la diplomatica, l'esperta, la novellina, l'accomodante, la polemica.
Tutto con abbastanza scioltezza, per essere ancora all'inizio.

17.30. Vado.
Percorso inverso.
Velocizziamo. Cammino-Metro-Stazione-Treno(in ritardo)-Torino-Bici verso casa.

Rientro che sono le 20.30.
Domani di nuovo, daccapo.
Sì ok, solo tre o due giorni a settimana, che c'ho il part-time.

Che dici, va bene?
Stringo i denti, pensando a quanto sarà faticoso, da oggi in avanti.
Sorrido, pensando che questo lavoro è bello, è il mio, me lo devo tenere strettissimo e mi lascia spazio per altro.
Altro che devo trovare, ancora.

Penso che sì, mi va benissimo.

venerdì 10 gennaio 2014

Diesel

Scrivi. Eddai scrivi.
Sì, ok, ma fra un po', quando ho più tempo, quando mi passa il mal di testa, quando, quando.
Sì, ok, ma non adesso, che ho appena spento il computer, che sono appena tornata, che c'ho la casa in disordine.

Scrivi.
Essì, scrivo, vabbè.

Oh, comunque buon anno.
Come dici? Sono passati quanti giorni? Dieci? Ah sì? A me non pare, guarda mi sa che hai preso un abbaglio.

Come Morgana.
Sì, sto leggendo un libro su Avalon e c'è lei che a un certo punto finisce in un mondo parallelo incantato dove le sembra di passare due giorni e invece passano anni, nel mondo reale, e tutti che ne perdono le tracce, Artù, Ginevra, Merlino, Viviana, e dov'è finita Morgana? E che modi sono? E un biglietto poteva lasciarlo.

Vabbè ma poi torna.
E infatti, guarda guarda, sono qui anch'io.

Ma, come dire, in modalità diesel.
Ci metto un po' a carburare.
Ci metto un po' a fare di nuovo l'abitudine a tutto quanto: casa mia, le ore da sola, la prospettiva di una nuova routine che comincerà in pompa magna la prossima settimana e diosolosa cosa vorrà dire, che paura, che paura che ho.

Va bene, lo so, l'albero di natale lo disfo domani, giuringiurello.
E sì, ci proverò col cuore a programmare tutto per i prossimi mesi. Ma non assicuro. Mettiamo le mani avanti.

E le responsabilità, le responsabilità pergiove, dove le mettiamo? 
Suggerirei, circumnavigando il pensiero scurrile che mi era balenato nella testolina, a tutti costoro che nella mia coscienza continuano a martellarmi tale interrogativo, di fare un cfr Zerocalcare, Il demone dell'inadempienza, breve quanto brillante saggio sulla condizione che oggigiorno attanaglia milioni di giovani alle prese con il lavoro allacazzo. Nello specifico, attanaglia me.
Evvabbè, ne usciremo in qualche bizzarro modo.
Sotto pressione, come al solito, confidando nel consueto coup de theatre che mi salva non si sa come ogni volta.
Dici che è perché sono brava? Mah, può essere, me lo ripetono da quando sono nata, suppergiù.
Ma io, che pure ci credo il 90% del tempo, stavolta tentenno e claudico, mannaggia ammè.

Mi sa che devo trovare un corso di training autogeno.

martedì 26 novembre 2013

Strategie vincenti

Domani vado a Roma.
C'è una cosa abbastanza istituzionale e abbastanza importante, lavorativamente parlando, che magari poi vi racconto al ritorno, giusto per tediarvi un po'.
Ma concentriamoci sul focus, perdiana: domani vado a Roma!

Si vede il sorriso a trentadue denti?

No perché non ce n'è: Roma è una droga di quelle che ti fa andare in crisi di astinenza, se non provvedi con una dose almeno una volta l'anno. E io, fatti due conti, manco da Roma esattamente da novembre dell'anno scorso.

In quell'occasione fui baciata da un cardinale.
Ma sorvoliamo, per carità.

Insomma, ve l'ho detto che domani vado a Roma? Sì?
E quindi niente, sto preparando la valigia per i prossimi cinque giorni, perché, già che sono in zona, sabato e domenica faccio un'altra puntatina in Umbria dalla nipotina ultima arrivata (che anche lì, quanto a crisi di astinenza, non si scherza).
La settimana scorsa, complice la venuta in Sabaudia della mater, ho fatto acquisti.
Non sia mai che ti presenti al mondo professionale come una sciancata!
Fortunatamente ho evitato l'ipotesi tailleur-seduta-di-laurea e in compenso ho un sacco di nuovi vestitini.
Promod ti amo con tutta me stessa. La nuova collezione c'ha pure le gonne svasate. Luccichiii invadono prepotentemente i miei occhi.
Per cui in valigia ci metto soprattutto gonne e vestiti svolazzanti ma casual, adatti all'occasione seria ma anche al weekend familiare.

Unico neo: son tutti di cotone.
Dice, ma è fine novembre, fuori fa meno tre e c'è il sole solo se ti dice culo.
Ci ho pensato, malfidati che non siete altro.
Sotto al vestitino primaverile, se e quanto sarà d'uopo, c'ho la canottiera lanaeseta.

Tiè.
Che fine stratega.
Napoleone lèvate.



martedì 22 ottobre 2013

Another Lonely Day

Che poi è solamente il titolo di una canzone di Ben Harper.
Non ho intenzioni derelitte, cominciando con questo titolo che di derelitta ha tutta l'apparenza.
Non oggi, davvero.

E' capitata nelle casse del pc di casa perché ce l'ha portata il random, lo stesso che prima mi ha proposto i Green Day e dopo My sharona. Quindi non c'è dolo.

Però mi ha portato a staccare gli occhi e la concentrazione dalla finestra aperta sulle tabelle di classificazione della Dewey e a riflettere sul contesto che abito, da un po'.

Another lonely day.
Un altro giorno da sola.

Lavoro da casa, tutti i giorni, tutto il giorno. Da sola, ovviamente.
No, frenate gli sguardi commiserevoli, non ce n'è bisogno.
Lo so.
Che non è un bene non poter parlare con qualcuno, fare una pausa per un caffè, per una chiacchiera.
Che non è un bene preferire le pantofole alle scarpe.
Che non è un bene intercalare lavoro e lavatrici nello spazio di pochi metri.

Mi viene in mente un film fantasy in cui Jodie Foster è una scrittrice agorafobica che non esce mai di casa e a un certo punto viene catapultata su un'isola deserta all'avventura.
Ecco, magari.
Magari anche meno, per carità.

Ma sapete che c'è? Che nonostante tutto sto abbastanza in equilibrio. Mi aggrappo al filo del funambolo con tutta me stessa e scopro che riesco a non cadere, anzi di più: riesco a non oscillare nemmeno. Addominali d'acciaio e baricentro incrollabile.

Ho una routine un po' sgangherata che però alla fine funziona e che mi fa arrivare indenne alla fine di ogni giorno con la stanchezza dei giusti e nessuna nostalgia per quello che avrei potuto o voluto fare altrove.

Sì, ci sono dei trucchi.
Sapere che mi sono data l'obiettivo di arrivare fino a natale in questo stato, col nuovo anno, se non cambia nulla, lo farò cambiare io, in qualche modo.
Sapere che comunque, arrivati alle otto sera, esco di casa per andare in palestra, o in piscina, o al corso di giardinaggio, o di tedesco. L'avevo detto, fuori cinque sere su sette.
Sapere che ho una vita che nonostante tutto si palesa spesso divertente, comica, in compagnia.

Un ingranaggio ben oliato che fa andare anvanti l'orologio senza troppi errori di misura, o secondi saltati e accumulati.

Sono una persona che ama avere ben chiaro cosa c'è davanti a sé, altrimenti non si gode il paesaggio, atterrita com'è nel tentativo di decifrare la carta stradale per non sbagliare. Forse è masochismo, non so.
Ma ho accettato che, per ora, questo è ciò che ho e devo farmelo bastare.
Anzi no: devo riuscire a desiderarlo, ogni mattina, e a non sgretolarmi al primo senso di vertigine, là sul filo.
Zen, molto zen.
Un passo, un respiro per volta.


giovedì 5 settembre 2013

Galleggiando

Negli ultimi giorni ho letto più di un post, nelle case dei blogger che frequento, dedicato a Settembre, a quanto questo mese sia a tutti gli effetti un 'capodanno' psicologico e concreto, e al fatto che per questo merita di essere celebrato e accolto con entusiasmo e aspettative.

I miei ultimi settembri sono stati effettivamente conformi a questo stereotipo: solo l'anno scorso, di questi tempi, stavo per concludere gli esami della specializzazione e firmavo ben due contratti di lavoro. Oserei dire, ben oltre le mie più rosee aspettative...

Quest'anno... mah.
Galleggio.

Da giorni ormai, vivo in una specie di bolla adimensionale, acronica, silenziosa.

C'è che la mia precarietà mi salta addosso con violenza sempre uguale, non appena ne ha l'occasione, e mi colpisce, mi ferisce, mi fa vacillare.
C'è che quando questi attacchi arrivano, mi accorgo con lucidità di quanto labile sia la mia rete di sostegno, qui fra le Alpi.

Non so perché sia così.
Vivo qui da quattro anni ormai, eppure le persone da chiamare quando la malinconia è troppa e i punti fermi barcollano sono pochissime, a volte non è nessuno.

Mi rendo conto che forse è fisiologico, che i legami di amicizia più forti si riescono ad instaurare solo prima, a scuola, o all'università. Mi rendo conto, più che altro, che per me è stato così. E che quindi, per forza di cose, adesso sono tutti legami lontani.
Roma, Catanzaro, o punti dispersi dell'Italia, del Mondo, per chi, come me, ha dovuto e voluto spostarsi ancora, spostarsi più in là.
E sì, mi mancano, soprattutto in momenti come questo.

Momenti galleggianti.
Momenti che passo da sola. Cercando a più non posso di far scorrere l'orologio in fretta, occupando mente e mani in altro, in roba futile, visto che adesso sono obbligata a non lavorare, ad aspettare (si spera poco) che cose si sblocchino, o ripartano.

Ho voglia di stare o contatto con la gente, di vestirmi, truccarmi e uscire, vedere, parlare, conoscere. Per poi tornare e godermi casa mia, che deve smetterla di essere anche - ultimamente soprattutto - un ufficio.

Ho sbirciato timidamente siti di associazioni culturali, scuole di danza, volontariato, coworking, e boh. Non so. Ma accetto consigli.
Salvagenti.
Zattere.
Pedalò.
Boe.

Per continuare a galleggiare.

Poi magari, se capita, entro la fine del mese due bracciate riesco pure a darle.

lunedì 5 agosto 2013

Wii-chend (ma anche We can't)

Io l'ho detto che detesto l'estate.
L'ho detto che mi rende insofferente e irascibile.
E dopo una notte durante la quale ho dormito per circa tre ore non continuative, inframezzate da rotolamenti a destra e a sinistra, gocce di sudore che dalle tempie scendono lentamente e inesorabilmente lungo il collo e fino alla nuca, alzate repentine per permettere al materasso di ritornare a una temperatura inferiore a quella della graticola e contemporaneamente mettere sotto l'acqua gelata braccia e collo, e ancora non in ultimo da un ventilatore che al massimo della sua potenza è riuscito solo a simulare le macchinette per asciugare le mani che si trovano negli autogrill a fianco ai lavandini, ecco dopo tutto questo, la mia convinzione iniziale si tinge di una sfumatura che - come dire - mi fa assomigliare ad Hannibal Lecter. Anzi no, a Jack Torrance.

Detto questo (dove 'questo' mi rendo conto essere un periodo inutilmente lungo e mal strutturato, di cui darò la colpa al mio neurone assonnato, il solo che non è già andato in ferie e che mi costringe ad errori di battitura molteplici del tipo 'smufatura', che manco Dotto dei 7 nani, e Diomio lo sto facendo di nuovo, vi prego abbattetemi), la mia idea iniziale era di raccontare il weekend appena trascorso, anzi il 'Wii-chend', come recita il titolo, mutuando una trovata paroliera del consorte ispirato.

Gli ho regalato la Wii.
Per i suoi trent'anni.

Il che mi rende la fidanzata migliore dell'orbe terracqueo e anche di pianeti limitrofi e galassie confinanti.
Almeno, così mi hanno assicurato.
Ci sono poi delle velenose voci di corridoio che millantano che l'avrei fatto perché sotto sotto la volevo pure io, ma sono serpi in malafede, non date loro ascolto, soprattutto quando vi mostreranno i miei record a Trauma Center New Blood e i miei punteggi di Lego Harry Potter. Quelli sono con tutta evidenza esperimenti scientifici serissimi che mi hanno permesso - per dire - di affermare con sicurezza che avrei potuto diventare un brillante chirurgo, in una vita parallela, e che la transcodificazione del linguaggio nel passaggio libro-film-videogioco soffre sì di innegabili perdite, ma guadagna di certo svariati punti creatività.

Sì.
Uhm.
A-ah.

Insomma, per farla breve, complici le temperature sahariane che ci impongono di vivere come i vampiri Cullen, esposti all'aria aperta solo quando non splende il sole, abbiamo trascorso la gran parte del sabato e della domenica a videogiuocare col nuovo giocattolino, con buona pace dei fondamentalisti per i quali il videogioco è il male assoluto e che ci vorrebbero tutti (dove 'tutti' sta per 'tutti i bambini') con le ginocchia sbucciate per le partitelle a pallone e/o per le cadute dalla bici. A costoro, il 5 d'agosto, io rispondo: Vacce te. Aka: ne riparliamo quando Torino avrà il mare.

Gesù, sto sbadigliando in loop.
Noncelapossofare.
La città è semideserta in modo imbarazzante, i mezzi pubblici continuano a non avere l'aria condizionata e stamattina non ho manco potuto prendere un caffè al bar: tutti chiusi. Maledetti.
E devo lavorare ancora fino a venerdì, coprendo i turni della collega in ferie.
E il mio compagno di stanza ha deciso di mettere solo musica latinoamericana. Carico da undici.
Le mie manie omicide stanno pogando furiosamente.
Ho delle occhiaie che manco lo zio Fester, ormai le chiamo affettuosamente Anastasia e Genoveffa.
Voglio morire. O almeno dormire (ciao, Hamlet).
Ma niente, non si può.
No. 
We can't.


giovedì 6 giugno 2013

La perla del giorno e una richiesta al mio poco ma ottimo pubblico

Dialogo fra due dipendenti della biblioteca, a un passo da me:

Lei: "mi puoi dare una mano per favore?"
Lui: "Veramente stavo andando a prendere il caffè..."
Lei: "Ah vabbè allora vai, magari quando ritorni, sempre che non ci stai mezzora!"
Lui: "..."
Lei: "..."
Lui: "Oh, a me il caffè piace prenderlo con calma!"

Sperando sempre che la mia identità di blogger non si sveli mai a costoro (per quanto dubito che abbiano con la tecnologia un rapporto tanto intimo), colgo l'occasione per lanciare un SOS a chiunque passi di qui:
Fra 36 ore circa parto per Londra e, fatta eccezione per biglietti e hotel prenotati, non ho organizzato un ciufolo di niente! Quindi, carissimissimi lettori, chiunque di voi sia stato nella città di Queen Elizabeth, per turismo, per lavoro, per caso, per rapimento, è pregato vivamente dalla sottoscritta di lasciare un messaggio contenente consigli, dritte, suggerimenti, diktat, link al proprio o ad altrui blog e/o siti su:
- cose da fare e da vedere
- come muoversi
- luoghi imperdibili al di fuori dei canonici tour per principianti
- cose da non fare assolutamente
- varie ed eventuali

Vi prego di aderire numerosi alla chiamata di soccorso, ve ne sarò immensamente ed eternamente grata!

Su su!

Sentitamente vostra.

ps: starò a Londra tre giorni, ma una mezza giornata è già prenotata per il tour agli studios di Harry Potter *.* :D :D

sabato 25 maggio 2013

Criminal Glee

Metti un venerdì di maggio.
Metti che finisci di lavorare, nonsisaperché, alle 11.30 di mattina.
Metti che l'unico altro impegno della giornata sia un appuntamento dal parrucchiere alle 16.00 (che, per inciso, ti impegnerà un'ora e mezza e ti costerà un patrimonio semi-ingiustificato).
Metti che sei da poco dipendente da Glee (del tipo che in 5 giorni ti sei fatta fuori tutta la prima stagione, sfruttando qualsiasi mezzora libera).

L'unico esito possibile da questa combinazione di variabili è: spaccarsi di puntate e tv per tutto il giorno, finché il buio e il mal di testa non ti facciano desistere.

E quando alla fine poggi la tua testolina piena di vaporosi riccioli sul cuscino, in un intorno della mezzanotte, hai all'attivo: 7 puntate di Glee, 2 documentari di National Geographic sugli animali più pericolosi del continente asiatico, 2 puntate di Criminal Minds stagione 8 che ti eri persa nelle ultime due settimane e, per finire in bellezza, Harry Potter e i Doni della Morte parte seconda, compreso di contenuti speciali del blu-ray (visto che, da brava fan, ti sei comprata il cofanetto su Amazon per farti il ripasso in vista della gita londinese di metà giugno).

Ovviamente, chiudi gli occhi e crolli, e te lo aspetti, vista la giornata faticosa (-.-'') e visto pure che hai puntato la sveglia alle 7 e 30, ché ti tocca lavorare di sabato mattina*.
Quello che non ti aspetti, invece, è che il tuo subconscio si prenda gioco di te in maniera talmente ridicola da farti vergognare di te stessa il giorno dopo, a cose fatte e fase REM conclusa.

Fase onirica 1: c'è stato un omicidio, un brutale omicidio, l'ennesimo del serial killer che sta terrorizzando la tranquilla cittadina americana di provincia; la squadra di profiler dell'FBI capitanata da Aaron Hotchner brancola nel buio e non sa che pesci pigliare; decide pertanto di farsi aiutare da esperti esterni alla squadra e a chi si rivolge? Ma ovviamente a Rachel Berry e Will Schuester! 

Fase onirica 2: Ripensi al sogno appena fatto, ti dici che sì, hai un po' esagerato il giorno prima, ma che bizzarria, magari puoi farci un bel post sul blog e intitolarlo "Criminal Glee", eheheh, che arguzia, che scelta indovinata, sì lo farai, non appena arrivi a casa, ma quanto ci mette questo treno? Ah ecco si è fermato, scendo un attimo a comprare le Pringles, tanto sta fermo in stazione per un quarto d'ora almeno, se il barista non mi fa perdere tutto 'sto tempo, e dai... sì, un tubo di pringles e una bottiglieta d'acqua, per favore, grazie, faccia presto che mi riparte il treno; corri verso il binario, ma no, malnato Frecciarossa è già ripartito! E ora? La mia valigia è pure rimasta nello scompartimento, come faccio? Devo contattare il controllore e farmela rispedire, fare un altro biglietto per tornare a casa e... ma non è che è un sogno? Ma no, che dici, quello di prima sì che era un sogno, ne abbiamo parlato no? Il post e tutto il resto... Ma questo... no, mi dispiace ma è solo un bel casino, proprio uin bel casino..

Fase 3 - il Risveglio (7.25 a.m.): Letto... sì... consorte a fianco... sì... niente treni, niente valigie, niente pringles... no... Fiuuuuu. Alzati, va'. Ok, però il post lo faccio lo stesso. Vabbè, se proprio devi. E direi.

La nullafacenza fa male, sapevatelo.

[*sì, sto scrivendo dal loculo lavorativo, ma ci sono i tempi morti, vi ricordate?]

lunedì 13 maggio 2013

Abbiamo un problema

Driiiiin... driiiin...*
"Pronto?"
"Buongiorno dottoressa, sono XYZ della KJW [ditta per cui lavoro con un co.co.pro.]"
"Ah, buongiorno!"
"La disturbo?"
"No, no, si figuri, mi dica"
 "Sì ecco... la chiamavo perché abbiamo un problema"
[a parte: che vorrà mai? la produttività è scesa? il lavoro è fatto male? i dipendenti della biblioteca si sono lamentati? Panico].
"Un problema? Mi dica, che cosa?"
"Ecco... è che... non so come dire... dobbiamo rinnovarle il contratto"
"..."
"Sì beh, abbiamo fatto male i conti e non potete farcela in così poco tempo"
"Ah. [Pausa. Ma mi stai prendendo per il culo? No? Ristabilimento tono professionale] Beh sì, in effetti, la stima mi sembrava sbagliata... lo avevo accennato un paio di mesi fa e..."
"Ecco appunto. Però magari, non so, intanto avevate trovato qualcos'altro da fare dopo giugno"
"...!"
"No? Allora bene, problema risolto, proroghiamo fino al 30 settembre. La contatterà WKH della contabilità"
"D'accordo"
"Bene. Allora a risentirci, buona giornata!"
"Buona giornata a lei"
Clic.

Ok.
Ok.

Mah!

* in verità il mio telefono suona così [NdB]