E' un brutto periodo.
Sono in astinenza.
Da buoni libri.
Diciamola tutta: sono in astinenza da libri, in generale.
E questo, va da sé, non è un bene.
Ché io sono quella che "haimparatoaleggereescrivereatreanni".
Quella che "leinonlileggeilibrilidivora".
Quella che ai sondaggi su "quanti libri legge in un anno?" risponde invariabilmente "più di 20".
Dice ma non lavoravi in un biblioteca? Eh, appunto. Nel senso che l'accoppiata bibliotecario-lettoreaccanito è la più grossa fregatura della storia: i libri che mi passano fra le mani non li leggo mica, al limite li catalogo, li sfoglio, li scansiono; negli ultimi tempi spazzolo via anche le cacche di insetti del secolo scorso che hanno banchettato al loro interno; ma non li leggo. Epperò danno comunque un senso di saturazione da carta (e no, non vale l'alternativa ebook, che è la stessa identica cosa), quella per cui quando torno a casa non ce la faccio ad aprine ancora un altro, non ho voglia di leggere.
Che sacrilegio.
Ma la verità secondo me è un'altra. La verità non è che non ho più voglia di leggere, come potrebbe essere, è come dire che Carlo Conti non ha più voglia di farsi le lampade, o che Studio Aperto non ha più voglia di fare sevizi sulle tette di Belen. La verità è che non ci sono libri che, come dire, mi attirano.
Avrei voglia di un libro che mi lasci dentro qualcosa di più del semplice intrattenimento.
Una storia che mi regali un pacchetto di profondità e leggerezza.
Parole che mi lascino senza fiato.
E' troppo tempo che non succede.
E non è un caso se, alla fine, sul mio comodino è tornato per l'ennesima volta Palomar di Calvino.
Che non c'è niente da fare. E' un libro perfetto. Un libro che basta aprirlo a caso e mi sento subito a casa. Riesco a vedere persino il sorriso intelligente di Calvino mentre scrive, un sorriso che è insieme leggero e furbo, malinconico e perfezionista.
E' qualcosa che fa parte delle radici più profonde e resistenti del mio modo di pensare e di stare al mondo.
E lo so che mai niente reggerà il confronto, però dannazione deve esserci una via di mezzo tra il genio e la carta straccia, un sentiero di pietre preziose che si distinguono fra i sassi grigiastri dei bestseller e dei romanzi fatti in serie, una mappa che mi permetta di orientarmi fra i corridoi delle librerie e mi impedisca di uscirne con lo sguardo deluso e confuso. D'altra parte, in passato tanti titoli mi hanno confortato in questo senso.
Quindi lo chiedo a voi, che senza dubbio siete meno pigri di me, e meno abbattuti.
Confidatemi uno, nessuno o centomila libri che vi hanno cambiato la vita, e per i quali valga davvero la pena di ignorare occhi stanchi e inappetenze narrative e di scansare l'ultimo di Dan Brown senza battere ciglio.
Sì, lo so, è un grosso regalo quello che vi chiedo.
