martedì 14 luglio 2015

Allosanfàn

Che il genere umano trova conforto nel ricondurre le proprie casualità a ordini precostituiti e coincidenze più o meno artificiali.

E chi siamo noi per dissentire?

Allosanfandelapatrì, duecentoventisei anni fa cantavano i rivoluzionari alle porte della Bastiglia.
Che poi forse, boh, magari cantavano poco, erano troppo impegnati ad ammazzarsi l'un l'altro per conquistar la liberté, magari il tempo per cantare l'hanno avuto dopo, a cose fatte e metabolizzate.

Quattordici luglio. Mi sa che da oggi diventerà un giorno rosso anche sul nostro personalissimo calendario.

C'è chi assalta la Bastiglia e chi, più timidamente, firma e firma e firma ancora fino a quando, ecco, è fatta: la casa è vostra.

Commozione, un velo di panico, la mano che beh, che vuoi farci, trema ancora un po'.

Il giorno della gloria è arrivato.

Unicredit ringrazia, Lady Oscar mi può spicciare casa.
Nostra.
Nuova.
:)


mercoledì 8 luglio 2015

Cose belle #9

Una vaschetta di gelato artigianale pistacchio e stracciatella con due cucchiaini, il tentativo di ignorare l'afa delle undici di sera e lo zapping sulle emittenti locali piemontesi che ti regala a sorpresa il concerto di Gianni Drudi.


martedì 30 giugno 2015

A come

A come Attesa.
Aspetta. Aspetta. Non parlare subito, non ancora, non adesso. Domani, magari. Domani sarà più reale. Domani parlarne non sembrerà antiscaramantico. Adesso aspetta, sopporta, aspetta.

A come Apnea.
Inghiotti più aria che puoi. Di più. Un po’ di più. Dai, che ce la fai. Inspira e trattieni. Gonfia le guance. Diventa bluastra, se è il caso. Non cedere. Passerà, sta già passando. Ecco, è passata. Anche questa. Intravedi la luce, laggiù, in lontananza?

A come Acqua di mare.
Quella l’hai vista, di sfuggita, un pomeriggio di metà giugno. Il tuo mare. C’era vento e faceva addirittura freddo, ma imperterrita hai voluto sentire quella certa familiare sensazione di sabbia fra le dita, quel certo consuetissimo rumore ripetitivo di vaevieni salmastro. Perché? Perché quest’anno, chissà, forse tornerai, o forse no.

A come Affittasi.
Che impressione che fa. Tornare a casa e vedere il cartello attaccato al portone. Affittasi. Ce ne andiamo. Cerca di non farti prendere dal panico, mentre monti gli scatoloni e impacchetti la tua vita. Cerca di contenere il magone all’idea che questa non sarà più casa tua. Casa vostra. Perché ce n’è un’altra adesso. Più grande, più luminosa, più bella. Più vostra.

A come Autunno.
Vuoi che arrivi presto. Quando sarà autunno tutto comincerà ad essere più consueto, più riconoscibile. Non vedi l’ora, già, non vedi l’ora di inaugurare plaid e divano, accartocciandoti di fronte alla parete color cioccolato. Non vedi l’ora che sia l’ora di comprare un nuovo albero di natale. Non vedi l’ora di costruire nuove, differenti tradizioni e aspettare l’anno dopo, e quello dopo ancora, per riviverle daccapo. Non vedi l’ora di invitare tutti quelli che conosci, di mostrare loro gli angoli e le luci, e i panorami. Le Alpi, di nuovo, finalmente.

A come Adesso.
Il momento giusto. Il luogo giusto. Dice che si riconosce, quando la vedi. Che la senti tua, appena ci entri. Anche se intanto ci sono altre vite, già piene e corpose, ad abitarla. E’ strano. Io non ci credo a queste cose. Eppure. Ci sono dettagli che sono come segnali. Come arrivarci davanti in auto e trovare facilmente posteggio. Come l’ascensore spazioso e luminoso. Come il parco di fronte intitolato a Falcone e Borsellino. Come il nome della via, che ti fa immaginare mentre dici con malcelato orgoglio intellettuale: abito in via Leopardi.

Respira, adesso. Espira, inspira, espira di nuovo. Lo puoi dire. Lo puoi rendere reale.
A come Alla fine.
Appena prima di salutare giugno.


domenica 17 maggio 2015

Buona idea, Cattiva idea #12


Buona idea: memore dell'esperienza dell'anno passato, partecipare alla Mangialonga di Albugnano ricordandosi di spalmare di crema protettiva viso e braccia

Cattiva idea: memore dell'esperienza dell'anno passato, spalmare saggiamente di crema protettiva viso e braccia e dimenticarsi di collo e spalle, rimediando pertanto un grazioso décolleté pannaefragola


lunedì 11 maggio 2015

Di intermittenze e di morte

E' lunedì. Questo già basterebbe.

E' lunedì e ho i capelli lisci. Li ho tagliati sabato, la parrucchiera ottimista mi ha fatto i boccoli con il ferro, son durati due ore a essere buoni, ora c'ho il caschetto. Ma stasera li lavo, eh.

E' lunedì, ho i capelli lisci e fra due ore rinnovo la patente scaduta sette mesi fa. Questo dovrebbe significare che ho l'intenzione di ritornare a guidare, o almeno, di ritornare a prendere confidenza con le 4 ruote, cosa che non faccio da almeno un paio d'anni. Bella l'ecosostenibilità, belli i mezzi pubblici che funzionano.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente e alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare comprato una settimana fa, quello che tieni in borsa e all'occorrenza sfoggi sul treno saturo e contrario a qualsivoglia norma di sicurezza, lo apri e ti siedi, magari pure nel vagone dove c'è l'aria condizionata. Expo dimmerda, ormai non si trova posto manco a pregare in turco-aramaico.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente, alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare e ho appena finito il libro di Saramago intitolato "Le intermittenze della morte". Manco a dirlo, capolavoro. Saramago non delude mai e ho pure quel certo senso di colpa per il fatto che ancora questo suo non l'avevo letto, nonostante sia di un po' di anni fa, nonostante lui sia morto già da cinque anni, dannazione.
Parlare della morte non è una cosa facile. Quando poi decidi di farne il personaggio, la protagonista di una narrazione, la difficoltà si amplifica, perché prova a mettertici, nei panni della morte. Se proprio vuoi fare un salto mortale, allora non solo parli della morte, non solo la fai agire come un personaggio, ma decidi che le sue azioni scardinano il consueto ciclo naturale cui noi umani siamo abituati, e cioè che - guarda un po' - a un certo punto si muore, ne abbiamo naturalmente paura, ne abbiamo naturalmente cognizione, fin da quando nasciamo, o poco più tardi; decidi, insomma, che la morte d'un tratto dica Basta, domani non muore più nessuno, e provi a immaginare la catena di eventi, di reazioni a cascata che una tale, devastante modifica al normale quotidiano riesce ad innescare. La crisi sociale ed economica di ospedali e case di riposo intasate, le rimostranze dei becchini disoccupati e degli assicuratori preoccupati, l'imbarazzo della Chiesa, il sempre più malcelato ribrezzo dei vivi nei confronti dei moribondi destinati al limbo, dei vecchi sempre più vecchi, dei malati terminali senza termine.
Devi essere un genio della letteratura per riuscire a incanalare con efficacia questo flusso di umanità e di meschinità in parole scritte, convincenti ed esatte. Devi essere uno dei pochi nell'olimpo degli scrittori per intravederne la gigantesca ironia e non cedere al cinismo, rimanere leggero, mentre la ri-racconti.
Saramago ci riesce, non c'è nulla da dire. E' per questo che con lui vado sempre a scatola chiusa, certa che la lettura di un suo libro non sarà mai solo intrattenimento, ma ricchezza intima e nitidezza maggiore nel vedere il mondo, una sfumatura, un dettaglio in più.
Circa un mese fa, ho finito di leggere un manga piuttosto famoso che si intitola "Death note". Di nuovo la morte, stavolta nei panni di un dio annoiato che, per diletto, lascia cadere nel mondo degli umani il suo quaderno, quello su cui scrive i nomi delle persone che decide di far morire. Il quaderno lo raccoglie un ragazzino, Light, annoiato pure lui, e con esso raccoglie anche la capacità di far morire i suoi simili con un tratto di penna.
L'ho detto: è difficile raccontare la morte. Mi dispiace, ma Death Note ci riesce solo a metà, perché l'idea è bella, è stimolante, ma non c'è nulla di quella saramaghesca capacità di interpretazione delle reazioni che gli esseri umani hanno di fronte alla fine della vita. Qualcosa che guarda agli istinti più ancestrali e alle convinzioni più nascoste riguardo se stessi e gli altri, riguardo il concetto di giustizia e di legame fra i simili.

E' lunedì, ho i capelli lisci, fra due ore rinnovo la patente, alla posta è arrivato il seggiolino da pendolare, ho appena finito il libro di Saramago intitolato "Le intermittenze della morte" e mi convinco che bisogna parlare di ciò che si sa, e sono contenta quando imparo qualcosa di nuovo, sono contenta quando consiglio un libro, quando discuto di un manga che non mi è piaciuto con un gruppo di amici, quando scrivo, ritagliando lo spazio e il silenzio necessari, nonostante i picchi negativi, e le altre priorità, e le ansie quotidiane.
Nonostante tutte le mie terrorizzanti intermittenze.


martedì 21 aprile 2015

Un sabato qualunque


Svegliarsi e essere Snoopy.
Realizzare di colpo di avere sposato Charlie Brown.
Preparare la colazione per i cognati ospiti, Lucy e Schroeder.
Aprire la porta alla cugina Woodstock.
Aspettare che arrivino gli ultimi amici, Linus e Cinque.
E poi interloquire con Joker, stare in fila con Elsa e Jon Snow, salutare Luigi e Tod, sorridere educatamente a Crudelia De Mon, che passeggia a braccetto con Malefica e Capitan Uncino.
Recitare un romanzo che comincia così: "era una notte buia e tempestosa..."
Infine, conquistare gli onori della cronaca.
Insomma, un sabato qualunque!

lunedì 13 aprile 2015

Le luci nelle case degli altri

E' un romanzo, lo so.
Ne ho una copia in libreria che non è mia: me l'ha prestata sarà un anno la mia cognata sicula e ancora non l'ho letta. Non è una giustificazione, ma a mia discolpa posso dire che è alquanto voluminosa, quindi inadatta ad essere trasportata nelle borse pendolari, assieme alla schiscetta del cibo e a tutto il resto.

Allora che c'entra, direte voi, che siete lettori arguti e non vi sfugge nulla.
Ha un bel titolo, ecco che c'entra. Anzi di più: ha un titolo adatto, perfetto per la riflessione che mi ronza in testa da un po' e che testé srotolo in righe di pixel, in questo tardo pomeriggio raffreddato, respirato a bocca aperta, con troppi colpi di tosse a farmi sobbalzare.

Ne abbiamo viste tante, di case, in questi ultimi tre mesi. Alla ricerca della nostra, che ancora non è il momento di parlarne. Il punto è, a posteriori, ripensare al fatto di aver messo i piedi e gli occhi in delle vite altrui, così, quasi senza chiedere permesso, a volte un po' a casaccio, random.
Perché le case in vendita sono quasi tutte abitate, ci sono dentro persone che stanno lì da anni, da decenni, le vedi intridere gli angoli, gli stipiti delle porte, l'aria stessa.

Quello che io ho sentito, ogni volta, è di essere un invasore illegittimo. Girovagare in uno spazio intimo, che inevitabilmente racconta pezzi di vita che io ascriverei al pudore, alla dignità della riservatezza.

Che poi succede così: non stai a guardare solo i metri quadri, e l'esposizione, e le spese condominiali. Per forza di cose lo sforzo intellettuale ed emotivo ti porta ad immedesimarti nei volumi, a immaginare le tue cose, i tuoi ricordi già sparsi sulle mensole, il profumo del tuo cibo che cuoce sui fornelli e per riuscirci, per dare corpo alle tue visioni prospettiche, finisce che stai attenta ai dettagli spiccioli, quelli non sottolineati dall'agente immobiliare, e ricostruisci la vita che c'è dietro: le famiglie, le solitudini, le vecchiaie, le stanchezze. Chissà perché, ogni volta mi lasciano addosso la malinconia.

C'era la signora con le porte uguali a quelle di mia zia, le mattonelle della cucina sbreccate e la gentilezza a bassa voce, un poco velata dalla vedovanza. Una casa troppo grande, ora. Le ricette del medico ancora nello studio, rete quattro alla tv accesa.

C'erano gli indiani sorridenti, le scarpe affastellate in ogni angolo e uno che dormiva quando abbiamo acceso la luce nella stanza da letto.

C'era il ragazzo che sognava di andare via, l'abnorme differenza fra lui e la madre che abitava al piano di sotto, i due appartamenti collegati da una scala a chiocciola che sembrava il ponte fra due universi lontanissimi, uno fatto di svolazzi barocchi e ricchezza altoborghese ostentata, l'altro specchio del single che a stento cucina, la playstation prima di tutto.

C'erano i due pensionati, i disegni dei nipotini dappertutto. Una casa in pieno centro che non serve a nulla, se è lontano dai figli, dalle risate, dal caos.

Io mi chiedo, se venissero qui, gli estranei. Quando verranno - perché verranno - gli estranei a vedere casa nostra, prima del trasloco. Mi chiedo se guarderanno le cose come le ho guardate io e cosa noteranno di me, di noi, appiccicato sugli oggetti con cui lentamente, giorno dopo giorno, abbiamo riempito questa casa, fino ad ora.
Chissà come mi racconto, nello spazio che abito. Cosa dicono di me i miei libri? I colori dei mobili? Le cianfrusaglie? Quanto saltano all'occhio le imperfezioni che per me ormai fanno parte armonicamente del contesto che mi vede svegliarmi e addormentarmi ogni giorno, tutti i giorni?
E cosa noterei io, se non mi conoscessi, entrando qui? Forse i giocattoli, i lego, anche se non ci sono bambini. Forse le bislaccherie, tipo quelle foto, o quella decorazione natalizia che è ancora ostinatamente appesa sopra la porta della cucina. Magari, se fossi davvero attenta, noterei l'orologio che gira in senso antiorario.
Ma dovrei fermarmi qualche secondo, per accorgermene. Magari, se lo notassi, sorriderei.
E se io vedessi un estraneo sorridere, guardando il mio orologio, io sarei felice.
Sarei felice se, uscendo, si portasse dietro un singulto di ironia, al posto della malinconia. Se restasse colpito, divertito, rallegrato. Se ricordasse, ripensandoci, un posto caldo e bislacco, pieno di cose fuori posto e accenni ad altri luoghi e non luoghi, strabordanti e vivi.
Perché è esattamente così che vorrei che fosse casa mia, per tutti quelli che ci entrano.
E magari ci ritornano.