Succede, quando un punto fermo vacilla, di scoprire dispiaceri che non ti aspettavi potessero esistere. E' morto Saramago e a me è successo. Che c'entra, direte voi, le opere di uno scrittore gli sopravvivono, è quello che conta, in fondo. Ed è giusto, è vero: quel volto di vecchio, per una banalità associato al suo nome da Nobel, a me non diceva nulla e il contatto (puro, profondo) è stato con le sue parole, con i suoi libri. La crepa è una: che fra i pochi scrittori, intellettuali, pensatori, artisti che mi hanno indicato la strada, Josè Saramago era forse l'unico in vita. E il gusto di comprare un suo libro appena uscito a scatola chiusa, certa della bellezza che avrei trovto al suo interno, quel gusto non lo proverò più. Come non l'ho provato per Calvino, che è morto pochi mesi prima che io nascessi; o per Pirandello, che vabbè, sta nei libri di scuola. L'invidia per chi c'era mentre queste persone accadevano è sempre stata un dettaglio sussurrato.
E poi quest'intervento è intruso, arriva a giorni di distanza dalla notizia della morte, quando il web non potevo frequentarlo, e adesso che trovo lo spazio per dire questa mia, non ho i suoi romanzi dietro, non posso citarlo, e rischio di ripetere la retorica di altri (più grandi) sperticati nelle lodi.
Ma, che volete, lo faccio per me, con presunzione. E con l'orgoglio di aver potuto condividere un pezzo di tempo con un uomo inestimabile.
L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile.
lunedì 21 giugno 2010
venerdì 11 giugno 2010
Vivere per addizione
«A volte ho cercato di discutere con alcuni di questi signori e, a parte i limiti culturali e l'estremo egoismo che coglievo nella loro visione del mondo, ne ho ricavato l'impressione che non avessero mai fatto un vero salto al di là del confine, se non probabilmente a occhi chiusi. Perché chi fa questo salto a occhi aperti si accorge di diventare in un attimo l'altro dell'altro. E forse al ritorno entro i propri confini guarda l'altro, il presunto usurpatore, in una nuova luce e magari cerca il contatto, il confronto. [...] Lo so: ho lanciato una pallina di gomma contro un muro, indicando una strada difficile da percorrere. [...]
Ma ora non posso e non voglio più tornare indietro. Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingua del pane, tra me e me. Sono stufo delle risposte di campanile o di opportunità, risposte ipocrite, bugiarde, come quando da bambino ti chiedevano: "Vuoi più bene a mamma o a papà?", e tu stavi imbambolato, non capivi la domanda, e gli adulti idioti insistevano: "A chi vuoi più bene, parla, gioia mia". A tutt'e due, pensavi tu, ma stavi muto per paura di sbagliare. E pure a mia sorella e ai nonni, agli zii e ai miei amici. A tutti.»
Carmine Abate.
Ma ora non posso e non voglio più tornare indietro. Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingua del pane, tra me e me. Sono stufo delle risposte di campanile o di opportunità, risposte ipocrite, bugiarde, come quando da bambino ti chiedevano: "Vuoi più bene a mamma o a papà?", e tu stavi imbambolato, non capivi la domanda, e gli adulti idioti insistevano: "A chi vuoi più bene, parla, gioia mia". A tutt'e due, pensavi tu, ma stavi muto per paura di sbagliare. E pure a mia sorella e ai nonni, agli zii e ai miei amici. A tutti.»
Carmine Abate.
sabato 5 giugno 2010
Matematica
1+1 = 2
1+1 = 1
2-1 = 1
2-1 = 0
0+1 = 0
Mi sono capita da sola, ma va bene così.
1+1 = 1
2-1 = 1
2-1 = 0
0+1 = 0
Mi sono capita da sola, ma va bene così.
martedì 1 giugno 2010
Non leggete questo libro
Non mi capita spesso di trovare un libro sinceramente brutto: c'è sempre un pagina, un periodo, un aggettivo, qualcosa che comunque mi fa pensare "valeva la pena di leggerlo", ma no: "Quando Teresa si arrabbiò con Dio" è un libro di cui non si può salvare proprio nulla.
La storia è banale: una saga familiare in cui si raccontano, membro per membro le storie dell'albero genealogico i cui rami tendono al centro, sul narratore-autore Alejandro Jodorowsky.
Lo stile è, nell'ordine, presuntuoso e inutilmente volgare. La pretesa di sembrare notevoli, o peggio sinceri, descrivendo (per dire) i dettagli di una putrefazione e riconducendo tutto - tutto! - al sesso animale è se non altro ingenua, oltre che fastidiosa. In più credo che al fondo ci siano dei seri traumi, visto che non c'è una donna, fra le mille che attraversano il romanzo, che sia capace di qualcosa di meno di un orgasmo cosmico, da far tremare i vetri.
La perla: l'intera storia è pervasa di cultura (ma è davvero questa?) ebraica: citazioni della Torah, usi e costumi del ghetto, diaspore e tutto il repertorio. Noioso, e poteva non esserlo.
E dunque, me lo sono trascinato per quasi un mese 'sto libraccio, rinunciando al pur sacro Diritto di lasciare a metà.
E dire che era sullo scaffale in attesa da (!) 10 anni...
La storia è banale: una saga familiare in cui si raccontano, membro per membro le storie dell'albero genealogico i cui rami tendono al centro, sul narratore-autore Alejandro Jodorowsky.
Lo stile è, nell'ordine, presuntuoso e inutilmente volgare. La pretesa di sembrare notevoli, o peggio sinceri, descrivendo (per dire) i dettagli di una putrefazione e riconducendo tutto - tutto! - al sesso animale è se non altro ingenua, oltre che fastidiosa. In più credo che al fondo ci siano dei seri traumi, visto che non c'è una donna, fra le mille che attraversano il romanzo, che sia capace di qualcosa di meno di un orgasmo cosmico, da far tremare i vetri.
La perla: l'intera storia è pervasa di cultura (ma è davvero questa?) ebraica: citazioni della Torah, usi e costumi del ghetto, diaspore e tutto il repertorio. Noioso, e poteva non esserlo.
E dunque, me lo sono trascinato per quasi un mese 'sto libraccio, rinunciando al pur sacro Diritto di lasciare a metà.
E dire che era sullo scaffale in attesa da (!) 10 anni...
martedì 25 maggio 2010
Cronaca di Maggio
Evvabbè, alla fine ce l'ho fatta a resuscitare dalle tenebre anti-informatiche e perfino a rimettere piede in questo umillimo blog. Al grido di "primo maggio su coraggio", questo mese è stato (e sta essendo) il più faticoso che io ricordi, almeno da ottobre scorso: la diecigiorni appena trascorsa ha infatti annoverato al suo interno, nell'ordine, fiera del libro, settimana a Montepulciano e weekend in patria.
Diciamo della Fiera: esperienza folgorante, bella bella e anche di più. Faticosa da morire (13 ore al giorno nello stand, con il jingle dei monitor feltrinelli a ripetizione e i neon negli occhi), ma divertente assai. La compagnia dei rubbettini boys (and girl) è stata memorabilmete bislacca, dentro e fuori il Lingotto, con perle di purissima follia (tipo il poeta delle due del mattino, per dirne una). E poi, stare dietro al bancone della cassa mi ha permesso di osservare da una posizione privilegiata la vasta umanità che si trascina fra i corridoi moquettati della fiera, che riassumerei in almeno 4 figure:
- il collezionista di segnalibri: entra nello stand, non guarda i libri e mira diretto alla pila di segnalibri omaggio sul bancone. Se ti va bene, alza lo sguardo e si giustifica dicendo "faccio la collezione...";
- il lettore a scrocco: arriva e si dirige, sinceramente interessato, a uno o due libri fra quelli esposti; li apre, li sfoglia, comincia a leggere una, due pagine... poi tre e quattro, e circa metà libro, trattenendosi in piedi in equilibrio precario per una buona mezzora. Poi soddisfatto, posa il libro, non lo compra e se ne va;
- il sinceramente curioso: entra col sorriso che dice "uuuh guarda... una casa editrice del sud! che bella cosa, finalmente un pò di cultura anche in quelle aree così disagiate!", con la stessa paresi mandibolare si attarda nello spazio espositivo, piega la testa per leggere i titoli sui dorsi, magari ne sceglie uno e - miracolo! - lo compra, Ti saluta dicendo "Tanti tanti complimenti, davvero delle belle pubblicazioni, non ne avevo idea!".
- l'ambasciatore con gli appunti: di solito residente a Torino, è incaricato da terzi di acquistare libri per loro conto, motivo per cui gira frastornato nella fiera con un taccuino recante titoli e titoli da comprare. Entra nello stand e esordisce: "voi avete pubblicato "xxxx", c'è?". Se il libro c'è la vendita è assicurata, altrimenti il nostro avrà perso ogni stima della detta casa editrice.
E insomma, qualche librino l'ho acquistato anch'io, e magari riesco pure a ritagliarmmi il tempo per leggerlo.
La domenica ho abbandonato i miei compagni di viaggio fieristici pr imbarcarmi, saino in spalla e trolley al seguito, verso il ridente borgo di Montepulciano: un paese a pendenza costante del 70% circa. Anche qui, una sintesi non darebbe giustizia all'esperienza, dirò solo che per quanto le difficoltà siano state moltissime (diluvio, temperature polari, raffreddori inclementi etc etc), lo stare insieme tutti in una casa è stato divertente, il vino è buonissimo e i profs si sono dimostrati molto all'altezza.
Conclusione della narratio: il 60esimo compleanno di papà. Strafogata di pesce ottimo e divertita dalle solite creazioni rimate e non, nate per l'occasione, lo stare in famiglia mi si è presentato piacevole e ritemprante, come sempre più spesso succede.
Tornata a Torino da meno di 48 ore, cerco di abituarmi all'idea dell'afa che già si fa sentire e trovo nella routine la sicurezza delle mie azioni.
Il mese ta finendo, è già finito, è quasi estate.
Diciamo della Fiera: esperienza folgorante, bella bella e anche di più. Faticosa da morire (13 ore al giorno nello stand, con il jingle dei monitor feltrinelli a ripetizione e i neon negli occhi), ma divertente assai. La compagnia dei rubbettini boys (and girl) è stata memorabilmete bislacca, dentro e fuori il Lingotto, con perle di purissima follia (tipo il poeta delle due del mattino, per dirne una). E poi, stare dietro al bancone della cassa mi ha permesso di osservare da una posizione privilegiata la vasta umanità che si trascina fra i corridoi moquettati della fiera, che riassumerei in almeno 4 figure:
- il collezionista di segnalibri: entra nello stand, non guarda i libri e mira diretto alla pila di segnalibri omaggio sul bancone. Se ti va bene, alza lo sguardo e si giustifica dicendo "faccio la collezione...";
- il lettore a scrocco: arriva e si dirige, sinceramente interessato, a uno o due libri fra quelli esposti; li apre, li sfoglia, comincia a leggere una, due pagine... poi tre e quattro, e circa metà libro, trattenendosi in piedi in equilibrio precario per una buona mezzora. Poi soddisfatto, posa il libro, non lo compra e se ne va;
- il sinceramente curioso: entra col sorriso che dice "uuuh guarda... una casa editrice del sud! che bella cosa, finalmente un pò di cultura anche in quelle aree così disagiate!", con la stessa paresi mandibolare si attarda nello spazio espositivo, piega la testa per leggere i titoli sui dorsi, magari ne sceglie uno e - miracolo! - lo compra, Ti saluta dicendo "Tanti tanti complimenti, davvero delle belle pubblicazioni, non ne avevo idea!".
- l'ambasciatore con gli appunti: di solito residente a Torino, è incaricato da terzi di acquistare libri per loro conto, motivo per cui gira frastornato nella fiera con un taccuino recante titoli e titoli da comprare. Entra nello stand e esordisce: "voi avete pubblicato "xxxx", c'è?". Se il libro c'è la vendita è assicurata, altrimenti il nostro avrà perso ogni stima della detta casa editrice.
E insomma, qualche librino l'ho acquistato anch'io, e magari riesco pure a ritagliarmmi il tempo per leggerlo.
La domenica ho abbandonato i miei compagni di viaggio fieristici pr imbarcarmi, saino in spalla e trolley al seguito, verso il ridente borgo di Montepulciano: un paese a pendenza costante del 70% circa. Anche qui, una sintesi non darebbe giustizia all'esperienza, dirò solo che per quanto le difficoltà siano state moltissime (diluvio, temperature polari, raffreddori inclementi etc etc), lo stare insieme tutti in una casa è stato divertente, il vino è buonissimo e i profs si sono dimostrati molto all'altezza.
Conclusione della narratio: il 60esimo compleanno di papà. Strafogata di pesce ottimo e divertita dalle solite creazioni rimate e non, nate per l'occasione, lo stare in famiglia mi si è presentato piacevole e ritemprante, come sempre più spesso succede.
Tornata a Torino da meno di 48 ore, cerco di abituarmi all'idea dell'afa che già si fa sentire e trovo nella routine la sicurezza delle mie azioni.
Il mese ta finendo, è già finito, è quasi estate.
giovedì 6 maggio 2010
In Chilla mani al Ruggito del Coniglio
La rivendicazione calabra: Mondiali, Olimpiadi e chi più ne ha più ne metta!
(Grazie a EleRest per la segnalazione...)
(Grazie a EleRest per la segnalazione...)
giovedì 22 aprile 2010
L'insostenibile leggerezza dell'essere
«Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore.
I sentimenti suscitati dal Kitsch dvono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da un asituazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nela memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.
Il Kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice: Com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!
È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch. La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla base del Kitsch.
Nessuno lo sa meglio dei politici. Quando c'è in giro una macchina fotografica, si precipitano subito verso il bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia. Il Kitsch è l'ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici».
Milan Kundera.
I sentimenti suscitati dal Kitsch dvono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da un asituazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nela memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.
Il Kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice: Com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!
È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch. La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla base del Kitsch.
Nessuno lo sa meglio dei politici. Quando c'è in giro una macchina fotografica, si precipitano subito verso il bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia. Il Kitsch è l'ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici».
Milan Kundera.
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