Peccato essermi accorta di lui solo appena prima di scendere: era seduto troppo distante da me.
Lui, per essere chiari, non saprei descriverlo fisicamente, l'ho ascoltato soltanto, già aggrappata al corrimano accanto alle porte di uscita, fra via bertola e piazza castello.
Lui parla. Ha un eloquio accademico, uno dei migliori devo dire: proprietà di linguaggio, capacità innata di portare avanti una dissertazione complessa senza perdere il filo del discorso e inanellando concetti sempre più profondi in una sintesi da libro stampato.
E a chi parla?
La signora che gli sede al fianco lo fa visibilmente suo malgrado: gira la testa dall'altra parte, mette su la tipica espressione diplomatico-torinese di indifferenza "tistoodiandoperchémiinfastidiscimanonfaròunapiegaperchésonocorteseancheseperfinta" e cerca invano di estrometterlo dal suo campo visivo-uditivo. Evidentemente, non lo conosce.
Ma questo, a lui, non importa davvero.
«La verità è che la scuola, così come è strutturata oggi, addormenta le coscienze dei giovani: spiegano loro che l'anima non è immortale, che non esiste altro che il mondo dell'immanenza e questa, questa è la vera tragedia signora. E non va meglio all'università: l'universo della spiritualità è annullato, non esiste la trascendenza, la dissertazione sull'anima, sull'io profondo. Che conseguenze avrà tutto questo? Ormai rimane solo un baluardo dell'approfondimento metafisico: i religiosi. Gli uomini di fede, quelli che studiano la teologia, sono l'ultima traccia di una cultura che si è persa, che non ricorda e non teme più le leggi di Dio...»
Il tram, passato l'ultimo semaforo, inchioda in piazza Castello. Lui deve scendere, si alza di scatto troncando l'elucubrazione sul più bello e saluta:
«Arrivederci signora, è stato bello parlare con lei. So che ha registrato tutto, l'ho fatto anche io. Buona giornata.»
Devo scendere anch'io, appena in tempo per sentire la signora che, visibilimente sollevata, bofonchia un «Arrivederci», e occupa il sedile rimasto vuoto con la borsa.
L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile.
mercoledì 16 marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
E se domani...
...E se domani mi svegliassi nel passato, indietro di 5 o 6 anni.
Roma, l'università, tantissimi esami ancora da fare, casa Manni, gli obiettivi certi da raggiungere, la distanza, gli amici quando voglio.
Se ripiombassi lì, se avessi indietro quella serenità, quell'entusiasmo, quella fiducia.
...E se domani mi svegliassi nel futuro, avanti di 5 o 6 anni.
Un lavoro, una città diversa, una nuova famiglia, la mia vecchia famiglia.
Se potessi vederlo, prevederlo, se percepissi anche solo per poco le sfide sostenute, le battaglie vinte e quelle perse, le nuove gioie, gli ostacoli quotidiani, la bellezza di una felicità di routine.
...E se domani mi svegliassi in un altro presente.
In America a studiare. O In Italia a lavorare. Magari da sola.
Se sapessi parlare altre due lingue, vivere senza fare compromessi, seguire le strade dell'istinto, se mi andasse bene, stavolta.
...E se domani. Ma sottolineo se.
(Mi) sento Mina (Vagante).
Mi sveglio ogni giorno, quasi sempre presente a me stessa. E ho (quasi) tutto quello che desidero: il vizio e il rito della colazione pronta, la gioia del contatto, i nuovi libri da studiare, i progetti da immaginare, le sfide da concretizzare. La capacità di reinventarsi non appena serve.
La forza di guardare indietro senza rimpianti.
La disciplina di protendersi in avanti senza fretta.
...E se domani, e sottolineo se, mettiamo caso, perdessi me.
Avrei perduto il mondo intero, non solo me.
Roma, l'università, tantissimi esami ancora da fare, casa Manni, gli obiettivi certi da raggiungere, la distanza, gli amici quando voglio.
Se ripiombassi lì, se avessi indietro quella serenità, quell'entusiasmo, quella fiducia.
...E se domani mi svegliassi nel futuro, avanti di 5 o 6 anni.
Un lavoro, una città diversa, una nuova famiglia, la mia vecchia famiglia.
Se potessi vederlo, prevederlo, se percepissi anche solo per poco le sfide sostenute, le battaglie vinte e quelle perse, le nuove gioie, gli ostacoli quotidiani, la bellezza di una felicità di routine.
...E se domani mi svegliassi in un altro presente.
In America a studiare. O In Italia a lavorare. Magari da sola.
Se sapessi parlare altre due lingue, vivere senza fare compromessi, seguire le strade dell'istinto, se mi andasse bene, stavolta.
...E se domani. Ma sottolineo se.
(Mi) sento Mina (Vagante).
Mi sveglio ogni giorno, quasi sempre presente a me stessa. E ho (quasi) tutto quello che desidero: il vizio e il rito della colazione pronta, la gioia del contatto, i nuovi libri da studiare, i progetti da immaginare, le sfide da concretizzare. La capacità di reinventarsi non appena serve.
La forza di guardare indietro senza rimpianti.
La disciplina di protendersi in avanti senza fretta.
...E se domani, e sottolineo se, mettiamo caso, perdessi me.
Avrei perduto il mondo intero, non solo me.
venerdì 11 febbraio 2011
Le cose che amo di Torino/Piazza Castello in bici
Andare in bici è un gesto che ho scoperto stando qui. Le pendenze catanzaresi prima e l'assenza di piste ciclabili romane poi (leggi: i ciclisti a Roma sono aspiranti suicidi) me l'hanno impedito, e così la pedalata era rimasta ricordo sopito di tempi lontani: il giro nel villaggio al mare, le escursioni adolescenti, la domenica alternativa al parco, affittando il mezzo per un'ora sola.
A Torino, invece, la bici è quasi d'obbligo; è un paese per pedalatori, nonostante gli autoctoni continuino a lamentarsi (ma lo fanno per qualunque cosa!) dell'assenza di piste dedicate, e dello smog, e dei pericoli. Sarà, ma a me va bene così. Quindi bicicletto da un anno quasi, quando il tempo lo permette, e soprattutto sostituendo il pur amato tram numero 15 per andare in archivio. 5,2 km da casa a lì e altrettanti al ritorno (che è in salita). E, non lo nego, rotolare sull'asfalto su due ruote mi rende intollerante verso pedoni e automobilisti che spavaldamente fingono di non vederti, quindi mi attacco al campanello imbarbarita per farmi strada dall'inizio del percorso fino alla fine.
No, quasi fino alla fine.
Perché gli ultimi cento metri, dalla fine di via Garibaldi alla porta dell'archivio, mi offrono ogni giorno 15 secondi di cuore allargato. Questo spazio finale, percorso alle 2 e mezza del giorno, con la luce giusta e le poche persone intorno, col silenzio interrotto solo dal rumore del mio stesso veicolo, mi si concede così:

E mi piace, Torino che mi accoglie.
A Torino, invece, la bici è quasi d'obbligo; è un paese per pedalatori, nonostante gli autoctoni continuino a lamentarsi (ma lo fanno per qualunque cosa!) dell'assenza di piste dedicate, e dello smog, e dei pericoli. Sarà, ma a me va bene così. Quindi bicicletto da un anno quasi, quando il tempo lo permette, e soprattutto sostituendo il pur amato tram numero 15 per andare in archivio. 5,2 km da casa a lì e altrettanti al ritorno (che è in salita). E, non lo nego, rotolare sull'asfalto su due ruote mi rende intollerante verso pedoni e automobilisti che spavaldamente fingono di non vederti, quindi mi attacco al campanello imbarbarita per farmi strada dall'inizio del percorso fino alla fine.
No, quasi fino alla fine.
Perché gli ultimi cento metri, dalla fine di via Garibaldi alla porta dell'archivio, mi offrono ogni giorno 15 secondi di cuore allargato. Questo spazio finale, percorso alle 2 e mezza del giorno, con la luce giusta e le poche persone intorno, col silenzio interrotto solo dal rumore del mio stesso veicolo, mi si concede così:

E mi piace, Torino che mi accoglie.
lunedì 24 gennaio 2011
Una vita violenta
Mai letto Pasolini.
Come? E non ti vergogni?
Un pò sì, lo ammetto.
Per questo (ma non solo) ho letto "Una vita violenta". Si badi, non l'ho proprio scelto.. diciamo sinceramente che era l'unico disponibile dell'alto autore nella libreria sondata, di cui verranno taciuti nome e ubicazione. Che si vergognino anche loro insieme a me, almeno.
L'ho letto sul tram, nello spazio di 8 corse via caraglio-piazza castello e viceversa, più una deroga casalinga, fra ieri e oggi. E in effetti, già la descrizione dello spazio-tempo che gli ho dedicato mima fedelmente lo stato del coinvolgimento lettoriale (sensoriale x lettore): sulle prime, una resistenza di non più di trenta pagine per volta, per finire in un climax di voracità ed affezione per personaggi, trama, lingua, sensazioni. Pasolini è così, almeno per me. Dà fastidio, finchè non ci fai l'occhio, e l'orecchio, e non ti affabula, non ci prova nemmeno, procede per la sua strada, che sembra una missione tanto è mimetica, tanto è vissuta in prima persona. Da lui, non da te. Campa di fiducia, per così dire.
Ma.
Ma c'è Roma. E c'è il mio groppo in gola.
Roma è perfetta. Il romanesco è perfetto. Negli accenti, nelle intonazioni, nei gesti. E nelle vie, nei colori, nei dettagli. Nonostante ci sia il dopoguerra, nonostante oggi sia tutto molto diverso, Roma è lì, riconoscibile, intatta, privilegiata. E privilegiata mi sono sentita, perché riuscivo a ritornarci, mentre leggevo. E ho pensato quanto deve essere bello nascere romani, sentirselo addosso, quell'orgoglio.
«E c'era Roma così lontana / e c'era Roma così vicina / e c'era quella luce che ti chiama / come una stella mattutina».
A pa'. Tutto passa, il resto va.
Come? E non ti vergogni?
Un pò sì, lo ammetto.
Per questo (ma non solo) ho letto "Una vita violenta". Si badi, non l'ho proprio scelto.. diciamo sinceramente che era l'unico disponibile dell'alto autore nella libreria sondata, di cui verranno taciuti nome e ubicazione. Che si vergognino anche loro insieme a me, almeno.
L'ho letto sul tram, nello spazio di 8 corse via caraglio-piazza castello e viceversa, più una deroga casalinga, fra ieri e oggi. E in effetti, già la descrizione dello spazio-tempo che gli ho dedicato mima fedelmente lo stato del coinvolgimento lettoriale (sensoriale x lettore): sulle prime, una resistenza di non più di trenta pagine per volta, per finire in un climax di voracità ed affezione per personaggi, trama, lingua, sensazioni. Pasolini è così, almeno per me. Dà fastidio, finchè non ci fai l'occhio, e l'orecchio, e non ti affabula, non ci prova nemmeno, procede per la sua strada, che sembra una missione tanto è mimetica, tanto è vissuta in prima persona. Da lui, non da te. Campa di fiducia, per così dire.
Ma.
Ma c'è Roma. E c'è il mio groppo in gola.
Roma è perfetta. Il romanesco è perfetto. Negli accenti, nelle intonazioni, nei gesti. E nelle vie, nei colori, nei dettagli. Nonostante ci sia il dopoguerra, nonostante oggi sia tutto molto diverso, Roma è lì, riconoscibile, intatta, privilegiata. E privilegiata mi sono sentita, perché riuscivo a ritornarci, mentre leggevo. E ho pensato quanto deve essere bello nascere romani, sentirselo addosso, quell'orgoglio.
«E c'era Roma così lontana / e c'era Roma così vicina / e c'era quella luce che ti chiama / come una stella mattutina».
A pa'. Tutto passa, il resto va.
domenica 28 novembre 2010
Le cose che amo di Torino/La prima neve
sabato 23 ottobre 2010
Qui finisce poco seria / l'avventura di Valeria
Digito con l'ormai intimo amico tutore del polso, fido detentore delle mie speranze contro una tendinite che da due anni sembra decisa a non abbandonarmi... Il titolo rimato, di bonaventuresca memoria, esprime al meglio lo stato delle cose: ultimo sabato catanzarese, prima di un definitivo (almeno fino a natale) ritorno a Torino. E beh, quest'avventura poco seria mi ha visto per due mesi cimentarmi con eventi bislacchi e diversissimi fra loro: dice che dovevo solo catalogare cinquecentine, e invece mi sono ritrovata a filastroccheggiare di Pinocchio e degli amici suoi per un pubblico di età media 7 anni. Ok, il microfono aiuta a non far cadere la curva dell'attenzione, ma i fanciulli sono critici severissimi, disconoscono (e giustamente!) la retorica dei complimenti ad ogni costo e se si scocciano di starti a sentire, ti mandano allegramente a quel paese girandosi dall'altra parte. Dunque, la soddisfazione di sentire una platea di cinquanta marmocchi concludere in coro una strofa lasciata in sospeso per vedere l'effetto che fa è stata davvero impagabile...
E insomma, quest'ottobre in cui sono "piovuti libri" (come da locandina) si è rivelato più divertente del previsto e ora che è agli sgoccioli (è il caso di dirlo!), un pò di dispiacere c'è, nonostante la voglia di casa, casa mia, cose mie, ore nostre e pacchetto completo.
Il fatto è che mi piace lavorare, lo capisco ogni giorno di più, e voglio - devo - scongiurare l'ipotesi di passare troppo tempo chiusa in casa.
Agguerrita, agguerritissima, sono pronta a ripartire.
E insomma, quest'ottobre in cui sono "piovuti libri" (come da locandina) si è rivelato più divertente del previsto e ora che è agli sgoccioli (è il caso di dirlo!), un pò di dispiacere c'è, nonostante la voglia di casa, casa mia, cose mie, ore nostre e pacchetto completo.
Il fatto è che mi piace lavorare, lo capisco ogni giorno di più, e voglio - devo - scongiurare l'ipotesi di passare troppo tempo chiusa in casa.
Agguerrita, agguerritissima, sono pronta a ripartire.
domenica 19 settembre 2010
"La domenica mattina voglio stare nel mio letto..."
"... necessaria un'aspirina per non diventare matto", canticchiava allegro e skanchettoso l'adagio sempre attuale dei Matrioska. A me è bastato, per riprendermi dall'agonia del sabato sera, "L'accabadora" di Michela Murgia.
L'ho iniziato a mezzanotte, ieri sera, tentando di smaltire gli strascichi del malessere della prima e seconda serata che mi aveva costretta a rinunciare, con sguardo inappetente, a focaccia con verdure e crostata di frutta fresca. Quindi, digiuna e deboluccia, ho aperto questo romanzo.
Inciso: da un pò non leggevo una novità del panorama letterario italiano, preda di un misto di senso di colpa per il mancato aggiornamento, sfiducia congenita per i talenti gridati e predilezione ossequiosa dei classici conclamati.
Ma: divorato nello spazio di un dormiveglia di pochi minuti (ier sera) e delle ore antimeridiane appena concluse, devo dire che mi è piaciuto. Non è un capolavoro, assolutamente; ma se è vero che uno scrittore fa il suo dovere solo quando la sua storia persite, in un modo o nell'altro, nella testa del lettore, allora la Murgia può avere la coscienza a posto: il suo romanzo mi ha fatto passare mal di testa e nausea, lasciondomi il retrogusto di compiutezza ed evocazione che volevo.
Come e meglio di un buon vivinc.
L'ho iniziato a mezzanotte, ieri sera, tentando di smaltire gli strascichi del malessere della prima e seconda serata che mi aveva costretta a rinunciare, con sguardo inappetente, a focaccia con verdure e crostata di frutta fresca. Quindi, digiuna e deboluccia, ho aperto questo romanzo.
Inciso: da un pò non leggevo una novità del panorama letterario italiano, preda di un misto di senso di colpa per il mancato aggiornamento, sfiducia congenita per i talenti gridati e predilezione ossequiosa dei classici conclamati.
Ma: divorato nello spazio di un dormiveglia di pochi minuti (ier sera) e delle ore antimeridiane appena concluse, devo dire che mi è piaciuto. Non è un capolavoro, assolutamente; ma se è vero che uno scrittore fa il suo dovere solo quando la sua storia persite, in un modo o nell'altro, nella testa del lettore, allora la Murgia può avere la coscienza a posto: il suo romanzo mi ha fatto passare mal di testa e nausea, lasciondomi il retrogusto di compiutezza ed evocazione che volevo.
Come e meglio di un buon vivinc.
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