"... necessaria un'aspirina per non diventare matto", canticchiava allegro e skanchettoso l'adagio sempre attuale dei Matrioska. A me è bastato, per riprendermi dall'agonia del sabato sera, "L'accabadora" di Michela Murgia.
L'ho iniziato a mezzanotte, ieri sera, tentando di smaltire gli strascichi del malessere della prima e seconda serata che mi aveva costretta a rinunciare, con sguardo inappetente, a focaccia con verdure e crostata di frutta fresca. Quindi, digiuna e deboluccia, ho aperto questo romanzo.
Inciso: da un pò non leggevo una novità del panorama letterario italiano, preda di un misto di senso di colpa per il mancato aggiornamento, sfiducia congenita per i talenti gridati e predilezione ossequiosa dei classici conclamati.
Ma: divorato nello spazio di un dormiveglia di pochi minuti (ier sera) e delle ore antimeridiane appena concluse, devo dire che mi è piaciuto. Non è un capolavoro, assolutamente; ma se è vero che uno scrittore fa il suo dovere solo quando la sua storia persite, in un modo o nell'altro, nella testa del lettore, allora la Murgia può avere la coscienza a posto: il suo romanzo mi ha fatto passare mal di testa e nausea, lasciondomi il retrogusto di compiutezza ed evocazione che volevo.
Come e meglio di un buon vivinc.
L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile.
domenica 19 settembre 2010
giovedì 9 settembre 2010
La bella sensazione del giorno
Dal parrucchiere, l'acqua calda che scivola delicatamente sulla testa, il massaggino schiumoso e fuori il diluvio che imperversa più che mai..
mercoledì 25 agosto 2010
Washing Machine
Sono tornata a Torino con montagne di panni sporchi da lavare.
Sono tornata a Torino.
A casa mia.
Di nuovo il mio letto, i miei mobili, le piantine cresciute sul balcone (ed io che mi tengo a distanza di sicurezza, conscia del mio potere mortifero stile Maga Magò); i rumori del tram di via Monginevro e la luce, la mattina presto, che come al solito mi sveglia.
Vacanze finite? Più o meno. Ancora qualche strascico di un Agosto marittimo che ha avuto tempi e spazi giusti, senza noia o insofferenza, divertente. Giovedì prossimo ultimo weekend di svago, weekend umbro (umbratile?) e familiare, di preludio alla ripresa in Calabria.
Quindi Torino, per ancora 8 giorni, in un tempo che non è vuoto e non è pieno, non è lavorativo e non è di vacanza, non è estivo e non è autunnale. Tempo affollato di pensieri, al solito mio, ai quali tento umilmente di dare una coerenza, nello spazio di un programma d'azione. Oggi questo, domani quello; risolvi qui, fai di là. Tentando di crederci almeno all'80%.
«My disperation, my disperation, my thoughts are killing me».
Ancora una lavatrice, e una, due, tre centrifughe.
Vietato stingere. Vietato soccombere.
lunedì 19 luglio 2010
Io vado al mare, voi che fate?
L'avevo detto: dopo quel post di ormai due settimane fa, avrei iniziato una fase iperconcentrata che, è evidente, non mi ha lasciato tempo per il cazzaggio informatico.
Vabbè, siamo sinceri: gli ultimi tre giorni li ho passati stravaccata in riva al mare di Soverato, con in faccia la più menefreghista delle espressioni rilassate. Che mi ci voleva.
Che è successo?
Si è chiuso il master, nostalgicamente, stancamente, saturatamente. L'idea di aver abbandonato quelle tre, quattro persone, con le quali avevo l'impressione di stare davvero bene, al loro ritorno a casa centrifugo (i quattro e più angoli d'Italia), mi ha reso triste e anche un pò incazzata. Come al solito, il nomadismo non fa per me, anche se la mia vita da pallina di flipper non accenna a darsi una calmata.
E poi sono tornata a casa per iniziare il tirocinio.
Che bello.
Prendo in mano e catalogo ogni giorno cinquecentine (vere! :°)), che se mi dicessero "questo è il lavoro che devi fare per i prossimi anni e verrai pagata per farlo" sarei la persona più felice del pianeta. Ma no, povera illusa, è tutto gratis e dura appena tre mesi.
E tra un libro antico e l'altro, sui tavoli della biblioteca, ho ricevuto la mazzata: la scuola vaticana non mi ha accettata.
Fran (cit.)!
Dritto in faccia.
Non me l'aspettavo, no. Pensavo bastasse curriculum, media alta, raccomandazioni laiche e non, ma no. Niente da fare.
Maledetti preti.
Sarà che è la seconda volta che mi succede e forse (forse) tenevo la guardia un tantino più alta, sarà che in fondo (ma molto in fondo) questo rifiuto mi sottrae a mille milioni di km di viaggi e di euro spesi e non mi dispiace... l'ho presa abbastanza bene.
Solo, come al solito, devo riprogrammare la mia vita con la velocità di un ghepardo.
Quindi progetto per l'autunno: trovare un lavoro a Torino che mi impegni tutte le mattine e mi faccia racimolare qualche euro.
In attesa di chiudere in archivio.
E poi chissà dove mi porterà il vento della prossima estate.
Vabbè, siamo sinceri: gli ultimi tre giorni li ho passati stravaccata in riva al mare di Soverato, con in faccia la più menefreghista delle espressioni rilassate. Che mi ci voleva.
Che è successo?
Si è chiuso il master, nostalgicamente, stancamente, saturatamente. L'idea di aver abbandonato quelle tre, quattro persone, con le quali avevo l'impressione di stare davvero bene, al loro ritorno a casa centrifugo (i quattro e più angoli d'Italia), mi ha reso triste e anche un pò incazzata. Come al solito, il nomadismo non fa per me, anche se la mia vita da pallina di flipper non accenna a darsi una calmata.
E poi sono tornata a casa per iniziare il tirocinio.
Che bello.
Prendo in mano e catalogo ogni giorno cinquecentine (vere! :°)), che se mi dicessero "questo è il lavoro che devi fare per i prossimi anni e verrai pagata per farlo" sarei la persona più felice del pianeta. Ma no, povera illusa, è tutto gratis e dura appena tre mesi.
E tra un libro antico e l'altro, sui tavoli della biblioteca, ho ricevuto la mazzata: la scuola vaticana non mi ha accettata.
Fran (cit.)!
Dritto in faccia.
Non me l'aspettavo, no. Pensavo bastasse curriculum, media alta, raccomandazioni laiche e non, ma no. Niente da fare.
Maledetti preti.
Sarà che è la seconda volta che mi succede e forse (forse) tenevo la guardia un tantino più alta, sarà che in fondo (ma molto in fondo) questo rifiuto mi sottrae a mille milioni di km di viaggi e di euro spesi e non mi dispiace... l'ho presa abbastanza bene.
Solo, come al solito, devo riprogrammare la mia vita con la velocità di un ghepardo.
Quindi progetto per l'autunno: trovare un lavoro a Torino che mi impegni tutte le mattine e mi faccia racimolare qualche euro.
In attesa di chiudere in archivio.
E poi chissà dove mi porterà il vento della prossima estate.
domenica 4 luglio 2010
Pronta a partire...
A volte si ha bisogno di una catarsi.
Immergersi nel nullafare più profondo, guardare ore di televisione al giorno, snobbare i pur minimi impegni e poltrire completamente è ciò che ho fatto io nell'ultima settimana.
Sarà che la prospettiva del prossimo mese (a partire da oggi) è di lavoro full time, sarà anche (soprattutto?) che il non avere cose da fare qui a Torino mi porta ad uno stato di straniamento. Sto troppo tempo senza parlare, in casa. E ogni tanto mi viene il dubbio di essere disadattata, antisociale.
Ma siamo sicuri che sono in grado di stare in mezzo agli altri, di creare relazioni, di darmi un tono, un'identità?
«Sto cercando la mia identità / sto capendo che così non va».
Non lo so. Quando questi pensieri si affollano, il desiderio è di scacciarli il più lontano possibile, di ignorarli non si sa quanto bene.
Eppure, ieri ho provato a vederla diversamente. Mi attende una cosa che non so fare, che - ammettiamolo - mi terrorizza un pò. Il primo impulso è stato di scappare a gambe levate... M il secondo, mitigato dall'orgoglio tutto mio e inestinguibile del "non è possibile che non sai fare qualcosa", mi spinge alla sfida, aggressiva e carica.
Quindi, vediamo di dare il La (le metafore musicali mi vengono bene da quando ho cominciato a suonare il clarinetto...) a questo Luglio ancora in checksound, e ripetiamoci (ripetiamomi) che sono pronta a partire.
Dietro le spalle appena poche ore di sonno nel mio letto, ancora occupato dal consorte che dorme beato. Il concerto dei Talco a Milano di ieri sera che ancora fischia nelle orecchie. Stasera Montepulciano, per l'ultima volta.
E poi si va.
Che grande melodia!
Immergersi nel nullafare più profondo, guardare ore di televisione al giorno, snobbare i pur minimi impegni e poltrire completamente è ciò che ho fatto io nell'ultima settimana.
Sarà che la prospettiva del prossimo mese (a partire da oggi) è di lavoro full time, sarà anche (soprattutto?) che il non avere cose da fare qui a Torino mi porta ad uno stato di straniamento. Sto troppo tempo senza parlare, in casa. E ogni tanto mi viene il dubbio di essere disadattata, antisociale.
Ma siamo sicuri che sono in grado di stare in mezzo agli altri, di creare relazioni, di darmi un tono, un'identità?
«Sto cercando la mia identità / sto capendo che così non va».
Non lo so. Quando questi pensieri si affollano, il desiderio è di scacciarli il più lontano possibile, di ignorarli non si sa quanto bene.
Eppure, ieri ho provato a vederla diversamente. Mi attende una cosa che non so fare, che - ammettiamolo - mi terrorizza un pò. Il primo impulso è stato di scappare a gambe levate... M il secondo, mitigato dall'orgoglio tutto mio e inestinguibile del "non è possibile che non sai fare qualcosa", mi spinge alla sfida, aggressiva e carica.
Quindi, vediamo di dare il La (le metafore musicali mi vengono bene da quando ho cominciato a suonare il clarinetto...) a questo Luglio ancora in checksound, e ripetiamoci (ripetiamomi) che sono pronta a partire.
Dietro le spalle appena poche ore di sonno nel mio letto, ancora occupato dal consorte che dorme beato. Il concerto dei Talco a Milano di ieri sera che ancora fischia nelle orecchie. Stasera Montepulciano, per l'ultima volta.
E poi si va.
Che grande melodia!
lunedì 21 giugno 2010
Saramago che muore
Succede, quando un punto fermo vacilla, di scoprire dispiaceri che non ti aspettavi potessero esistere. E' morto Saramago e a me è successo. Che c'entra, direte voi, le opere di uno scrittore gli sopravvivono, è quello che conta, in fondo. Ed è giusto, è vero: quel volto di vecchio, per una banalità associato al suo nome da Nobel, a me non diceva nulla e il contatto (puro, profondo) è stato con le sue parole, con i suoi libri. La crepa è una: che fra i pochi scrittori, intellettuali, pensatori, artisti che mi hanno indicato la strada, Josè Saramago era forse l'unico in vita. E il gusto di comprare un suo libro appena uscito a scatola chiusa, certa della bellezza che avrei trovto al suo interno, quel gusto non lo proverò più. Come non l'ho provato per Calvino, che è morto pochi mesi prima che io nascessi; o per Pirandello, che vabbè, sta nei libri di scuola. L'invidia per chi c'era mentre queste persone accadevano è sempre stata un dettaglio sussurrato.
E poi quest'intervento è intruso, arriva a giorni di distanza dalla notizia della morte, quando il web non potevo frequentarlo, e adesso che trovo lo spazio per dire questa mia, non ho i suoi romanzi dietro, non posso citarlo, e rischio di ripetere la retorica di altri (più grandi) sperticati nelle lodi.
Ma, che volete, lo faccio per me, con presunzione. E con l'orgoglio di aver potuto condividere un pezzo di tempo con un uomo inestimabile.
E poi quest'intervento è intruso, arriva a giorni di distanza dalla notizia della morte, quando il web non potevo frequentarlo, e adesso che trovo lo spazio per dire questa mia, non ho i suoi romanzi dietro, non posso citarlo, e rischio di ripetere la retorica di altri (più grandi) sperticati nelle lodi.
Ma, che volete, lo faccio per me, con presunzione. E con l'orgoglio di aver potuto condividere un pezzo di tempo con un uomo inestimabile.
venerdì 11 giugno 2010
Vivere per addizione
«A volte ho cercato di discutere con alcuni di questi signori e, a parte i limiti culturali e l'estremo egoismo che coglievo nella loro visione del mondo, ne ho ricavato l'impressione che non avessero mai fatto un vero salto al di là del confine, se non probabilmente a occhi chiusi. Perché chi fa questo salto a occhi aperti si accorge di diventare in un attimo l'altro dell'altro. E forse al ritorno entro i propri confini guarda l'altro, il presunto usurpatore, in una nuova luce e magari cerca il contatto, il confronto. [...] Lo so: ho lanciato una pallina di gomma contro un muro, indicando una strada difficile da percorrere. [...]
Ma ora non posso e non voglio più tornare indietro. Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingua del pane, tra me e me. Sono stufo delle risposte di campanile o di opportunità, risposte ipocrite, bugiarde, come quando da bambino ti chiedevano: "Vuoi più bene a mamma o a papà?", e tu stavi imbambolato, non capivi la domanda, e gli adulti idioti insistevano: "A chi vuoi più bene, parla, gioia mia". A tutt'e due, pensavi tu, ma stavi muto per paura di sbagliare. E pure a mia sorella e ai nonni, agli zii e ai miei amici. A tutti.»
Carmine Abate.
Ma ora non posso e non voglio più tornare indietro. Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingua del pane, tra me e me. Sono stufo delle risposte di campanile o di opportunità, risposte ipocrite, bugiarde, come quando da bambino ti chiedevano: "Vuoi più bene a mamma o a papà?", e tu stavi imbambolato, non capivi la domanda, e gli adulti idioti insistevano: "A chi vuoi più bene, parla, gioia mia". A tutt'e due, pensavi tu, ma stavi muto per paura di sbagliare. E pure a mia sorella e ai nonni, agli zii e ai miei amici. A tutti.»
Carmine Abate.
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